Frontiere Digitali
Software Freedom Day 2010 e Debian/Ubuntu Community Conference
Ancora una volta, FSUGitalia, in collaborazione con l’ITC “A. Capitini – Vittorio Emanuele II”, con il patrocinio della Regione Umbria, della Provincia di Perugia e del Comune di Perugia, ha il piacere di invitarvi, il 18 settembre 2010, al Software Freedom Day.
Software Freedom Day è un evento mondiale con circa 300 team partecipanti in tutti i continenti e 12 in Italia ( Brescia, Catanzaro, Cosenza, Enna, Feltre, Latina, Milano, Orvieto, Palermo, Quartu, Schio e ovviamente il tradizionale evento FSUGitalia a Perugia), pensato per promuovere il software libero in generale, con una certa attenzione per il mondo delle scuole e degli studenti. L’evento è organizzato a livello internazionale dalla Software Freedom International (Fondazione americana senza fini di lucro) in collaborazione con Google, Canonical, Red Hat e con il supporto di FSF ed FSFE.
Il luogo dell’appuntamento perugino, come ormai da tradizione, sarà il Centro Congressi “Aldo Capitini” di viale Centova 4. L’evento, da sempre legato al mondo scolastico ed accademico, si avvale dell’ottima e duratura collaborazione tra FSUGitalia e l’ITC Aldo Capitni – Vittorio Emanuele II; dopo il riuscito coinvolgimento degli studenti nell’edizione 2009, quest’anno si è riusciti ad aumentare il numero degli interventi eseguiti dagli studenti della scuola, che ancora di più, si pone come soggetto attivo nella diffusione del software libero e dei suoi valori.
L’evento partirà con la sessione mattutina alle ore 9:00 con gli interventi introduttivi (e delle autorità convenute) e seguirà con gli interventi tecnici/specialistici degli esperti e degli studenti fino alle ore 13. Nel pomeriggio presso il “Dipartimento di Matematica ed Informatica” dell’Università degli Studi di Perugia, vi sarà uno spazio dedicato agli aspetti più pratici del software libero, alle installazioni ed alla risoluzione dei problemi tecnici. Oltre al team di FSUGitalia, ospite d’eccezione di quest’anno, direttamente dalla community di Ubuntu-it, Paolo Sammicheli. Prevista inoltre la partecipazione del “GNU/Linux User Group Perugia” e del CCOS, in rappresentanza delle attività locali legate al FOSS. Come di consueto inoltre, sarà prevista la partecipazioni di rappresentati degli enti locali (presto ulteriori aggiornamenti).
Per maggiori informazioni potete consultare la pagina sfd10 del nostro wiki eventi, per i banner, volantini ed altro materiale, visitare la sezione “materiali“.
Inoltre, grazie ad una efficace collaborazione tra i membri delle comunità Debian ed Ubuntu, l’Università degli studi di Perugia (nella persona del prof. O. Gervasi) e FSUGItalia si è riusciti a portare nel medesimo giorno, presso il Dipartimento di Matematica ed Informatica dell’Università degli Studi di Perugia (via Vanvitelli 1, Perugia), la “DUCC-It ’10″ ( la conferenza delle comunità italiane Debian-it ed Ubuntu-it). L’evento, sarà dedicato principalmente agli appartenenti attivi delle varie comunità, focalizzandosi, come di consueto, sulle attività di sviluppo, mantenimento, traduzione e promozione. Questo però non preclude in alcun modo la gradita partecipazione di pubblico interessato ad entrare in questo mondo dalla “porta principale”. A questa giornata si aggiungono inoltre il briefing di venerdì ed il debriefing di domenica (presso l’Hacklab “Projectz on Island” di Via Magno Magnini). Durante i giorni del DUCC-It ’10 sarà presente anche il nuovo Debian Project Leader, Stefano Zacchiroli.
Per maggiori informazioni potete consultare la pagina duccit sul nostro wiki eventi. Disponibile qui anche il comunicato stampa ufficiale.
Quindi riflettori puntati sull’evento di Perugia, senza dimenticare gli eventi nelle altre città da seguire con attenzione.
La democrazia della rete alla festa nazionale di Emergency
Da 7 al 12 settembre, si rinnova a Firenze l’appuntamento per il 9° Incontro Nazionale di Emergency: incontri, mostre fotografiche, spettacoli e conferenze per raccontare Emergency.
Sei giorni per stare insieme – volontari, sostenitori, personale medico, amici e simpatizzanti -, per vedere, capire e confrontarsi.
Filosofi, giornalisti, intellettuali, scrittori, artisti e musicisti sono nuovamente chiamati a raccolta per discutere del lavoro di Emergency e soprattutto dei valori e dei principi che lo ispirano.
Si parlerà di guerra, ma anche di salute, uguaglianza, democrazia, informazione; Si parlerà non solo del “cosa”, ma anche e soprattutto del “come” e del “perché“.
Giovedì 9 settembre
Incontro pubblico h. 18.00
PALAZZO DEGLI AFFARI
PeaceReporter presenta:
LA RETE È DEMOCRATICA?
intervengono
* ARTURO DI CORINTO, Giornalista
* STEFANO RODOTÀ, Giurista
* RICCARDO LUNA, Direttore di Wired
* Modera MASO NOTARIANNI
“Origine delle feste veneziane. Volume quarto” di Giustina Renier Michiel.
Giustina Renier Michiel
Pubblicato “Origine delle feste veneziane. Volume quarto” di Giustina Renier Michiel.
Dall’incipit del libro:
“Malgrado le pubbliche allegrezze, manifestate a Venezia l’anno 1474 per la liberazione di Scutari, la Repubblica non avea tratto a dir vero, un gran vantaggio da questa guerra. Nondimeno uno ve n’era d’importantissimo per l’opinione pubblica; quello di aver vinto un potente nemico col quale non eravi speranza di poter conciliare una pace solida ed onorifica.”
[Continua a leggere nella pagina Liber Liber dedicata a Giustina Renier Michiel...]
La nostalgia di Tahar Ben Jelloun, metafora dell’umano errare ,“illumina un sogno di farfalle”
Sempre in un continuo crescendo nell’intera silloge “una luce balena” e il poeta diventa cantore della persistenza della nostalgia. Essa avvolge immagini, ricordi, paesaggi, oggetti e interiori-interni, nella colorazione sfuocata, inafferrabile e dolorosamente ricorrente dell’alba e del tramonto che trascolora la ricerca di un’appartenenza. Il perdersi in un deserto, lentamente si configura come ricerca umana di identità, vita e morte, spaesamento e “fuggenza” dal reale. La poesia di Jelloun si svela insieme al respiro del vento che soffia sui ricordi, insabbia il dolore per poi rimandare al cuore, specchi di sé che riflettono e sconquassano alberi e mare. “Nelle notti d’esilio/ dal paese amato soffia un vento così forte/ da far crollare gli alberi di nostalgia/ e depositare le sabbie del Sud sui tuoi occhi chiusi./”. “Quando lo specchio, stanco di riflettere,/ cesserà di restituire immagini,/ quando il tempo, liberato dalle nostre urgenze,/ fermerà il suo andare,/ quando il colore, tradendo i sensi,/ si mescolerà alla grisaglia dei nostri mattini/ solo il gabbiano andrà/ a posarsi ancora sulle creste di schiuma/”.
Il conosciuto impegno sociale dell’autore è imbevuto d’anima e, intrisa di lacrime di pietra, si coglie la lotta contro una società che fa di alcuni “una lista delle merci” e dei loro sogni “oggetti smarriti”; Ben Jelloun illumina di “parole nude” ogni verso dentro il quale incide fino a sanguinare un’identità che si srotola come radice aerea; offre appoggio ma non permanenza.
Il lavoro illumina almeno tre possibili spartiti in altrettante scenografie di vita; “ci alziamo nell’immensità del segreto”, la silloge si apre con la luce della parola sulla voce–silente del camposanto “dove i nostri antenati si ostinano a morire”, voce che suona il ritorno del tempo contro un apparente non-sense del vivere al quale la memoria restituisce storia, parola e “schiara” le tenebre che lo offuscano; il deserto, metafora di vita, solitudine, esilio e ricerca: “Il deserto è in primo luogo un’immagine, una dimora/ interiore. Vi si scende imboccando la scala/ del ricordo e la rampa della malattia./ e ancora il deserto è un segreto circondato da un segreto/ più grande nascosto nello spazio inarrivabile che/ nessun agrimensore potrà mai definire/ e un interno quasi onirico/”; infine una lirica che con cadenzata ritmicità sembra fungere da nenia cullata per un’infanzia smarrita nel seno di una madre il cui volto – recita il poeta – è “una terra molto irrigata”. In un interno si chiude il testo e racconta sogni e fantasie solitarie e “commosse” davanti a “doppi” muri. È Parigi forse, ma anche voce d’Oriente “una voce d’Oriente abita il silenzio”, che accarezza “il ricordo di vestigia commosse”. Non credo che i tre momenti, sostanziali nella silloge siano voluti, colgo piuttosto in essi l’andamento musicale della nostalgia che si rifugia infine nel sogno ad occhi aperti nella stanza che accoglie il poeta per aiutarlo forse a superare con il richiamo al fantastico e alla leggenda, il viaggio del nomade “anche a se stesso”. “il grande libro ha aperto le porte al mare e/ alle leggende di Tetouan/ bianca colomba con un occhio di vetro”; “un pesce d’argento/ ha mangiato la polvere/ poi si è sistemato su una mensola/ tra due manoscritti/”.
Tahar Ben Jelloun
Doppio esilio
collezione “Selected poems”
Edizioni del Leone, Spinea (VE) 2009
pp. 104
€ 10,00
“Creative Commons: manuale operativo”, di Simone Aliprandi
Un manuale operativo (scaricabile gratuitamente dal sito ufficiale, vedi sotto) che guida passo a passo gli artisti nel mondo delle licenze Creative Commons, le più famose e diffuse licenze di libera distribuzione per opere creative.
Senza tralasciare utili chiarimenti di natura concettuale e terminologica, l’autore entra nei dettagli tecnici del funzionamento degli strumenti proposti dal progetto Creative Commons, così da renderli comprensibili anche per i totali neofiti.
Un’opera fondamentale per tutti coloro che sono interessati al mondo dell’opencontent e del copyleft.
La presentazione dell’autoreSimone Aliprandi
Lo spunto per questo libro specificamente dedicato al mondo Creative Commons è provenuto da questi ultimi anni di mia assidua partecipazione alle mailing list e ai dibattiti pubblici dedicati all’uso delle licenze, nei quali emergevano costantemente una serie di equivoci in cui gli utenti neofiti erano portati a cadere in modo abbastanza regolare.
Di concerto con gli enti promotori di questa iniziativa editoriale (che ringrazio per l’intraprendenza e la lungimiranza dimostrata), ho pensato dunque che un manuale operativo senza fronzoli e tecnicismi potesse finalmente risolvere la situazione. Ovviamente, a coloro che si sono già avvicinati a questi argomenti attraverso la lettura delle altre mie pubblicazioni (soprattutto Teoria e pratica del copyleft, che rimane il testo più approfondito e più tecnico della mia produzione), sembrerà di fare un passo indietro, ma sono sicuro che anche costoro avranno modo con queste pagine di rinfrescare alcuni argomenti e colmare dubbi sui punti più ostici, legati all’applicazione concreta.
Inoltre, la realizzazione di questo libro è stata l’occasione per tradurre finalmente in italiano interessanti testi divulgativi e materiali esplicativi finora disponibili solo in inglese sul sito di Creative Commons.
Spero quindi che questa mia nuova opera serva da ulteriore incentivo all’utilizzo e allo sviluppo di modelli innovativi di distribuzione dei beni creativi, quali sono le licenze Creative Commons e tutti gli altri strumenti ad esse affini.
Il sito ufficiale del libro: http://www.aliprandi.org/manuale-cc/
Vincenzo Pardini: “Banda randagia”, Fandango, 2010
Vincenzo Pardini
“Donata era bella quanto misteriosa. La sua solitudine ne accentuava il fascino.” Donata è la protagonista del primo dei nove racconti, “La moglie del serpente”, che formano la raccolta. Nata già un po’ ritrosa, un tentativo di violenza subito da un compagno la segna ancora di più nel carattere. Dubiterà degli uomini. Non le andrà mai di parlare con altri della sua vita intima. “Essere aggredita, stuprata era un timore da cui non riusciva a liberarsi.”
La sua natura e la terribile esperienza accentueranno in lei alcune perversioni latenti. Facilitata in ciò dalla sua bellezza, si troverà a vivere esperienze di forte morbosità. Non si sottrarrà nemmeno al desiderio di uccidere. Un serpente boa acquistato in un negozio cinese, da cui si sente attratta, la renderà protagonista di una insolita storia d’amore.
La scrittura di Pardini è veloce, fatta di frasi stentoree. Il sesso vi compare come elemento dominante della vita, al quale nessuno può sottrarsi, e che riesce a far esplodere le più nascoste e inquiete verità su noi stessi.
Anche Eldo, il protagonista di “Banda randagia”, è un tipo introverso, come Donata. Appartato, silenzioso, non ama intrattenersi con i compagni. Troverà una pistola e sarà spinto dal desiderio di uccidere.
Pardini sta mettendoci in contatto con l’anima più tormentata e direi anche più animalesca dell’uomo. Sesso e aggressività lo contraddistinguono, e lo governano. Tanto più se vive asserragliato in una sua inquieta solitudine. Il ritrovamento di una pistola nella fabbrica dove lavora scatenerà in lui istinti omicidi: “Riprese sonno pensando alla pistola. Non l’avrebbe solo divertito, ma anche appagato di qualcosa che doveva ancora capire.”
A volte sono i piccoli avvenimenti che scatenano l’imprevedibile: “Ebbe una sensazione che lo turbava e lo esaltava; la medesima di quando sentiva suo padre e sua madre fare l’amore.”
Quella di Pardini è una scrittura meno dura, meno aspra, di quella che abbiamo conosciuto nel passato. Più letteraria, meno anarchica, senza quella ruvidezza terragna che incontriamo, ad esempio, nello stupendo racconto, “Broggi”, in “Non rimpiango, non lacrimo, non chiamo”, uscito quasi contemporaneamente.
In quei racconti i veri protagonisti, dominatori perfino degli uomini, sono gli animali. Qui l’indagine di Pardini si concentra sull’uomo. E, per l’occasione, sembra aver scelto di adottare modi un po’ più dolci prima di immergersi nella sua anima.
I delitti compiuti da Eldo cadono sotto l’attenzione di un ispettore esperto, Gregorio Giurati, che si avvede che sono stati compiuti da uno stesso individuo. Comincia la caccia. Sarà un cane, Nerone, a metterlo sulle sue tracce. E una banda di cani randagi ad ucciderlo.
Pardini si è concesso con questo thriller una specie di pausa dai suoi temi e dalle sue ambientazioni preferiti, un tentativo, non nuovo peraltro, di percorrere una strada che lo incuriosisce. Lo vedremo anche in altre storie di questa raccolta. Probabilmente la sua esperienza di guardia giurata l’ha portato a vivere situazioni in cui dominano i risvolti psicologici di una natura umana malata e inquietante: “L’assassino era figlio della negatività che lì allignava.”
Un tale proposito di indagare l’anima umana appare ancora più evidente nel terzo racconto intitolato “Ferrovia parallela”. È un racconto tra onirismo e fantasy. Una strana locomotiva a carbone sta percorrendo una linea ferroviaria misteriosa, che attraversa stazioni presidiate, tunnel bui, lande desolate, foreste. Il protagonista, guardia giurata, deve sorvegliare due valigie dal contenuto sconosciuto. Lungo il percorso fa strani incontri. Molti sono soldati. Vede perfino dei mammut. Anche numerosi cadaveri. Grossi ratti. Si sente prigioniero di qualcuno, che non sa definire.
I racconti vedono spesso delle guardie giurate in azione. Questo, in modo speciale. Confessa: “ho creduto di capire chi sono: un fantasma che vive d’ombra, ospite privilegiato delle tenebre. Lo ammetto: mi sono innamorato della notte come la più proibita e lasciva delle amanti. In essa, a mio modo, trovo conforto e comprensione.”
Fa capolino anche l’invocazione a Cristo: “Un pensiero, allora, traversa la mente: che la mia faccia assomigli un poco a quella di Cristo sotto le scudisciate. Una preghiera inconscia. La stessa, m’avvedo, che non ho mai cessato di rivolgergli. Vorrei essere tutto Suo.”
È un viaggio che agisce dentro il protagonista, volto a cambiarlo. Addirittura a distruggerlo. Sarà possibile difendersi solo con un atto di violenza.
Egisto, il protagonista del racconto “Lo chiamavano orso”, è un bel ragazzo, che si accorge di essere attratto più dagli uomini che dalle donne. S’innamora di un coetaneo, Vittorio, ed inizia con lui un’avventura omosessuale. Si sente felice, realizzato.
È il racconto più denso di umori, dove l’odore del grosso cinghiale che lo zio Berto vuole abbattere si mescola con quello forte del sesso. La caccia al cinghiale fa rivivere altre pagine memorabili di Pardini. A mio avviso, il migliore della raccolta, riassuntivo dei principali temi cari all’autore.
Seguono altri racconti più brevi, ma tutti vicini per temperamento al racconto “Lo chiamavano orso”, ossia muniti di una solidità più consistente. “Lo chiamavano orso” segna dunque lo spartiacque tra due parti che sembrano avere ispirazione e consistenza differenti, delle quali la seconda appare la migliore. Una frase significativa del mondo caro ed evocato da Pardini, si trova nel racconto “Il coltellino”: “Non è vero che il passato si cancella. L’abbiamo intorno e dentro, ma non si lascia vedere, solo percepire.”
La guerra lontano dalla guerra. L’Emilia Romagna, una regione ospedale
Per quanto ogni anno la bibliografia si arricchisca di numerosi titoli, l’evento Grande guerra resta ancora, e per taluni aspetti tematici ed interpretativi non secondari [1], un discorso ampiamente aperto.
Aperto in più direzioni. Una delle quali è certamente quella battuta dal gruppo di ricerca alla cui penna si deve l’interessante Una regione ospedale. Medicina e sanità in Emilia-Romagna durante la Prima Guerra Mondiale (Clueb, Bologna 2010), pubblicazione già segnalata ai lettori di Paginatre.it nelle scorse settimane: http://www.paginatre.it/online/2010/08/05/2442/
Curato da Fabio Montella, Francesco Paolella e Felicita Ratti, il volume rivela il proprio carattere di novità in un panorama storiografico operoso non tanto o non solo nei temi studiati: la chirurgia e la psichiatria di guerra; l’impatto socio-culturale della spagnola; la quotidianità di alcune città emiliane nel vortice bellico. Né si ripromette di farlo nelle metodologie interpretative e nella documentazione esplorata – fondi ospedalieri, cartelle cliniche, carte degli uffici sanitari comunali: territori oramai consueti per gli storici sociali. Persegue, al contrario, la propria originalità nel disegno finale di un quadro complesso frutto dell’interconnessione organica dei temi trattati. Interconnessione che, per quanto riguarda il saggio comparativo di Felicita Ratti relativo alle vicende della pandemia influenzale nel Land Salisburgo e nella provincia di Modena, si avvale con acribia di quell’ottica internazionale così “spesso trascurata” nell’accademia italiana, come osserva l’autrice (p. 6).
Non si tratta, beninteso, della giustapposizione a mosaico di alcuni saggi relativi ad un identificato territorio, dal cui semplice accostamento il lettore è invitato a trarre quanto potrebbe essere di sua campanilistica curiosità. Ma di un lavoro di ricerca sostenuto complessivamente da una comune ispirazione – l’attenzione per la hobsbawmiana e oggi poco alla moda storiograficamente parlando gente comune –, e dal desiderio di un confronto con le problematiche nuove suscitate dalla guerra, commisurate sullo sfondo di una circoscritta area evitando nel contempo la trappola delle chincaglierie del localistico.
Una regione ospedale – scrive nella premessa Felicita Ratti – vuole essere la storia “di un territorio che le esigenze belliche avevano trasformato in un attivo e popoloso centro di cura”, ma anche plasmato e modificato nei suoi caratteri facendolo assomigliare “ad una struttura complessa, fatta di regole, disciplina, controlli” (p. 7).
Lontana dal fronte, retrovia delle prime linee; eppure l’impatto dei combattimenti, come una sorta di onda sismica, è fin dai primi mesi avvertibile anche in Emilia Romagna. Un dato tra i tanti: dopo l’apertura delle ostilità, a Reggio Emilia il “flusso di feriti in arrivo fu sin da subito elevato: in poche settimane ne vennero segnalati oltre 600, tanto che gli ospedali militari appena aperti non erano in grado di provvedere adeguatamente alle cure mediche (…)” (p. 27).
Non è difficile immaginare quanti e quali tipi di questioni una situazione del genere creasse; ed il saggio di Michele Bellelli in apertura di volume: Dalla pace alla guerra. Strutture e personale sanitario a Reggio Emilia, ne offre una completa rassegna, pur trascurando – a mio avviso sorprendentemente – di guardare ai problemi e, soprattutto, alle soluzioni adottate, alla luce di una considerazione di classe.
Esame che, invece, ritroviamo nel testo di Fabio Montella Modena e i suoi ospedali nella Grande guerra, con il capitolo di Francesco Paolella sull’alienismo bellico – che vedremo in seguito – tra i più convincenti del volume.
Montella ricorda tra gli immediati effetti della guerra guerreggiata il repentino peggioramento delle condizioni di vita della popolazione. Immiserimento che generò “ampie sacche di indicibile miseria” (p. 46), obbligando le autorità, nello sforzo di farvi fronte, a promuovere una serie di iniziative in grado letteralmente di cambiare il volto sociale delle città, e le abitudini sia di chi era oggetto delle attenzioni pubbliche, sia di chi si faceva promotore delle stesse. “La guerra e le sue logiche – osserva Montella – erano ormai entrate con prepotenza nella vita di tutti” (p. 50); per “alcune municipalità il conflitto rappresentò un’occasione per mettere mano, pur nelle ristrettezze dell’economia di guerra ad opere pubbliche che i cittadini attendevano da tempo (…)” (p. 52).
La guerra come cesura storica si delinea chiaramente – anche se, sui limiti o, meglio, il profilo di tale cesura, la storiografia recente è finalmente giunta ad interrogarsi superando le semplificazioni del passato. E all’interno di tale cesura, una tappa fondamentale, a sua volta punto di snodo per la storia nazionale, è rappresentata dalle conseguenze della sconfitta di Caporetto, con il “massiccio e repentino spostamento di militari e civili”, all’origine di “una rinnovata pressione all’interno del Paese” (p. 60).
Immagini tangibili della situazione creatasi a seguito dello sfondamento austro-tedesco, i militari sbandati ed i profughi friulani e veneti [2], accolti in numero di più di 10.000 nella sola Modena, con le conseguenze – non ultimo di ordine pubblico e di ripetuto attrito con i bisognosi residenti in città – del caso.
“Chiusura di laboratori, disoccupazione, inflazione, speculazione e miseria” furono, infine, “le drammatiche eredità del conflitto” (p. 65). Eredità che possiamo ritrovare in molte delle città europee vicine o lontane dal fronte. Ma dalla guerra emergeva anche il nuovo attivismo degli enti pubblici nell’assistenza sociale, affatto sconosciuto nel passato in quelle forme e dimensioni. E, non ultimo, quel bagaglio di conoscenze teoriche e pratiche maturato dai medici mobilitati, successivamente messo a frutto dalla medicina civile come ampiamente illustrato ancora da Fabio Montella nel saggio Chirurgia e chirurghi nella Prima guerra mondiale.
Alla vigilia della guerra, la classe medica italiana – come per altro quella internazionale – “non appariva pienamente consapevole dei mutamenti che le armi e la tecnologia avrebbero comportato” (p. 122). Per questa ragione, posti a confronto con i concreti effetti della guerra – la materialità di corpi devastati, ferite profonde e poliformi, estese infezioni – i medici furono costretti celermente “a riconsiderare molte delle scelte e delle risposte terapeutiche [ed organizzative] diffuse fino ad allora” (p. 112). Naturalmente, del travaglio teorico-pratico in corso, se ne ebbe riflesso anche e soprattutto in Emilia Romagna, regione che già all’epoca (si pensi all’Istituto Rizzoli), vantava strutture e professionisti all’avanguardia, e che in virtù di ciò durante gli anni del conflitto doveva affermarsi “come centro vivo per il progresso della chirurgia nazionale” (p. 143).
Dei travagli e dei dibattiti dottrinali che interessarono la chirurgia non troviamo analogia in un’altra branca medica: la psichiatria, oggetto del puntuale intervento di Francesco Paolella.
Sulle ragioni di una tale timidezza (o passività) epistemologica – in larga parte incompresa da quegli storici che, sulle ali delle storiografie francesi ed inglesi hanno voluto anche rintracciare da noi segni di svolte concettuali mai avvenute – non è questo il luogo per interrogarsi. Né è possibile discorrere ora della caducità di un discorso psichiatrico alle prese con ingiurie ben altrimenti dotate di materialità rispetto alle ferite di competenza chirurgica. Quel che vale la pena sottolineare delle pagine di Paolella – dedicate, in rassegna, ad alcuni dei nomi più noti di psichiatri operanti in Emilia Romagna: Giacomo Pighini, Gaetano Boschi, Placido Consiglio, Arturo Donaggio – è, invece, la messa a punto ulteriore dell’immagine di una disciplina medica più attenta al suo ruolo custodialistico che non a quello terapeutico. Ruolo a cui non erano estranee né le urgenze efficientiste imposte dal conflitto, col trinomio identificazione-separazione ed espulsione del folle dai reparti mobilitati; né le matrici concettuali dell’antropologia criminale lombrosiana (p. 79), che, per parafrasare Kerényi, come la testa recisa di Orfeo continuava a cantare (orientando psichiatri, psicologi, antropologi, sociologi e demografi) nonostante il prematuro tramonto decretatone dai contemporanei neoidealisti e da alcuni commentatori odierni.
Sarebbe certamente eccessivo vedere la presenza e le pratiche psichiatriche esclusivamente alla lente delle loro conseguenze disciplinari-repressive [3]; non di meno, è da rimarcare che tali prassi andarono ulteriormente accentuandosi proprio a Reggio Emilia, con la costituzione del Centro militare di 1a raccolta per il discernimento, dopo Caporetto, dei soldati sbandati dagli scioperati militari, dai simulatori e dai veri e propri matti.
Giustamente Paolella evidenzia come una certa modalità di gestione dei “folli di guerra” abbia rappresentato per alcuni psichiatri – ed in particolare per i professionisti della sanità militare – un modello da implementare ben oltre i perimetri delle caserme. La militarizzazione della vita civile postbellica passò indubbiamente anche da questi interstizi culturali, solo a prima vista marginali. Dalla volontà, cioè, di alcuni medici-intellettuali carichi di know-how quanto di prestigio patriottico, di proporre la “giustizia scientifica” messa a punto nelle strutture neuropsichiatriche d’armata disponendo del diritto dei folli alle pensioni di guerra e del trattamento da riservare ai simulatori/disertori, come “modello di gestione valido non soltanto per l’esercito, ma per la società nel suo complesso, nella lotta contro i comportamenti antisociali e degenerati” (p. 108).
Evidente merito del saggio di Francesco Paolella è la misura, la capacità di dosare interpretativamente il fondo archivistico analizzato e le differenti situazioni della realtà emiliano-romagnola senza, muovendo da questi, e attraverso indebite estensioni, volerne fare lo specchio fedele delle realtà vissute dall’intera nazione e dai suoi militari, sani o insani che fossero. In altre parole, l’autore non cade nell’abbaglio in cui è scivolato chi, sulla base di poche cartelle cliniche oppure appartenenti ad un solo istituto manicomiale, e perifrasando le tesi di Eric J. Leed o di Paul Fussell [4], ha preteso fornire il resoconto dell’esperienza bellica tout court dei combattenti, con le connesse modificazioni del loro universo mentale-comportamentale.
Rigoroso, stilato con mano didattica, ampio – probabilmente fin troppo rispetto all’economia testuale – il saggio di Felicita Ratti posto al centro del libro, e consacrato alla Storia sociale comparata della pandemia influenzale 1918-1919 nella provincia di Modena e nel Land Salisburgo.
Nucleo di una tesi di dottorato in corso di realizzazione, il saggio lascia qualche perplessità quando elenca le ragioni che hanno portato l’autrice a scegliere le località da comparare. Detto che ogni comparazione può presentarsi in sé discutibile (se non addirittura controversa!), sono gli stessi dati offerti dall’autrice, o anche una superficiale conoscenza della storia delle due realtà messe a confronto, a far dubitare della solidità dell’affermazione secondo la quale il Land Salisburgo e la provincia di Modena “dal punto di vista sociale offrono valori demografici decisamente comparabili” (p. 153).
Ciò premesso, il saggio di Felicita Ratti suscita attenzione per più motivi. Per il respiro decisamente internazionale della letteratura consultata. Per la profondità dell’analisi, intesa a “fornire un ritratto sociale dei due territori nei mesi cruciali sia della pandemia sia del termine del conflitto, evidenziando eventuali tensioni legate all’epidemia, oppure le mentalità popolari, mettendo in rilievo le influenze del conflitto sul funzionamento della sanità a livello locale (…)” (p. 151). Ancora, per l’abilità con la quale traspone la chiave analitica offerta dalle interazioni fra Stato e salute pubblica – sulla scorta dei suggerimenti di Andrew Price-Smith – in un contesto temporale come quello dei primi mesi del dopoguerra, dagli storici indagato con un’attenzione minore di quanto probabilmente meritasse.
L’epidemia influenzale è al centro anche del secondo intervento di Michele Bellelli: Aspetti e problemi dell’epidemia di spagnola a Reggio Emilia. Più stringato rispetto all’intervento della Ratti, presenta una cronaca delle vicende vissute dalla città dall’apparire al decrescere della minaccia morbosa. Di nuovo, a spiccare, è la dimensione dell’impegno profuso dalle autorità mediche e comunali, anche se antiche e pessime abitudini igieniche o cronici deficit organizzativi continuano a persistere. Per esempio, ricorda l’autore, a livello di assistenza farmaceutica, “la maggior parte della popolazione dell’hinterland cittadino (…) non poteva usufruire di una adeguata assistenza” (p. 234).
Chiudono il volume due saggi: I mutilati e gli invalidi tra cura, rieducazione e controllo di Fabio Montella; e La casa di rieducazione professionale per mutilati e storpi di guerra di Bologna, scritto a quattro mani da Mirtide Gavelli e Fiorenza Tarozzi.
Interessante soprattutto per le informazioni che riporta alla luce – del resto, uno studio sistematico del personale, dei pazienti e della vita di strutture del genere è lungi dall’esser promosso in Italia – il testo di Gravelli-Tarozzi ci rcorda come non fosse facile la sfida che attendeva mutilati e storpi nel dopoguerra. Se per i medici si trattava di far ridiventare i pazienti prima uomini, ed eventualmente poi lavoratori (p. 289), per le vittime a vita del conflitto il ricovero rappresentava spesso il primo passo di un lento e problematico reinserimento sociale. Un ritorno alla vita in condizioni fisiche e psicologiche ben diverse da quelle vissute al momento della partenza per il fronte, quando la guerra poteva apparire un’allettante avventura.
Tragiche ombre lasciate in eredità dai combattimenti, oggetto di cura e controllo pervasivo da parte delle autorità proprio quando i reduci in genere scoprono nel nascente associazionismo un strumento di salvaguardia dei propri diritti, mutilati e storpi rappresentano – come considera Fabio Montella – un aspetto nuovo e imprevisto della guerra, un problema costantemente in agenda ed in grado di indurre medici e autorità a “improvvisare, creare, attivare, coordinare” iniziative (p. 265), non sempre però con risultati degni di nota.
Ancora una volta, l’Emilia Romagna, nell’ortopedia, nella fisioterapia e nella radiologia – ausilii essenziali per la cura e la rieducazione dei pazienti – svolge un ruolo da battistrada, fungendo sia da modello organizzativo che da laboratorio per gli interventi in seguito posti in atto nell’intero territorio nazionale. Paradossalmente, allora, sarà soprattutto quella stessa tecnologia che “aveva portato al parossismo gli effetti delle devastazioni belliche” (p. 274), ad offrire a storpi e mutilati una qualche chance di rinascita, per mezzo dell’utilizzo di gambali, ortesi e protesi.
In conclusione, avrebbe forse giovato al volume un breve capitolo finale in grado di raccogliere i diversi approdi euristici in un resoconto scrupoloso ma agile. D’altro canto, Una regione ospedale. Medicina e sanità in Emilia-Romagna durante la Prima Guerra Mondiale può essere certamente indicato ad altri gruppi di ricerca come prototipo da imitare nell’analisi di parallele realtà territoriali, più o meno prossime al fronte, e più o meno coinvolte dalle operazioni belliche.
Ad ennesima smentita delle elucubrazioni di qualche canuto cattedratico, più preoccupato di promuovere le proprie ricerche che di comprendere l’originalità dello sforzo di giovani ricercatori (ahi loro, per danno collaterale generazionale – diciamo così… – impossibilitati a raggiungere quelle medesime cattedre!), è indubitabile che un grosso lavoro resta ancora da fare se davvero si vuol provare ad aggiungere nuovi tasselli utili a comprendere a fondo le guerre degli italiani. In questo senso, col volume curato da Fabio Montella, Felicita Ratti e Francesco Paolella, è stato fatto sicuramente un pregevole passo in avanti.
Note:
[1] Si pensi al lavoro di M. Ermacora, Cantieri di guerra. Il lavoro dei civili nelle retrovie del fronte italiano (1915-1918), Bologna : Il Mulino, 2005, al quale non è seguita una stagione di studi in materia.
[2] Vedi D. Ceschin, Gli esuli di Caporetto. I profughi in Italia durante la Grande guerra, Roma: Laterza, 2006.
[3] Vedi per es. C. Tumiati, Zaino di sanità, Udine: Gaspari, 2009 (ed. orig. 1947).
[4] P. Fussell, La Grande guerra e la memoria moderna, Bologna: Il Mulino, 1984; E.J. Leed, Terra di nessuno. Esperienza bellica e identità personale nella prima guerra mondiale, Bologna: Il Mulino, 1985.
Programmare è un po’ narrare
“Siamo alla fine del millennio scorso. Per caso, un esploratore si imbatte in un continente sconosciuto, di dimensioni vastissime. Strade, città e biblioteche, e nelle biblioteche milioni di testi, scritti non in una sola, ma in decine e decine di lingue diverse. Testi diversi di autori diversi, dedicati ai fini più differenti, cortissimi e enormi, scritti a più mani, criptati, fondamentali o inutili. Scritti per essere usati, per essere letti o per essere analizzati e insegnati. Da una prima analisi di questi milioni di testi, sembra di poter dire agli esploratori che ci sono stati periodi, scuole diverse, mode. Che aree diverse del continente hanno prodotto autori riconoscibili, che a loro volta hanno insegnato e influenzato altri autori. Di tutto questo, niente è mai stato raccontato, né qui da noi né altrove. Il continente di cui vogliamo parlare è quello dei codici sorgente dei programmi. Più di 50 anni di letteratura, più di 5000 lingue diverse. Un corpus di testi dalle dimensioni quantitative enormi: l’archivio su web più noto di software OpenSource, SourceForge.net, contiene quasi un milione di “libri” diversi relativi solo agli ultimi 5 anni. Eppure nessun’indagine, nemmeno di ricognizione, è stata condotta finora da un punto di vista linguistico, stilistico, retorico. Quello che stiamo cercando di fare è trovare un posto a questo continente all’interno della cartografia, accanto ai territori più noti in cui si sono incontrate (persone e) discipline tanto diverse come linguistica e informatica; poi cercheremo di capire il perché di questo lungo nascondimento, e proveremo a immaginare l’apocalissi, cioè di modi concreti di comunicare la nostra scoperta al mondo.”
Il seminario è la prosecuzione di quello che tenne Stefano Penge 10 anni fa durante l’hackmeeting di forte prenestino. Si chiamava “lo zen e l’arte della programmazione”
http://www.onlynx.it/hi/strumenti/zen.html
Durante questi 10 anni Stefano ha proseguito la sua ricerca ed ha trovato altri compagni di viaggio.
Slide:
- indice del seminario (graffio)
- esempio di codice da narrare (login) di vito
- presentazione del museo del codice sorgente (francesco)
Riferimenti:
- http://altrascuola.it/staff/steve/public/docu/lidia/index.html
- http://scaccoalweb.dotblog.it/2010/05/programmare-%C3%A8-come-narrare.html
- http://www.altrascuola.it/altranuova/index.php?option=com_content&task=view&id=395
L’Internet Governance Forum e il Codice Azuni
L’Internet Governance Forum e il Codice Azuni
Gestione della rete: quando tecnica e politica non s’incontrano.
Arturo Di Corinto
20/08/10
La Governance di Internet – cioè la gestione tecnica mondiale della rete delle reti, non il suo governo politico – è oggetto di dibattito pubblico dal 1995, ma solo nel 2003, in preparazione del World summit on information society (WSIS) è diventato un tema istituzionale in seno alla comunità delle nazioni, cioè all’Onu. Nel 2005 il Wsis che si è tenuto a Tunisi ha affrontato il tema della governance di Internet direttamente, a causa della richiesta da parte di alcuni grandi paesi di generalizzare le competenze della governance dell’indirizzamento dei nomi a dominio di Internet per sottrarle al monopolio di fatto dell’Icann americana controllata dalla FCC.
Data la delicatezza e la rilevanza geopolitica del tema – chi fornisce gli indirizzi decide se puoi arrivare a un sito web opure no – a Tunisi si optò per una soluzione diplomatica e si decise di discuterne in un ambito specifico, creando per l’uopo l’Internet Governance Forum, una sorta di “parlamento di Internet” dove gli Stati avrebbero potuto confrontarsi fra di loro e con università, imprese, esperti e associazioni non profit (gli stakeholders), per individuare e praticare le soluzioni migliori utili a garantire crescita e stabilità dell’internet.
Da allora si sono tenuti quattro IGF a livello mondiale: ad Atene, Rio de Janeiro, Sharm-El sheik, Hyderabad. Il prossimo si terrà a Vilnius in Lituania dal 14 al 17 settembre.
Per ben 5 anni i temi all’ordine del giorno degli IGF sono stati gli stessi: apertura, sicurezza, privacy, multilinguismo, multiculturalismo, sviluppo delle infrastrutture. A Vilnius il tema emergente sarà il cloud computing. In questi anni lo scenario è parzialmente cambiato anche grazie a una parziale e volontaria cessione di sovranità dell’Icann e ad innovazioni tecniche, l’uso di alfabeti non latini per l’indirizzamento web, la definizione del suffisso .xxx per i siti e i servizi erotici, e una migliore intesa fra gli Stati (leggi minori frizioni Cina-Stati Uniti) che minacciavano la frammentazione tecnica della rete mondiale nata in America.
Non solo, in questi anni si è assistito a una crescita di interesse verso il tema della governance da parte dell’opinione pubblica sollecitata dal mondo dell’associazionismo riunito nelle dynamic coalitions, che ha trovato una forte sponda nell’idea dell’Internet Bill of Rights – un insieme di principi generali come nella prima parte della Costituzione italiana, ma dedicati ad Internet, proposto proprio dal comitato governativo italiano capeggiato sin dal 2006 dal giurista Stefano Rodotà.
Questo insieme di principi altro non è che la trasformazione dell’appello lanciato a Tunisi dal senatore dei Verdi Fiorello Cortiana e firmato fra gli altri da Gilberto Gil, Lawrence Lessig e Richard Stallman, oltre che dal sindaco Walter Veltroni e dall’allora ministro berlusconiano Lucio Stanca. In sintesi l’appello “Tunisi mon amour”, riaffermava l’importanza del rispetto delle regole democratiche a sostegno dello sviluppo della rete: il suo carattere aperto, democratico e universale, calato in una serie di innovazioni tecnologiche e sociali che andavano dal software libero e open source, alle tecnologie per la privacy, dalla limitazione dei brevetti per la rete, al rispetto del fair use per i contenuti coperti da copyright, in grado di tenere conto dei comportamenti reali degli utenti in una prospettiva mltistakeholder.
Su questa base, si giungerà alla definizione del Bill of Right sostenuto dal governo italiano dell’epoca e nel 2007 all’IGF di Rio De Janeiro, il sottosegretario alle telecomunicazioni Luigi Vimercati riporterà a casa un importante accordo con il ministro brasiliano alla cultura Gilberto Gil per una Carta dei Diritti della Rete.
Dal 2008 in poi, almeno in Italia, l’interesse per la governance di internet è scemato fino alla proposta del Codice Azuni, un’idea che Rodotà offrì a Brunetta nell’occasione di una riunione dell’Igf Italia a Roma, con la motivazione che non si può lasciare che siano solo le multinazionali a stabilire le regole di Internet e con un’avvertenza “a dispetto di quello che disse Vinton Cerf a Rio De Janeiro, anche Internet, come il mare si può regolare”; “E’ accaduto con il Codice Auzni per il Mediterraneo”; “Il Codice Azuni aveva tuttavia un grande pregio, fissava le regole consuetudinarie dei suoi navigatori, senza leggi calate dall’alto, esattamente quello che possiamo augurarci per Internet”.
Codice Azuni
Nell’agosto del 2010 il ministro per l’Innovazione Renato Brunetta offre agli italiani la proposta di un Codice Azuni per la Rete. Lo fa attraverso un sito, www.azunicode.it, con l’obiettivo di scandagliare gli umori dei cittadini sul tema e raccogliere pareri e informazioni. La proposta si basa sul report di un gruppo di lavoro “che non rappresenta le posizioni del governo”, ma che riepilogando la storia dell’Igf ne riporta i temi trattati finora.
Una proposta meritoria quindi, visto che punta a coinvolgere i cittadini, ma insufficiente nel metodo e nel merito.
Le prime criticità della proposta stanno nella tempistica. La consultazione dura solo 30 giorni, è basata su una mailing list chiusa e moderata, si svolge nel periodo di agosto in cui due italiani su tre sono lontani da un computer.
La consultazione non ha un output definito. Si dice che la proposta serve a creare una tassonomia delle problematiche e delle best practices relative a Internet, ma non si capisce come verrà assemblata e utilizzata la parte offerta dai cittadini e se costituirà o meno la base della posizione italiana da portare in ambito internazionale e segnatamente a Vilnius in settembre.
La proposta sarebbe frutto di un tavolo di lavoro riunito dal novembre 2009, di cui nessuno ha mai saputo niente, costituito per la maggior parte da soggetti governativi, ben dieci, un solo parlamentare, della maggioranza, un solo imprenditore, tre professori universitari, non i più noti sul tema, un paio di esperti indipendenti e del Cnr. Con l’esclusione di tutti i soggetti che avevano nei 5 anni precedenti contribuito a definire la proposta italiana di una rete aperta presso le Nazioni Unite, e segnatamente marcata dall’assenza del portabandiera italiano, Stefano Rodotà e dai molti gruppi di interesse italiani Altroconsumo, Free Hadware Foundation, ISOC, Istituto per le Politiche dell’Innovazione, AIIP, Amnesty International, Wikimedia, Alcei ed altri. Più grave ancora la mancata e piena rappresentanza del Parlamento che attraverso le sue cariche più elevate (presidente Gianfranco Fini il 16 marzo 2010), si è ultimamente espressa a favore di una tutela piena del “diritto a Internet”.
La proposta inoltre, non tiene conto del lavoro importante avviato dalla costituzione dell’Igf Italia, il chapter italiano dell’Internet Governance Forum, nato su raccomandazione della Commissione Europea anche in altri paesi come Francia e Inghilterra. Qualsiasi proposta in assenza del contributo di questo organismo di coordinamento degli stakholder italiani, nato a Cagliari nell’ottobre 2008 che ha già tre incontri all’attivo (Cagliari, Roma, Pisa) e che si incontrerà di nuovo a Roma il 29 e 30 novembre 2010, appare una proposta monca, difettosa di esperienze, voci e pluralismo che ne dovrebbero costituire la missione istituzionale.
Sul merito, la proposta del Codice Azuni, nasce vecchia: i problemi e le criticità di Internet sono noti: assenza di infrastrutture, censura, privacy ridotta, costi elevati di connettivtà, digital divide. Inoltre azzera il lavoro fatto dagli italiani negli ultimi sei anni sotto governi diversi, ma perchè non riporta nessuno dei principi condivisi che sono ormai patrimonio dell’Igf e che sono precipitati nell’accordo Italia-Brasile: il rispetto della privacy e la protezione dei dati, la libertà d’espressione, l’accesso universale, la network neutrality, l’interoperabilità di dati e applicazioni, l’accesso globale a tutti i nodi della rete, l’uso di standard aperti e liberi, l’accesso pubblico alla conoscenza, il diritto a innovare e il rispetto dei princii del mercato, alla libera concorrenza online e i diritti dei consumatori in generale. Cioè tutte le cose che fanno di Internet la grande piattaforma di scambi e opinioni che è diventata negli anni.
http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/08/05/codice-azuni-se-brunetta-si-sente-napoleone%E2%80%A6/47916/
http://idl3.wordpress.com/2010/08/06/le-impossibili-regole-globali-le-probabili-regole-locali/
END SUMMER CAMP 2K10
———- Forwarded message ———-
From: *ascii* <ascii@ush.it >
Date: 2010/8/10
Subject: END SUMMER CAMP 2K10 – September 3rd-5th 2010 – FORTE BAZZERA
(VENICE)
To: admin@endsummercamp.org
END SUMMER CAMP 2K10 – September 3rd-5th 2010 – FORTE BAZZERA (VENICE)
,
ESC 2K10 __)\_ I, I wish you could swim
WE (\_.-’ a`-. Like the dolphins
ARE, HERE. (/~~““(/~^^` Like dolphins can swim
Tutti indaffarati, tutti presi.. Presi da cosa? Forse non ci rendiamo
nemmeno conto, di quello che che siamo, di cosa ci circonda, del tempo
che passa, del mondo che cambia. Siamo una volta sola.
In un mondo che puo’ fare a meno di tutti, fatto di sprechi, abbiamo
un’opportunita’ per fare qualcosa che non riguardi solo noi stessi, per
condividere il tempo e lo spazio assieme come forse non accade spesso in
un anno.
Dal 3 al 5 Settembre 2010, nel contesto del Forte Bazzera, ex polveriera
costruita a fine ‘800, a Venezia, Italia, siete chiamati a partecipare
alla sesta edizione dell’End Summer Camp, baluardo ed incontro della
comunita’ smanettona Italiana.
Avrai la possibilita’ di campeggiare in uno spazio incontaminato dalla
fuffa, rilassarti e farti cullare dall’atmosfera miscelando “fun” e
“tech”.
ESC e’ solo la scusa, il vero motivo sono le persone. Per questo il tuo
apporto non e’ indifferente. Per tre giorni possiamo essere una cosa
sola, se lo vorrai. E ritrovare te stesso.
———————————————————————-
SM4X
presenta
END SUMMER CAMP 2K10
3-5 settembre 2010
FORTE BAZZERA
via Bazzera
Venezia-Tessera (VENEZIA)
[COSA] ESC e’ un incontro di persone interessate al Software Libero e
alla Conoscenza Libera, a Entrata Libera Il contenuto dell’evento e’
in continua evoluzione e viene creato dai suoi partecipanti.
[COME] Secondo la formula MUD (Miscere Utile Dulci). Sono previsti
Seminari e Talk su vari argomenti/livelli, e momenti decisamente piu’
“ludici”: Campeggio, Grigliata, LAN Party, etc.
[DOVE] ESC si svolge a Venezia-Tessera presso Forte Bazzera, ex
polveriera della Prima Guerra Mondiale non lontana dall’Aeroporto Marco
Polo. Planet Earth, 45°29′52”N – 12°19′51”E
[PERCHE'] Per creare un momento di aggregazione, uno scambio di
conoscenze ed esperienze tra persone che vivono il Software Libero nelle
sue diverse forme.
http://www.endsummercamp.org
“Everything’s Happening under the KEY…”
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Registrazione
Hai l’opportunita’ di utilizzare la registrazione online con certificato
SSL sicuro, rubber stamp of approval, PCI DSS, emesso direttamente dalla
nuova root CA del capitano zoppo approvata dai maggiori Browser a 16bit.
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semplicemente registrarti o pagare in anticio i vari servizi opzionali
ad un costo ridotto almeno del 50%. Risparmi e ci dai una mano con le
spese impellenti!
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Istruzioni per l’uso
Ti preghiamo di distribuire, spammare, pubblicare, notificare in tutte
le forme che ritieni opportune questo messaggio affinche’ questo ESC
procuri grande gioia a molte persone.
Se scrivi un articolo sul tuo sito notificalo al Seba (esc@sm4x.org
)
che provvedera’ a inserirti nella pagina della rassegna stampa/partner.
http://www.endsummercamp.org/index.php?title=ESC10-Stuff
Aggiungi la dicitura “ESC endsummercamp.org
3-5/9/10″ al topic del tuo
canale e nella sign delle mail che invii o al QUIT message su IRC.
Linka il wiki organizzativo dell’evento: http://www.endsummercamp.org/
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Call For Papers
I contenuti tecnici sono il succo della conferenza. Accettiamo
qualsiasi talk tecnico ritenuto di interesse inerente ai seguenti
argomenti: Free Software, Hacking, Security.
http://www.endsummercamp.org/index.php?title=ESC10-Talks
L’audience e’ assolutamente informale e ben disposta ad argomenti
tecnici e sociali. Il livello di difficolta’ dell’argomento va
specificato al momento della submission del proprio talk (difficile,
medio, facile).
E’ fortemente incoraggiata la pubblicazione e diffusione di informazioni
frutto della propria ricerca personale. In generale pensa a qualcosa
che possa interessare all’audience.
La deadline e’ fissata per fine Agosto, contatta ascii (ascii@ush.it
)
col titolo e breve descrizione.
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Call For Labs
Workshop di ogni genere sono incoraggiati. Se ritieni di voler
ufficializzare la presenza del tuo progetto all’ESC notificalo o
modifica di tuo pugno il wiki e riceverai pubblicita’ gratuita sulla
pagina dei Labs.
http://www.endsummercamp.org/index.php?title=ESC10-Labs
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Call For Arms
Proponiti come staff-member per ricoprire una delle fantastiche
posizioni di duro lavoro manuale ma assolutamente utili e necessarie
alla riuscita dell’ESC. Ogni piccola azione e’ ben voluta
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Contatti
Puoi contattare il Seba per ogni dubbio e perplessita’ (esc@sm4x.org
)
e ovviamente contributo o proposta.
I relatori possono contattare direttamente ascii (ascii@ush.it
) per le
submission al CFP.
Chi vuole aiutare con l’organizzazione e portare materiali (fari, luci,
casse, proiettori, proiettori di diapo) scriva a theover (simone@mt-
lab.org ).
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Original drawing by jgs. Online http://www.ush.it/team/ascii/esc2k10.txt
EOF
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Hackmeeting mailing list
Hackmeeting@inventati.org
https://www.autistici.org/mailman/listinfo/hackmeeting
La censura che avanza: non solo il decreto romani
E’ stato approvato il decreto Romani, che nonostante gli aggiustamenti sarà fonte certa di confusione e di censure preventive. Ma non è l’unica notizia di questi giorni che ci racconta di censure e menzogne dei nostri legislatori e media mainstream.
Si aggiungono infatti anche la censura del programma di Gad Lerner che voleva parlare della mega truffa messa in atto da Fastweb e Telecom, la decisione della RAI di sospendere i Talk Show estendendo le norme sulla par condicio (per quanto io odi i talk show è innegabile che si tratti di una censura bella e buona), e la menzogna del Tg1 a proposito della prescrizione del reato commesso dall’avvocato Mills che diventa assoluzione secondo i giornalisti della principale testata giornalistica radiotelevisiva italiana.
E che dire poi della sentenza del tribunale di Milano che condanna tre dirigenti di Google per violazione della privacy. Non bloccarono la pubblicazione di un video che mostrava un minore autistico. Si tratta del primo procedimento del genere al mondo. La sentenza introduce la responsabilità dei provider sui contenuti inseriti dagli utenti: anche in questo caso si spinge i provider ad applicare forme di censura preventiva.
Di seguito alcune fonti varie che trattano questi argomenti…
Il blog di Zambardino:
E’ passato il Romani: la rete sconfitta di misura
C’è aria di presa in giro: se l’AgCom resta arbitro-censore della rete per il livestreaming e per chiunque voglia fare una attività di tv regolare ma non commerciale, dove comunque una dichiarazione, anche se più leggera della registrazione è necessaria; se da oggi il presidente Calabrò dovrà occuparsi di tutela dei minori, in primis per la televisione ma, visto che i mezzi digitali sono equiparati, anche per internet; se le piattaforme come YouTubepotrebbero uscirne senza più la responsabilità di vigilare sui contenuti degli utenti (ma non è chiaro che sia così perché nel testo si parla, imprecisissimamente di “motori di ricerca”), ma comunque potrebbero essere trattate da tv commerciali tout court, come sembra capire all’articolo 4. Sembra salvo, nel senso che non c’è più, l’obbligo di rettifica, che sarebbe stato per molti blogger una deterrenza definitiva dallo scrivere di qualsiasi argomento non frivolo.
Da ZeusNews:
** APPROVATO IL DECRETO ROMANI, MOLTI I PUNTI NON CHIARI **
La versione definitiva allontana lo spettro della censura da blog e siti, anche se restano alcune "zone grigie" su cui è bene vigilare.
http://www.zeusnews.com/news.php?cod=11957
** TELECOM ITALIA CENSURA GAD LERNER SU LA7 **
Il programma L’Infedele non andrà in onda a causa di un veto di Telecom alla puntata sullo scandalo che la riguarda.
>> di Gualtiero Ripoldi
http://www.zeusnews.com/new
Dal blog dell’avvocato Giudo Scorza
Il “nuovo” Decreto Romani: meglio ma non bene.
Il Consiglio dei Ministri ha appena approvato il famigerato Decreto Romani.
Il nuovo testo è, sostanzialmente, analogo a quello precedente dal quale si differenzia per alcune importanti modifiche apportate all’art. 4 a proposito della definizione di “servizio media audiovisivo”…
Da Punto informatico.
Decreto Romani, modifiche approvate
Blog, motori di ricerca e siti Internet tradizionali sono esclusi dalla disciplina contestata. Dubbi per quanto riguarda la posizione di YouTube. Agcom resta sceriffo della Rete
Appello alla RAI e all’ordine dei giornalisti su Facebook…
La dignità dei giornalisti e il rispetto dei cittadini
Google, l’allarme di Rodotà
"Sentenza non diventi censura"
L’ex garante per la privacy commenta la condanna di tre dirigenti per il video delle percosse a un disabile: "Una lettura sbrigativa del provvedimento potrebbe rafforzare chi vuole imporre filtri alla rete"
Caso Vividown, l’intermediario è responsabile (da Punto Informatico)
La sentenza emessa dal Giudice di Milano condanna tre dirigenti di Google per violazione della privacy. Dichiarati colpevoli per un video postato nel 2006 che mostrava maltrattamenti ad un bambino disabile
AvANa Story a ForteDb
Quello che segue è la traccia scritta dell’intervento che ho fatto durante la trasmissione ForteDb che va in onda tutti i martedì su Radio Popolare Roma. E’ la storia di AvANa, soggettiva e parziale, molte di più sarebbe le cose da raccontare… ma intanto nei 15 minuti a mia disposizione ho raccontata questa parte.
Si può ascoltare la trasmissione intera (è la numero del 24/11/2009) sul sito del forte, oppure ascoltare solo la parte relativa alla storia di AvANa (con un paio di pezzi musicali in mezzo).
Buona lettura
Gli inizi: la Bbs
Nel 90 c’è la pantera all’università, c’è l’Hip Hop che comincia a crescere anche in Italia e c’è il CyberPunk, che oltre ad essere una corrente letteraria legata alla fantascienza internazionale (Gibson, Sterling) in cui spesso i protagonisti erano degli hacker, in Italia si caratterizza anche come “riferimento” e immaginario per una scena che cresceva e che aveva una sensibilità particolare verso le nuove tecnologie sia come strumento di comunicazione dal basso e di condivisione di sapere, che come strumento che avrebbe cambiato il mondo della produzione e del consumo. Gomma di decoder diceva: “testa nella tecnologia e piedi nella strada”.
Questo è il clima in cui nasce AvANa BBS. Avana è un acronimo che scegliemmo che sta per Avvisi Ai Naviganti.
Mentre BBS significa Bolletin Board System. Si tratta di un computer che utilizza un software per permettere agli utenti di collegarsi via modem (telefono) dal proprio computer dando la possibilità di utilizzare sistemi di messaggistica e di condivisione di files.
Esistono diversi tipi di software per questo scopo. Noi ne utilizzavamo uno inventato da Tom Jennings, che neanche a dirlo si dichiara: punk, anarchico, libertario, omosessuale, hacker ed a favore del pirataggio di qualunque tipo di software commerciale.
Era stata però costituita una rete di bbs amiche che una volta al giorno scambiavano i contenuti di ciascuna bbs. In questo modo realizzavamo in maniera rudimentale un sistema simile alle mailing-list.
Oltre alle news dai centri sociali, si trovavano varie aree di discussione tra le quali democrazia elettronica, Radio Blisset, Avana research enterprise, un deposito di riviste elettroniche… e molto altro materiale.
William Gibson: la notte che bruciammo Chrome, Neuromante, Giù nel Cyberspazio (Count Zero), Monna Lisa CyberPunkBruce Sterling: la Matrice Spezzata, Isole nella rete, Mirroshades
Pat Cadigan: Mindplayers Internet al Forte (il cablaggio del forte e i corsi)
La BBS diventa vecchia. Facciamo un salto in avanti. (il web nasce nel 91).
Decidiamo che è giunto il momento di portare internet al forte.
In una prima fase offriamo l’email attraverso la bbs che scambiava la posta con un server mail su internet. Devo dire lento e poco stabile, ma si sono alimentate storie d’amore a distanza tramite questo strumento.
Poi decidiamo di fare il salto anche in previsione dell’hackmeeting del 2000 che si svolgerà al forte.
Per realizzare il progetto abbiamo bisogno di cablare il forte per portare la connessione in tutti i laboratori, di almeno un paio di server dove mettere posta, mailing-list e siti. Uno funzionerà da firewall e l’altro da server. Ci servono un po’ di soldi per i materiali e i computer. Oltre a fare delle iniziative di autofinanziamento decidiamo di aprire una trattativa/conflitto con la rete civica del comune di roma rivendicando il diritto di accesso alla rete anche in scrittura come un diritto fondamentale. Grazie a questa campagna che coinvolge anche altre associazioni il comune apre un concorso di idee per finanziare le migliori. Riusciamo a farci finanziare ForthNet. La rete al forte!!!
I primi mesi del 2000 il forte è cablato, il server e il firewall c’è (più o meno, sarà configurato correttamente durante le nottate dell’hackmeeting del 2000).
Siccome senza la conoscenza era inutile aver portato internet al forte, contemporaneamente iniziamo a fare dei corsi per l’uso consapevole di internet (corsi di alfabetizzazione informatica ne avevamo fatti già prima).
I corsi erano gratuiti. Nel frattempo cresce la nostra sensibilità verso il software libero, e le problematiche legate alla privacy ed al diritto all’anonimato che troveranno grande spazio nei jet net degli anni successivi.
L’approccio continua ad essere quello da un lato di mettere a disposizioni strumenti che siano abilitanti per la comunicazione, e dall’altro quello di promuovere un uso consapevole di questi strumenti. Per esempio ci sembrava fondamentale (e mi sembra tutt’ora) far rendere conto le persone che usare un indirizzo di posta di un provider commerciale significa essere esposto al rischio che in qualsiasi momento qualcuno potesse leggere tutta la propria posta.
Nel 2000 (l’anno del giubileo) facciamo il terzo hackmeeting italiano: HackIt.
L’hackeeting è un evento collettivo organizzato a livello nazionale, principalmente tramite la mailing-list dedicata.
"E’ un incontro tra persone che hanno voglia di metterci le mani dentro, di condividere esperienze e conoscenze e che si battono per una comunicazione libera.
E’ un’occasione di aggiornamento tecnico di alto livello gratuito grazie allo spirito di condivisione che lo permea.
E’ un’occasione di dibattito su argomenti importanti: lo sviluppo del software libero, i diritti in rete, la cooperazione sociale.
Ne viene fuori un’esperienza stupenda."
Decine di seminari di giorno e di notte, centinaia di hackers da tutt’Italia riempiono le cento celle del forte, migliaia di persone vengono ad assistere ai seminari e alle performance che si occupano di software libero, diritti in rete, programmazione, montaggio video, sicurezza informatica, etc…
La fine dell’hackmeeting lascia in dote ad AvANa la nuova configurazione del server e del firewall, una nuova iniezione di entusiasmo e di persone e la volontà di trasformare di nuovo avana net nel modello hacklab che in Italia si sta diffondendo sempre di più. Cioè un modello che prevede formazione, autoformazione e sperimentazione come elementi fondanti.
Diamo vita al Jet Net: i giovedi’ tecnologici di Forte Prenestino (poi diventaranno due appuntamenti settimanali: uno al forte uno alla Torre dove c’e’ un altro HakLab).
Sono cicli di incontri e seminari in cui principalmente in forma di workshop si insegna/impara come instalalre Linux, come amministrarlo, come programmare per il web, come fare siti, come fare grafica, come utilizzare il video. Sempre tutto rigorosamente gratuito e utilizzando software libero.
Si parlerà anche di mediattivismo, come fare Indymedia, come fare riprese in modo da non danneggiare i manifestanti, di autodifesa digitale, di sicurezza informatica, di ecologia digitale…. Insomma un sacco di carne al fuoco.
E’ importante notare che questi incontri sono stati molto professionalizzanti, non sono poche le persone che hanno trovato lavoro grazie a ciò che hanno imparato al Jet Net. Anche perché in quegli anni erano rarissimi i corsi sugli argomenti che trattavamo noi.
La storia si fa recente… e nel 2004 sospendiamo il JetNet per dar vita, insieme al laboratorio di Grafica e a mediattivisti sparsi nel forte al Medialab. La condivisione del sapere rimane modalità centrale… in un paio di anni riusciamo a tirarlo su… tra le altre cose era una stanza (con computer riciclati con linux installato) ad uso libero e pubblico usata sia dagli occupanti che aperta durante le iniziative.
Ora continua ad esistere e magari qualcun’altro/a ci verrà a spiegare come funziona, quali sono i principi e così via…
http://avana.forteprenestino.net
Murdoch e Google vanno alla guerra. Ma contro chi?
Secondo il Financial Times, Murdoch sarebbe in trattativa con Microsoft per cedere a Bing (il motore di ricerca di Microsoft) il diritto esclusivo di indicizzare i contenuti prodotti da NewsCorp, il gigante editoriale proprietario tra gli altri del Wall Street Journal e del Sun.
Microsoft sarebbe disposta a pagare (non si sa quanto) in cambio dell’esclusiva, che se allargata ad altri editori potrebbe caratterizzare Bing come motore di ricerca principale per le news.
La notizia, non confermata da Murdoch né da Microsoft, è stata riportata da quasi tutti i media italiani, ma non è un fulmine a ciel sereno. Durante un’intervista a Sky news Australia del 6 novembre, visibile tra l’altro su Youtube (di proprietà di Google), il magnate dell’informazione aveva protestato perché Google pubblica nei risultati delle ricerche degli utenti anche brani pertinenti provenienti da articoli di giornali di proprietà della NewsCorp, incassando così introiti pubblicitari su contenuti non suoi.Google aveva risposto con il classico acronimo tecnico degli informatici americani: “RTFM (Read The Fucking Manual), mr. Murdoch”. La risposta (legga il fottuto manuale, Mr. Murdoch), fa riferimento al fatto che ogni server può bloccare l’indicizzazione dei propri contenuti a qualsiasi motore di ricerca in maniera molto semplice: scrivendo dentro il file robot.txt a quali motori di ricerca è consentito indicizzare i contenuti come scritto in tutti i manuali.
Cosa volesse dire Google è chiarissimo: se il signor Murdoch non vuole più che Google consenta ai propri utenti di trovare i contenuti prodotti da NewsCorp non ha che da farlo! Si tratta di una sfida bella e buona. Tutti sanno che un sito se non viene trovato da Google è quasi come se non esistesse. Inoltre essere presenti con i propri contenuti sul motore di ricerca di Mountain View rappresenta una fonte enorme di accessi ai propri siti. In sostanza: si accomodi Mr. Murdoch, se le conviene faccia pure!
Ora, a quanto pare, Murdoch raccoglie la sfida e prova a mettere paura a Google coinvolgendo (cioè facendosi pagare da) un suo diretto concorrente: Bing, il motore di ricerca della Microsoft che sta cercando in tutti i modi di aumentare i propri introiti pubblicitari a scapito degli altri motori di ricerca.
Se, infatti, Bing si affermasse come contenitore di news potrebbe mettere in difficoltà Google sottraendogli utenti e quindi pubblicità.
D’altra parte, viene da chiedersi, quanto dovrebbe incassare la NewsCorp dall’accordo con Bing per sopperire ai mancati introiti pubblicitari causati dal minore accesso di utenti ai propri siti?
C’è però qualcosa che non torna in questa guerra: ci sarebbero soluzioni tecniche che consentirebbero ai siti controllati dalla NewsCorp di avere a loro volta una fetta di pubblicità mostrando agli utenti provenienti da Google pagine pubblicitarie prima di mostrare il contenuto degli articoli.
E allora cosa nasconde questa guerra tra i tre colossi? Nell’intervista a Sky news Australia Murdoch lo dice chiaro e tondo: gli utenti devono pagare per accedere ai contenuti. La guerra a Google significa dare battaglia ad un modello (quello di Google appunto) che fa della gratuità la propria forza.
Google consente agli utenti di rendere disponili e di fruire di contenuti video gratuitamente (YouTube e GoogleVideo), rilascia software Open Source (il browser Chrome), consente di utilizzare le proprie mappe inserendole in altre applicazione, mette a disposizione di programmatori un deposito di progetti Open Source e gratuitamente scaricabili.
Google guadagna con la pubblicità, piccola e persistente, poco invasiva e personalizzata, grazie ai dati degli utenti che raccoglie in modo sistematico e scientifico (la cosiddetta “profilazione” degli utenti). Guadagna per il grandissimo numero di utenti che attraversano il suo motore di ricerca e utilizzano le sue applicazioni, a cui offre pubblicità ultra personalizzata, perciò molto più efficace.
Mettere in crisi Google significa principalmente mettere in crisi questo modello. Si, certo, Murdoch giocherà la carta di trattare al rialzo con Google dopo aver ottenuto un’offerta da Microsoft per l’esclusiva dei suoi contenuti, ma la posta in gioco è molto più alta: Murdoch, e con lui tutta la vecchia editoria e le major discografiche, vuole che gli utenti paghino i contenuti. In maniera diretta!
Lo scontro è qui: due modelli diversi ed antitetici, che si danno battaglia senza esclusione di colpi. A farne le spese, come spesso accade, saranno gli utenti di Internet che in un modo o nell’altro saranno costretti a pagare. In maniera diretta nel caso vinca Murdoch, in maniera indiretta attraverso lo scambio di una quantità sempre maggiore di dati personali per consentire una migliore profilazione.
La Cina è vicina!
Ennesimo assalto alla libertà degli utenti di Internet.
Negli anni sessanta questo slogan veniva gridato per indicare che anche in Italia era alle porte una rivoluzione comunista.
Oggi purtroppo siamo costretti a constatare che il governo italiano adotta misure repressive e censorie che sempre di più lo avvicinano alla Cina, a detta di molti uno dei paesi con minore libertà in rete.
Ieri è stato approvato in senato il "pacchetto sulla sicurezza".
Nel testo della legge (art. 50bis) si legge: "Quando si procede per delitti di istigazione a delinquere o a disobbedire alle leggi, ovvero per delitti di apologia di reato, previsti dal codice penale o da altre disposizioni penali, e sussistono concreti elementi che consentano di ritenere che alcuno compia detta attivita di apologia o di istigazione in via telematica sulla rete internet, il Ministro dell’interno, in seguito a comunicazione dell’autorita giudiziaria, puo disporre con proprio decreto l’interruzione della attivita indicata, ordinando ai fornitori di connettivita alla rete internet di utilizzare gli appositi strumenti di filtraggio necessari a tal fine".
A prima vista non sembra un gran cambiamento rispetto alla situazione attuale. Ma a ben guardare non è così.
In un paese democratico il compito di prendere decisioni repressive è affidato all’autorità giudiziaria. In regimi di polizia questo compito ce l’ha la polizia. In questo maledetto paese siamo molto avanti: secondo il pacchetto sicurezza è direttamente il ministro dell’interno che può ordinare la chiusura di un sito e/o che questo paghi una sanzione pecunaria fino a 250.000 euro.
altre info:
- da Zeus news
- DaI blog di Guido Scorza
- il testo dell’articolo di legge
- mentre eravamo distratti
- da Punto Informatico
- Intervista a Marco Pancini di Google Italia
FLaCHi e il maestro unico
Recentemente ho avuto la fortuna di partecipare ad un progetto europeo per l’insegnamento della seconda lingua nelle scuole (FLaCHi Foreign Language for Children). Il progetto prevede l’insegnamento della seconda lingua attraverso l’uso di un gioco, da tavolo e on-line, il cui nome è Langopolis,
appositamente studiato, che si articola all’interno di un ambiente
(villaggio) che i bambini devono popolare (anche con oggetti da
costruire) con le loro storie.
Il metodo incentiva il lavoro di gruppo sia in presenza che a distanza.
Sebbene
i maestri e le maestre delle scuole slovene e italiane che hanno
partecipato al progetto avessero evidenziato le difficoltà di
sperimentare il metodo nel poco tempo a disposizione, al termine della
fase di sperimentazione i maestri hanno espresso la loro soddisfazione
per i successi di FLaCHi.
In particolare mi ha colpito il racconto (documentato da bellissimi video) di una maestra che asseriva che durante
le attività di FLaCHi cadevano i pregiudizi tra i ragazzi di
nazionalità differente e venivano meno le difficoltà comportamentali
dei bambini.
Mi è
venuto in mente che attraverso l’adozione di un gioco del genere
(ops… intendo dire di un metodo del genere) si potrebbe insegnare
anche l’italiano ai bambini immigrati, oltre che la seconda lingua agli
alunni di lingua italiana.
Uscendo
dalla presentazione ho incontrato un amico maestro che mi ha parlato
della riforma Gelmini. Diceva che la riforma della Ministra Gelmini
riporterà indietro la scuola di decenni, colpendo in particolare le
scuole elementari che, anche secondo l’OCSE, sono le uniche scuole
italiane che hanno un livello di eccellenza.
Se questo è vero non lo so.
Quello che so è che è che attività come Langopolis, come molte delle
attività che fanno uso o sono legate alla tecnologia, in particolare se
collaborative, hanno bisogno di competenze complesse e capacità di
lavorare insieme che spesso una sola persona non possiede. In special
modo se si tratta di persone di età superiore ai 50. Quello che ci
hanno raccontato quegli insegnanti è che per utilizzare Langopolis c’e’
bisogno di tempo. Invece il mio amico maestro mi dice che la riforma
Gelmini (re)introduce il maestro unico e diminuisce le ore di lezione.
Mi domando quale fosse il senso delle 3 I della campagna per le scuole del precendete governo Berlusconi. Ricordate? Intenet, Inglese, Impresa.
Ed ecco l’illuminazione: forse delle 3 l’unica I che la ministra
Gelmini persegue è quella di Impresa. Nel senso di sminuire sempre di
più il sistema scolastico pubblico forse in favore di quello privato?
riferimenti:
- Piero Calamandrei: discorso pronunciato al III Congresso dell’Associazione a difesa della scuola nazionale (ADSN), Roma 11 febbraio 1950
- Una raccolta di link sulla riforma Gelmini
- FLaCHi
Standard OOXML, ISO screditato!
Lo scrivono ufficialmente i rappresentanti di Cuba, Paraguay, Ecuador, Venezuela, Brasile e Sud Africa al termine del Congresso Internacional Sociedade e Governo Eletronico (http://www.consegi.gov.br/), tenutosi a Brasilia dal 27 al 29 agosto.
Secondo i rappresentanti dei 6 paesi, molto avanti nell’introduzione del software libero nella pubblica amministrazione, mentre fin’ora per impiegare software e formati nella PA questi dovevano soddisfare i requisiti degli standard ISO, dopo l’approvazione dello standard OOXML (proposto da micrsoft che si sovrappone ad uno standard già esistente) ciò non sarà più automatico.
La credibilità dell’organizzazione che si occupa di standard sta iniziando a scendere in maniera verticale, e mentre fin’ora si trattava di critiche di singoli, organizzazioni, aziende, ora cominciano a farsi strada prese di distanza ufficiali di importanti governi.
Per approfondire:
- Hasta la vista, OOXML
- Office non supera il test OOXML
- Approvato OOXML come standard internazionale
- OOXML, niente appello
Ennesima censura italiana: stavolta tocca a Pirate Bay
Riporto (senza parole) l’annuncio di Pirate Bay.
Fascist state censors Pirate Bay
We’re quite used to fascist countries not allowing freedom of
speech. A lot of smaller nations that have dictators decide to block
our site since we can help spread information that could be harmful to
the dictators.
This time it’s Italy. They suffer from a really bad background as
one of the IFPIs was formed in Italy during the fascist years and now
they have a fascist leader in the country, Silvio Berlusconi.
Berlusconi is also the most powerful person in Italian media owning a
lot of companies that compete with The Pirate Bay and he would like to
stay that way – so one of his lackeys, Giancarlo Mancusi, ordered a
shutdown of our domain name and IP in Italy to make it hard to not
support Berlusconis empire.
We have had fights previously in Italy, recently with our successful
art installation where we had to storm Fortezza in order to get our art
done. And as usual, we won. We will also win this time.
We have already changed IP for the website – that makes it work for
half the ISPs again. And we want you all to inform your italian friends
to switch their DNS to OpenDNS
so they can bypass their ISPs filters. This will also let them bypass
the other filters installed by the Italian government, as a bonus. And
for the meanwhile – http://labaia.org works (La Baia means The Bay in Italian).
And please, everybody should also contact their ISP and tell them
that this is not OK and that the ISPs should appeal. We don’t want a
censored internet! And the war starts here…
————
Lo staff del sito ha temporaneamente cambiato i propri indirizzi IP,
consentendo ad una parte degli utenti italiani l’accesso al servizio,
ha registrato un nuovo dominio http://labaia.org/ e consiglia a chi si trova in Italia di usare il servizio OpenDNS per aggirare la censura delle autorità di Roma.
altre info:
Microsoft piega ISO. Approvato OOXML come standard internazionale.
Uno standard per i documenti per applicazioni d’ufficio esiste da diverso tempo. Si chiama ODF (Open Document Format). E’ un formato libero e aperto, basato su XML, per i file tipo fogli di calcolo, documenti di testo, presentazioni, grafici, ed e’ stato approvato da ISO da un paio di anni. Ma la Microsoft ha pensato bene di presentare una propria proposta di standard internazionale per lo stesso tipo di file: OOXML per l’appunto.
La domanda è: che bisogno c’e’ di definire un secondo standard se ne esiste gia’ uno?
Lo standard serve a garantire che i documenti siano modificabili con
qualsiasi programma di office automation, che non si formino monopoli,
che non si leghino gli utenti ad un unico fornitore: interoperabilità!!
Saggezza vorrebbe che i produttori di software si attengano allo
standard esistente. Ma la Microsoft non e’ un produttore come gli altri.
La Microsoft e’ talmente insensibile al tema dell’interoperabilità che,
a quanto pare, il formato degli stessi files generati dalla suite
Office è diverso tra loro: Word salva con un formato, Excell con un
altro e cosi’ via.
Le critiche non si sono fatte attendere.
Non tanto verso Microsoft che fa il suo mestiere e tenta con tutte le
forze di mantenere la sua posizione dominante nel mercato, ma nei
confronti di ISO (International Organization for Standardization), il
cui meccanismo di analisi delle proposte di standardizzazione a detta
di molti sta facendo acqua da tutte le parti. Intanto un primo effetto
le critiche lo hanno ottenuto: l’Unione Europea ha aperto un’indagine
per verificare se sia stato sfruttato l’abuso di posizione dominante
sul mercato per ottenere la standardizzazione.
Ed oltre alle critiche stanno iniziando anche le prime proteste:
Steve Pepper, ex chairman dello Standards Institute norvegese, ha
organizzato per il 10 aprile una manifestazione pubblica ad Oslo, sotto
il palazzo dove si riunisce la commissione ISO, per affermare che "La
Norvegia deve dire no a OOXML!".
Per approfondire:
- ISO
- ODF
- Standard ISO a confronto
- da Punto Informatico:
http://punto-informatico.it/p.aspx?id=2249954
http://punto-informatico.it/p.aspx?i=2244720 - NoOOXML
- Office non supera il test OOXML (il suo stesso standard):
- da zeus news
- da Punto Informatico
Wi-Max ennesima occasione persa!
Non sono bastate le 120 mila firme raccolte dal partito pirata a scongiurare l'ennesimo regalo del governo italiano alle grandi aziende della comunicazione!!
Il ministro Gentiloni ha presentato il bando di gara per l'assegnazione delle frequenze Wi-Max. Wi-Max è una tecnologia wireless che usa però
delle frequenze radio differenti che conconsentono di coprire vaste aree di
territorio (una sola antenna sembra sia in grado di coprire un'intera
vallata alpina).
Saranno 35 le licenze su base territoriale messe all'asta dal governo italiano. Presentato come un passo fondamentale per garantire il diritto d'accesso alla rete rappresenta in realtà l'esatto contrario: l'ennesimo recinto alla rete!
Le aste per l'assegnazione delle licenze partiranno da una base media di piu' di un milione di euro con punte di quasi 3, come nel caso della provincia di Milano. Fanalino di coda la Valle D'Aosta con 40.000 euro (avete letto bene 40 mila)
E chi potrà permettersi di partecipare alle aste con queste cifre di partenza? Ovviamente le poche grandi imprese delle telecomunicazioni.
Cosi' ancora una volta ci troveremo nella situazione in cui pochi godono di una risorsa di tutti (le frequenze) facendole pagare ai molti consumatori.
Non che ci aspettassimo regali, ma il ministro si e' dimostrato completamente sordo alle richieste di molti nella rete che chiedevano di non assegnare tutte le frequenze con un'asta e di lasciarne un terzo ad uso libero e senza fini di lucro. Nulla da fare! Ennesimo schiaffo ai cittadini! Ennesimo regalo agli oligopolisti della comunicazione!
Grazie signor ministro!
Per approfondire:
* Lettera aperta al Ministro Gentiloni
* Articolo su Punto Informatico
* La notizia dell'annuncio su Repubblica
* L'appello del Partito Pirata: Liberate il Wi-Max
* Precedente articolo su questo blog
Dio ha telefonato in america: storie di ordinaria censura!
Stavolta la mannaia della censura non ha aspettato neache che ci
fosse un pronunciamento di una qualsiasi autorita'! Si sono susseguiti
a distanza ravvicinata due casi.
La prima riguarda gli Yes Men, che sono stati "semplicemente" oscurati dal provider dove risiedeva il proprio
server a causa della pressione della ExxonMobil, grandissima major del
petrolio che, non avendo gradito l'ultima campagna degli Yes Man, ha
chiesto al provider che li ospitava di chiudere il loro server.
Il provider ha prontamente obbedito.
La seconda e' di casa nostra ma si estende sin negli States.
Molle Industria e' un gruppo che produce giochi on-line con l'intento di svegliare le coscienze sopite.
La sua ultima creazione si chiama "operazione pretofilia". Si tratta di
un gioco che lungi dall'essere pedofilo o pornografico riprende la
questione delle reticenze della chiesa in tema di preti pedofili. Lo
scopo del giocatore e' infatti quello di evitare di far arrestare i
preti pedofili distraendo i poliziotti o intimidendo bambini e genitori.
C'e'
stata una interrogazione parlamentare del capogruppo alla camera
dell'UDC che appellandosi alla legge contro la pedofilia ha chiesto la
cancellazione del gioco.
Molle Industria ha deciso a questo punto di cancellare il gioco per non rischiare la chiusura dell'intero sito.
Ma la rete e' spesso incontrollabile, e nonostante il gioco sia
stato cancellato dal sito di molleindustria e' stato replicato in
decine di siti.
( http://www.systemcrash.nl/mirror/pretofilia.swf – http://www.gmktg.it/op/pretofilia.swf).
Alcuni dei siti che hanno replicato il gioco sono ospitati da noblogs.org il servizio di blog di Autistici/inventati (dove e' ospitato anche il presente blog)
A questo punto il provider che ospita il serivizio di
Autistici/Inventati e' stato raggiunto da una mail di una associazione
non meglio identificata che chiedeva di offuscare l'intero sito (circa
700 blogs).
Noblogs.org e' stato inraggiungibile per una giornata intera, ma gli autistici, come avevano garantito nel loro comunicato, lo hanno di nuovo messo on-line in brevissimo tempo con tutti (tutti) i contenuti.
Altre info:
- Molle Industria: sia fatta la sua volonte'
- il comunicato di Autistici/Inventati
- “Liberté, Egalité, Volonté. The Blasphmous Art Riot”. A cura del gruppo Les Liens Invisibles in collaborazione con Image Guerrilla Group.
- Punto Infromatico: quando il ministro viola la legge
- Il video dell'intervento degli Yes Man che ha provocato la richiesta di censura da parte della Exxon-Mobil
- Storia della censura della rete civica romana
- La repressione dell'utopia in rete (da Hacktivism. La liberta' nelle maglie della rete di Di Corinto, Tozzi)
- Il caso di psicoattivo
- Libertà e censura. Serie di testi dal sito di Giancarlo Livraghi: gandalf.it
- Da Punto Informatico: Internet? mondo virtuale di censura vera
- Peace Reporter: I catoni della rete























