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creatività, cooperazione, condivisione
Updated: 24 min 13 sec ago

Si-può-fa-re!

Ven, 03/02/2012 - 5:27am

Suppongo che se lo fano a Monaco e in tutta l’Estremadura, si possa davvero fare!

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“Il quaderno di Maya”: l’ultimo romanzo di Isabel Allende

Ven, 03/02/2012 - 5:23am

(voce di Luca Grandelis)

Isabel Allende è una delle autrici più importanti e apprezzate della letteratura sudamericana.

I suoi romanzi hanno molteplici sfaccettature, raccontano storie di donne che cercano la propria verità attraverso un percorso introspettivo, un cammino a ritroso che si snoda tra realismo e surrealismo, tra dolore provato, vissuto, come la morte della figlia della scrittrice, e magia, visioni, esoterismo…

“La casa degli spiriti”, “Paula”, “Ritratto in seppia”, “La città delle bestie” sono solo alcune delle opere dove è possibile rintracciare questi aspetti, che fanno la cifra stilistica della Allende.

Con l’ultimo romanzo, “Il quaderno di Maya”, l’autrice cilena torna a raccontare la vita di una donna, Maya Vidal, adolescente vittima di droga e alcol che, dai bassifondi di Las Vegas, riesce a scappare per raggiungere una terra incontaminata, nel sud del Cile, dove affronterà un altro viaggio: dal suo passato torbido, difficile, intriso di degrado e solitudine al suo futuro, fatto di solidi valori, di natura e semplicità, di rispetto e amore.

In questa isola incantata dell’arcipelago di Chiloé, terra d’origine della sua nonna paterna, un luogo primordiale, ma amico, Maya può ritrovare le proprie radici, passaggio indispensabile per guardare al futuro. La ragazza ha un quaderno dove annota tutto ciò che le accade e, attraverso la scrittura, come pezzi di un puzzle, alterna passato e presente, per ricostruire e ricomporre la sua vita.

Una prosa incalzante che si tinge di noir fa da cornice ad un altro esempio di figura femminile, coraggiosa e mai scontata, che popola la narrativa di Isabel Allende.

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21 Febbraio; openSUSE Night a Milano

Gio, 02/02/2012 - 12:27am

Martedi 21 Febbraio, presso la sede OpenLabs di Piazza San Luigi 4 (Milano), dalle ore 21, ci sarà la “openSUSE Night”.

 

La serata, aperta al pubblico, è organizzata in collaborazione tra OpenLabs ed FSUGItalia, e sarà dedicata a conoscere ed ad approfondire la distribuzione GNU/Linux “openSUSE”.

In particolare, dopo una breve presentazione di openSUSE e delle sue caratteristiche, vi sarà un ampio spazio aperto alle domande del pubblico e alle prove pratiche e alle installazioni.

Maggiori dettagli ed informazioni sono disponibili sul wiki eventi di FSUGItalia.

 

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21 Febbraio; openSUSE Night a Milano

Gio, 02/02/2012 - 12:27am

Martedi 21 Febbraio, presso la sede OpenLabs di Piazza San Luigi 4 (Milano), dalle ore 21, ci sarà la “openSUSE Night”.

 

La serata, aperta al pubblico, è organizzata in collaborazione tra OpenLabs ed FSUGItalia, e sarà dedicata a conoscere ed ad approfondire la distribuzione GNU/Linux “openSUSE”.

In particolare, dopo una breve presentazione di openSUSE e delle sue caratteristiche, vi sarà un ampio spazio aperto alle domande del pubblico e alle prove pratiche e alle installazioni.

Maggiori dettagli ed informazioni sono disponibili sul wiki eventi di FSUGItalia.

 

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La Repubblica: Dietro il risiko dell’ACTA, minaccia globale alla libertà

Gio, 02/02/2012 - 12:27am


Dietro il risiko dell’ACTA, minaccia globale alla libertà
Che cosa muove il trattato anticontraffazione firmato da 22 dei 27 paesi UE a Tokyo, quali sono i suoi punti deboli e come impatterà nell’ecosistema web. L’Italia sarà legalmente vincolata a questo accordo anche se il Parlamento italiano non è mai stato informato nel merito dei contenuti di ARTURO DI CORINTO per Repubblica del 31 gennaio 2012

VENTIDUE dei ventisette paesi membri dell’Unione europea hanno firmato il Trattato anticontraffazione “ACTA” 1 a Tokyo, ma già a dicembre il Consiglio Europeo lo aveva adottato durante un incontro su agricoltura e foreste. Un fatto che ha suscitato una vasta opposizione fra i cittadini e la chiamata in causa dell’Europarlamento che dovrà ratificare l’accordo o rigettarlo, entro giugno. Nel frattempo il relatore Ue del trattato per il commercio internazionale, Kader Arif, si è dimesso denunciando l’accordo come una pagliacciata, in Polonia sono scesi in piazza per contestarlo, Anonymous ha attaccato siti e agenzie in risposta, e un vasto movimento d’opinione oggi scuote la rete per chiederne l’abrogazione. In un’analisi appena diffusa dalla coalizione anti-Acta si spiega perché 2.

I motivi sono di forma e di sostanza. Di sostanza, perché l’accordo anticontraffazione non riguarda solo la contraffazione e pur con il legittimo obiettivo di favorire la lotta alla pirateria alimentare, dei farmaci, di film e musica, chiama in correo chiunque possa conoscere o fornire informazioni sui sospetti responsabili di tali reati, ad esempio gli Internet service providers e gli intermediari di servizi Internet (come Google, Yahoo! o Wikipedia), cui assegna il ruolo di sceriffi nell’accertamento di queste violazioni.

Al comma 3 dell’articolo 27 l’accordo prevede la “cooperazione” fra i titolari dei diritti e gli Isp secondo un meccanismo “extragiudiziale” o “alternativo al tribunale”. Significa che i compiti di polizia – sorveglianza e raccolta di prove – quelli giudiziali, le sanzioni, possono essere affidati a soggetti privati bypassando l’autorità giudiziaria e il diritto a un giusto processo. A riprova di questo ruolo da sceriffi, nel comma successivo il trattato consente ai titolari di diritti di ottenere dati privati sugli utenti dai fornitori di servizi Internet senza la decisione di un giudice. Il dispositivo non è vincolante ma può essere modificato con un emendamento. Inoltre le sanzioni civili previste possono ricadere sugli intermediari ed essere usate per convincerli a “cooperare”. A dispetto di molti studi che smentiscono i dati sulle perdite dell’industria dei contenuti causati dalla pirateria (come dice la “Corte dei Conti” 3 degli Stati Uniti), Acta prevede che la stima dei danni venga fatta dai titolari dei diritti e non sulla base di analisi precedenti e indipendenti.

Ma quello che preoccupa è che così facendo si pongono i diritti di proprietà intellettuale a un livello più alto degli altri, come quella alla libertà d’espressione, d’opinione e alla privacy, tutto il contrario di quanto è stato raccomandato in sede Onu nello speciale rapporto sulla promozione e la protezione della libertà di opinione e di espressione che dice esplicitamente che non si possono filtrare, censurare e disconnettere dalla rete i presunti sospetti di violazione dei diritti di proprietà intellettuale 4.

In aggiunta, sempre all’articolo 27, il trattato crea una cultura del sospetto che non favorisce mercato e concorrenza perché impedisce di usare il patrimonio culturale preesistente, quali le opere orfane, e tratta come reati anche la condivisione senza scopo di lucro delle opere tutelate da copyright criminalizzando strumenti, tecniche e piattaforme di condivisione come i blog, i network peer to peer, il free software e altre tecnologie che contribuiscono a disseminare cultura e conoscenza.

Open Government? L’obiezione ad ACTA è di metodo, perché pur col proposito legittimo per gli Stati di rafforzare la repressione contro la contraffazione dei marchi, la violazione dei brevetti e la falsificazione delle opere dell’ingegno – l’accordo è il risultato di trattative segrete che sono trapelate solo grazie agli sforzi di un’ampia coalizione internazionale e ai cable di wikileaks. Nello specifico, Edri 5, EFF 6, La Quadrature du net 7, e molti parlamentari europei denunciano dal 2008 come l’accordo abbia bypassato le sedi competenti in materia di brevetti e copyright quali la WIPO e la WTO che hanno chiare garanzie procedurali; che l’accordo è stato negoziato a porte chiuse; che i documenti negoziali non sono tutti disponibili quindi è impossibile interpretare correttamente alcune sue parti; che l’accordo non tiene conto dell’impatto economico e sociale che produce e riutilizza vecchi dati relativi all’IPRED I e II (la vecchia “Direttiva enforcement”), in un contesto diverso da quello odierno dell’economia di rete.
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Ma quello che pare insopportabile è soprattutto la creazione di una nuova istituzione, “il Comitato ACTA” con l’incarico di interpretare e implementare il trattato ma senza garanzie che operi in maniera aperta, trasparente, inclusiva e soggetta a pubblico scrutinio e che appunto potrà cambiare il trattato “in corsa”, dando però la facoltà ai firmatari di “uscirne” in seguito a cambiamenti rilevanti.

Nonostante gli sforzi del Consiglio Europeo e dei negoziatori per rintuzzare tali accuse e rendere politicamente corretto ogni passaggio del trattato questa opacità è già di per sé stessa motivo di indignazione poiché esemplifica un meccanismo arbitrario che fa carta straccia della retorica dell’open government di cui tanto si parla, facendo della UE il contrario di una democrazia partecipata. Non è infatti pensabile che nel terzo millennio decisioni di tale rilevanza siano prese senza consultare i cittadini, anzi, tenendoli all’oscuro. Addirittura la stessa amministrazione Obama ponendo il segreto su ACTA per motivi di sicurezza nazionale aveva ammainato la bandiera dell’open government.

Insomma, facendo leva sulle presunte perdite economiche che l’industria dell’intrattenimento da alcuni anni a sproposito lamenta, si vuole modificare gli ordinamenti giudiziari locali per rendere i fornitori di servizi responsabili di quanto la Rete veicola, al fine di obbligarli a diventare i gendarmi delle corporation così come Disney, Mediaset, NewsCorp hanno chiesto alla UE nel 2006 9. Questo è un altro motivo di disappunto. Far modificare il quadro normativo e giuridico europeo per adattarlo alla politica dei lobbisti di un altro paese è una questione di sovranità nazionale.

La nuova economia. Ma come si è arrivati a questo? E’ chiaro che i paesi occidentali hanno rinunciato da tempo a competere con i Brics sulla produzione manifatturiera e questo accordo evidenzia il fatto che in un’economia globale e finanziarizzata la competizione si è spostata dalla qualità delle merci alle aule di tribunale, dalla disponibilità di materie prime alla tutela degli asset immateriali delle aziende e quindi all’adozione di meccanismi legislativi in grado di applicare norme vantaggiose per i titolari di diritti intellettuali, spesso a discapito degli interessi stessi dei singoli paesi aderenti.

ACTA, infatti, nonostante il nome, non si occupa solo di contraffazione ma di ogni aspetto della cosiddetta proprietà intellettuale come definita dagli accordi Trips, e quindi di brevetti, copyright, marchi, segreto industriale, indicazioni geografiche, circuiti integrati, disegno industriale e pratiche competitive. Le multinazionali che spingono ACTA hanno un interesse specifico nel campo dei biocarburanti e dei farmaci, quindi degli alimenti geneticamente modificati, delle sementi, delle molecole, dei metodi e processi di trasformazione della materia o dell’energia. In un’economia fatta di idee, informazioni, conoscenze e scambio linguistico dove il capitale fluisce nei circuiti finanziari e l’impresa è deterritorializzata, la proprietà intellettuale non è solo un fatto di film e musica.

ACTA inoltre impone delle restrizioni all’interoperabilità dei contenuti e del software che arrecheranno notevoli danni ai consumatori e alle piccole e medie imprese ed introduce il concetto di “incitamento alla violazione del copyright” che non fa parte del quadro legale europeo e ostacola l’accesso ai contenuti anche quando questo è legale.

Questo solo esempio ci fa capire che Acta disincentiva l’innovazione che spesso cresce in quell’area grigia dove è facile violare la proprietà intellettuale mentre si fa ricerca e innovazione all’interno di un processo che viene frenato dal timore di cause legali a causa dell’incetta di brevetti e copyright da parte delle corporations che si traduce in una vera e propria barriera al mercato per le piccole e medie imprese.

Se un rafforzamento della repressione contro la falsificazione dei prodotti può essere condivisibile e auspicabile, in particolare per quanto riguarda la tutela della salute delle persone, non è possibile ammettere altrettanto quando ciò riguarda il diritto dei paesi in via di sviluppo all’accesso ai farmaci e l’inibizione all’utilizzo della Rete per le persone che, senza scopo di lucro, condividono cultura e conoscenza attraverso il medium del nuovo millennio, in particolare quando ciò viene fatto con procedure invasive della privacy e senza garanzie giudiziarie.

Il Trattato ACTA contiene disposizioni che andrebbero a modificare il quadro legale dell’Unione Europea, rendendo responsabili i fornitori di connettività e servizi di ciò che le persone immettono su Internet, facendo cadere i principi di mere conduit e di neutralità della Rete che sono stati i fondamenti grazie ai quali essa finora è riuscita ad affermarsi come strumento essenziale per il commercio, la libertà d’espressione, l’arricchimento culturale e la partecipazione democratica.

Acta: un fatto legislativo, non commerciale. Negli Usa non è considerato un trattato. Se lo fosse, dovrebbe passare per un voto al Senato, ma l’amministrazione Obama lo ha dichiarato un “accordo esecutivo” che lo renderebbe vincolante solo in accordo alla Convenzione di Vienna sulla Legge dei Trattati del 1969 che non è stata ratificata dagli Stati Uniti. La manovra americana è perfettamente coerente con gli scopi dell’amministrazione Obama di mantenere un’asimmetria vantaggiosa per gli interessi dell’industria della “proprietà intellettuale” di casa propria: esportare un tipo di enforcement concernente la “proprietà intellettuale” verso paesi terzi, senza essere vincolati da quell’enforcement, per permettere alle industrie americane di conquistare un vantaggio competitivo rispetto alle industrie straniere.
ACTA lederà le libertà dei cittadini italiani e il commercio nazionale molto più di qualsiasi ordinario accordo commerciale.

L’Italia sarà legalmente vincolata a questo accordo, ma il Parlamento italiano non è mai stato informato nel merito dei contenuti né ha potuto analizzare l’impatto che questo accordo avrà sul nostro sistema legale anche se la tanto discussa delibera AGCOM ne recepisce quasi interamente le ragioni (Vedi Repubblica del 5 maggio 10).

ACTA è solo in apparenza un accordo commerciale: in realtà esso è di natura legislativa. Perciò è Inaccettabile che i parlamentari italiani siano stati esclusi dal processo, mentre 42 dirigenti delle industrie con interessi correlati a brevetti e copyright hanno potuto accedere ai documenti e concorrere alla loro formulazione, mentre si richieda di accettare come fatto compiuto i risultati di un lavoro svolto in segreto.
Non è ammissibile che a decidere del futuro della libertà e ad interferire con le leggi di uno Stato sovrano siano pochi funzionari e rappresentanti di corporation.

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Arcireport: ACTA, una guerra politica

Gio, 02/02/2012 - 12:27am


ACTA: una guerra politica
Arturo Di Corinto
per ARCIREPORT anno X, n. 4, 31 gennaio 2012

E così ce l’hanno fatta. Le grandi multinazionali sono riuscite a imporre all’Unione Europea la firma del trattato ACTA, l’accordo globale anticontraffazione. Con la scusa di tutelare i diritti di proprietà intellettuale dei produttori di farmaci, alimenti, canzoni e film dalla pirateria globale, poche corporations sono riuscite ad anteporre i propri profitti alla libertà di espressione, di ricerca, di cooperazione, mettendo a rischio economie di sussistenza, il diritto alla salute e alla cultura e trasformando Internet in uno stato di polizia.
Dopo tre anni di accordi riservati, pesanti azioni di lobbying, e di sberleffi al Parlamento Europeo, l’accordo è stato siglato a Tokio da una quarantina di paesi fra cui USA, Giappone, Canada, Australia e Unione Europea. Dicono dovrebbe armonizzare le regole e le modalità di enforcement sulla proprietà intellettuale, ma la verità é che si tratta di un imponente dispositivo di censura e autocensura che prevede dure sanzioni e persino la galera per chi ne viola le regole. Alla faccia della privacy. Per chi produce farmaci generici, ad esempio, visto che In base ad Acta, le grandi aziende farmaceutiche potranno richiedere e ottenere i nominativi di chi sta facendo ricerche su farmaci basati su brevetti e impedire le ricerche sugli equivalenti generici, mentre le major del disco potranno chiedere ai provider i dati degli utenti sospetti di violazione del copyright. Senza l’intervento della magistratura.
La posta in gioco è alta e non ha niente a che vedere con la tutela dei cittadini.
ACTA è “un’evoluzione” dei famigerati TRIPs (Trade Related Aspects of Intellectual Property Rights) gli accordi sul libero commercio intesi fra l’altro a limitare la commercializzazione di farmaci anti-Aids; é figlia del pessimo Telecom Package che dovrebbe armonizzare il mercato europeo delle telecomunicazioni ponendo pesanti restrizioni al libero uso della rete; é il coronamento degli sforzi della lobby anti-Internet che dal 2005 chiede, passando per il governo americano, che l’Europa attui un pesante giro di vite sulla diffusione di contenuti online remixati dagli utenti.
Il tema è geopolitico. Obiettivo sono la Cina e la Russia, vasti mercati di copie illegali del l’industria hollywoodiana, l’India e il Sudafrica, dove si sperimentano i farmaci generici salvavita, il Brasile, dove si ampliano gli appezzamenti di terra coltivata con sementi OGM brevettate. La crisi economico-finanziaria che morde l’Occidente ha anche questo come effetto, l’irrigidimento delle norme a tutela degli asset immateriali delle imprese che invece di competere sulla qualità e l’innovazione dei propri prodotti, cerca di non perdere un euro o un dollaro di revenues legate a royalties e brevetti. Ma sotto sotto c’è anche un attacco di tipo politico. Contro Obama, notoriamente sostenuto dai grandi intermediari della comunicazione come Google, Facebook, Twitter, e i grandi fornitori di connettività, attraverso cui la “pirateria” si declina, e che non per caso sono contrarie ad ACTA, all’opposto delle associazioni dei discografici e dei cinematografici, insieme a un pugno di multinazionali del farmaco come Monsanto e Pfizer. La cosa sarebbe farsesca se non fosse tanto drammatica. Proprio loro che campano sulla biopirateria e sul copyright di opere della cultura orale come fa Disney, chiedono un giro di vite contro i pirati. Ma l’accordo deve essere ratificato a giugno dall’Europa. Le dimostrazioni di strada contro ACTA negli Usa, in Inghilterra e in Polonia, e gli attacchi di Anonymous in rete contro le multinazionali, ci dicono che non tutto è perduto.

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Passaggio d’epoca. Intervista a Pietro Barcellona

Gio, 02/02/2012 - 12:22am

Pietro Barcellona, già membro del Consiglio superiore della magistratura e deputato alla Camera, è professore emerito di Filosofia del diritto presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Catania. Tra le sue ultime pubblicazioni ricordiamo: Elogio del discorso inutile (Dedalo, 2010); Incontro con Gesù (Marietti, 2010); Viaggio nel Bel Paese. Tra nostalgia e speranza (Città aperta, 2010); (con F. Ventorino), L’ineludibile questione di Dio (Marietti, 2010); L’oracolo di Delfi e l’isola delle capre (Marietti, 2009); Il furto dell’anima. La narrazione post-umana (Dedalo, 2008). Il suo ultimo volume è Passaggio d’epoca. L’Italia al tempo della crisi (ed. Marietti, 2011), nel quale il professore ritrae il Bel Paese come una canna esposta ai venti della globalizzazione finanziaria, della tecnoscienza priva di limiti, di un marketing sociale che non solo diseduca i giovani ma li manipola. L’abbiamo intervistato.

Ha scritto che l’Italia è diventata “un Paese gelatinoso a causa del deficit di politica”. Che vuol dire?
Voglio dire che assistiamo a uno spappolamento, a una frantumazione ormai incontrollabile della società (è difficile oggi trovare qualcuno che non sia nevrotico o schizofrenico). La società è tenuta insieme da un collante troppo debole; quando dico “gelatinosa” mi riferisco al fatto che l’Italia si riunisce più intorno al Festival di Sanremo che a un ideale comune relativo alla propria cultura, alla propria identità, al proprio ruolo nel mondo. Frantumazione che vediamo oggi con grande evidenza: ci sono rivolte dappertutto, pezzi di società che si combattono tra di loro; verrebbe da parlare di assenza totale di società. Come la gelatina si scioglie al primo caldo, così questo Paese sembra sempre sul punto di sciogliersi in mille rivoli.

Ha definito il Suo discorso “reazionario”.
È un’idea che è stato già utilizzata, ad esempio da Berlinguer, che preferiva in verità il termine “conservatore”, mentre io ho voluto calcare la mano sulla reazione alla dissoluzione cui ho appena accennato. Il reazionario è colui che guarda al futuro e vede che non può esserci trasformazione senza tradizione, mentre quello che accade oggi in Italia è proprio un’eclissi della memoria storica. Riportare al centro la memoria come risorsa per pensare il presente può dunque sembrare un’operazione controcorrente; ma a ben vedere, la conservazione certe volte è quanto di più rivoluzionario si possa immaginare.

Punta maggiormente a una critica dell’economia italiana in particolare, o di quella capitalistica in generale?
Io punto a una critica dell’economia capitalitica globale. Certamente la situazione italiana ha le sue specificità, ma ciò che sta per spezzare la corda è questa forma di sviluppo capitalistico essenzialmente finanziario, disancorato dai rapporti con le persone e con i territori, in cui la moneta è diventata una specie di principio autoreferenziale che valorizza se stesso, senza passare per i processi produttivi e per le persone reali che producono. Va evidenziato che il capitalismo attuale non è affatto paragonabile a quello industriale, dal quale è completamente diverso: quello industriale si muoveva all’interno della dialettica tra il capitale e il lavoro, che riusciva a contenerlo (e c’era anche una relativa autonomia della società, che si organizzava secondo tendenze e costumi propri). Adesso invece questo capitalismo finanziario globale ha assorbito l’intera vita delle persone e ha del tutto esautorato la politica. È necessaria una critica di questo capitalismo, non solo di quello italiano.

Standard&Poor’s declassa la Francia e da noi per una settimana non si parla d’altro. Ma veramente non c’è nulla che conti più del PIL?
Be’, sono milioni le cose che contano più del PIL. Questa è solo una delle tante forme di idolatria dell’economia, è una deformazione mentale quella che ancora oggi, dopo tutte le dotte critiche rivolte al PIL, continua a considerarlo come parametro affidabile per lo stato di salute di una nazione.

Dice che l’Italia dovrebbe diventare “una nazione orgogliosa”. Non lo è?
Dico anzi che tutta l’Europa dovrebbe diventare orgogliosa di sé! Mettendo fine al disastro di una politica nazionale e locale non condivisa a livello europeo e in buona parte eterodiretta, manovrata da entità sovranazionali e d’oltreoceano (per dirne una, il cosiddetto “assalto all’euro” di questi giorni proviene da gruppi di potere americani). L’Europa dovrebbe ritrovare la propria unità spirituale, che ha costituito per secoli un punto di riferimento; all’Italia, dal canto suo, basterebbe ricordare di essere stata uno dei luoghi del Mediterraneo dove sono nate tutte le premesse della nostra civiltà.

Cosa potrebbe fare concretamente la politica italiana ed europea?
C’è una cosa elementare che si potrebbe cominciare a fare anche senza essere minimamente rivoluzionari: ribaltare una parte di questi miliardi “bruciati” in Borsa su un grande piano per l’occupazione giovanile. Un milione di posti di lavoro (veri) in Italia; milioni in Europa, a partire dalla manutenzione e dal recupero dell’immenso patrimonio artistico che abbiamo (risorsa al momento non valorizzata e di quando in quando cade a pezzi). Se vogliamo una politica keynesiana calata nel nostro momento storico, volta non a “scavare buche per poi riempirle” (come diceva Keynes) ma a produrre un lavoro di riqualificazione del territorio di cui l’Italia in particolare – tra alluvioni, dissesti idrogeologici e quant’altro – ha quanto mai bisogno. E poi ci sarebbe l’agricoltura, vittima delle leggi comunitarie… ci sarebbero mille cose da fare, se solo riuscissimo a lasciarci alle spalle questa specie di contabilità ossessiva che non riesce a pensare ad altro che alle quotazioni della Borsa, lo spread ecc.

Sta scrivendo un libro sulla speranza. Ce n’è ancora per noi, al di là di ogni illusione?
La nozione di speranza viene elaborata nel contesto della storia ebraica allorché il popolo, fra le tante disgrazie, si affida alla guida di Dio, padre di tutti gli uomini. La speranza della terra promessa per gli Ebrei non è un’illusione: l’illusione è qualcosa di utopico, nel senso di irreale, mentre la speranza è concreta perché alla terra promessa ci si avvicina giorno dopo giorno su un percorso fatto insieme, con Dio. La speranza è proprio il contrario dell’illusione: è partecipazione attiva, agli antipodi di un abbandono passivo in attesa di una “salvezza”. La speranza è un processo trasformativo. Sta a noi metterlo in atto.

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Un tablet per ogni studente? La Apple tra iPad, iBooks e editoria…

Gio, 02/02/2012 - 12:22am

Dal sito Mondi digitali. Le frontiere dell’editoria, http://mondigitali.wordpress.com

Come si accennava nell’ultimo post pubblicato sul blog Mondi digitali, Le frontiere dell’editoria, la Apple è entrata con prepotenza nel mondo degli eBook, oltreché nel florido mercato del self-publishing. Le novità recentemente presentate a New York su iBooks 2 e iBooks Author (clicca qui per leggere tutte le news sulla presentazione) hanno aperto un grande dibattito.

Danno la possibilità di editare un eBook a costo zero. E allora qual è il problema?

Innanzitutto, i fatti. Apple ha introdotto un nuovo software, gratuito e semplice da usare, per l’autoproduzione di eBook. Si chiama iBooks Author (se hai mac provalo qui) ed è un software per il self-publishing. In concorrenza, quindi, a quello della Amazon. Nelle prime 72 ore il software è stato scaricato circa 90.000 volte, mentre sono stati più di 350.000 i download per i libri di testo che Apple ha messo a disposizione (leggi qui per saperne di più).

Vi starete chiedendo: e allora? Come mai tutto questo dibattito? Beh, gli iBook così creati possono essere venduti solo nell’iBookstore della Apple. E questo non è un dettaglio di poco conto. Quindi, se vi capiterà di editare il vostro bell’iBook, potrete intraprendere due strade:

1) renderlo pubblico gratuitamente;
2) venderlo, dividendo ovviamente i guadagni con l’azienda di Cupertino.

Così scrive Alessandro Miglio nel suo interessante post:

Ciò suona più o meno così: io, Apple, ti do in licenza gratuita un software per fare gli iBooks. Se tu vuoi vendere un testo digitale fatto con iBooks Author devi per forza farlo nel mio negozio. Io prendo una commissione (il 30%?) sui tuoi ricavi. Io decido che cosa è degno di stare nel mio store e che cosa invece non deve essere venduto. Insomma – conclude Miglio –, abbastanza inquietante, no?

A trovarlo inquietante sono in tanti (in merito leggi anche questo interessante post del blog Voglio vivere come se), anche se, in realtà, messa in questo modo l’offerta non sembra molto differente da quella del Kindle Direct Publishing di Amazon (leggi due vecchi post sui successi – e sugli insuccessi – di chi si è autopubblicato, cliccando qui e qui).

Cosa c’è nascosto tra le righe?

Ma in realtà la situazione è diversa e più complessa, e anche un tantino più inquietante. Il fatto è che la Apple punta sulla produzione di eBook educativi, per la scuola. E Il software è così ben fatto – a quanto si dice, io in realtà l’ho provato e qualche critica ce l’avrei, ma ne parleremo in uno dei prossimi post – che anche un utente poco esperto può generare eBook di discreta fattura.

L’utilizzo delle nuove tecnologie a scuola, in un mondo che si trasforma così velocemente, è da tempo dibattuto. Si sognano nuove forme di apprendimento, si sogna “un tablet per ogni studente”, come tempo fa aveva dichiarato il ministro Profumo (leggi l’articolo su Repubblica) e app per l’apprendimento (leggi anche questo post di pianetaebook, pubblicato non più di un mese fa).
Un liceo di Bergamo sta già utilizzando i tablet per lo studio. Sono in prova, in via sperimentale (leggi qui). Succede in Italia, ma succede ancora di più all’estero, in particolare in Inghilterra o negli Stati Uniti. Ma la Apple con questa mossa vuole entrare con prepotenza sul mercato dei testi scolastici, un mercato non ancora battuto dai libri in digitale e in potenziale espansione (estrema). Così Alessandro Miglio – sempre in questo post – sintetizza che cosa ci promette l’accoppiata iPad-iBooks 2:

1. Apple reinventa i libri di testo. Saranno splendidi (gorgeous, gorgeous books).
2. Faranno innamorare i bimbi dell’apprendimento.
3. Saranno interattivi, multimediali, ma anche fruibili in modo tradizionale.
4. Costeranno al massimo 14,99$ e acquistabili con un click (o un tap).

Pensateci, quindi: un software gratuito dove docenti e insegnanti possono editare autonomamente i propri libri di testo, pensati per i propri alunni, sempre modificabili, sempre aggiornabili e immediatamente fruibili, a costi molto bassi, con guadagni sulle vendite. A livello teorico, grossi vantaggi per loro. E grandi vantaggi anche per gli studenti e le famiglie, che spenderanno di meno per i libri e quindi per l’educazione dei propri figli.

Ma il giochetto è conveniente soprattutto per Apple, sotto molti punti di vista. Innanzitutto diventa editore, senza investirci alcuna risorsa: ha un guadagno del 30% sulla vendita di ogni eBook, con spese quasi nulle. La Apple, però, si spinge ancora oltre, ed è questo il punto focale: che controlla anche il device. Gli eBook editi da Apple sono infatti file .ibooks, e pertanto leggibili solo con un iPad.

Una intelligente mossa commerciale, ma chi ci guadagnerà?

Quindi, per riassumere: i libri di testo per la scuola saranno più economici, ma quanto si dovrà spendere per poterli utilizzare? Ogni studente dovrà dotarsi di un device, o meglio di un device Apple, e cioè di un iPad. Almeno 500 euro di spesa. Che queste spese le sostenga la scuola, o il singolo studente, è ininfluente: se l’iBooks Author dovesse ingranare, per la Apple saranno palate di soldi. Ma, a ben vedere, solo per la Apple. Non sarà così per gli insegnanti – quanto guadagneranno a vendere i libri (eventualmente) editi da loro ai propri studenti? Non si parla sicuramente di grandi numeri, ma di bazzecole –. Non guadagneranno di sicuro neanche gli studenti (o la scuola), che risparmieranno sul singolo libro/eBook ma dovranno dotarsi di un costoso iPad.

La Apple invece guadagnerà in primo luogo vendendo i propri device. E poi – e non poco! – con le vendite degli eBook, con il meccanismo della coda lunga.

Per capire la coda lunga, copio e incollo questo estratto da Wikipedia:

Un dipendente di Amazon ha descritto la coda lunga nei seguenti termini: “Oggi abbiamo venduto più libri tra quelli che ieri non sono affatto andati di quanti ne abbiamo venduti tra quelli che ieri sono andati”. Analogamente, Wikipedia, pubblicata dagli utenti della rete, conta un grande numero di voci di bassa popolarità, che collettivamente generano più traffico rispetto al numero limitato di voci molto popolari presenti in una enciclopedia convenzionale come la Encyclopædia Britannica.

In pratica, guadagnando il 30% (o simili percentuali) su ogni eBook scolastico venduto, la Apple, anche se probabilmente non avrà tanti eBook che scalano le classifiche, collettivamente guadagnerà un sacco di soldi, provenienti dalle migliaia di libri venduti anche solo per qualche decina di copie da ogni insegnante ai propri studenti.

“Non possiamo permetterci sistemi economici inefficienti e illiberali

Concludo citando Marco Calvo, uno dei punti di riferimento di Liber Liber (leggi qui un vecchio post su Mondi digitali), che in un post sulla rivista online paginatre.it (rivista per la quale anch’io ho di recente iniziato a collaborare) scrive così:

iBooks Author della Apple, una delle poche grandi aziende realmente capaci di innovare, può perciò essere un’ottima notizia, addirittura straordinaria. Attenzione però a entusiasmarsi subito. Tutto verrebbe cancellato se la Apple avesse progettato un sistema chiuso, come altri che ha realizzato in passato, nel quale imprigionare editori, docenti e studenti. Internet ci ha insegnato l’importanza degli standard interoperabili, ci ha fatto vedere quante ottime cose succedono quando le persone sono in grado di scambiarsi informazioni liberamente, ci ha dimostrato come anche l’economia prosperi quando non ci sono oligopoli, rendite di posizione, cartelli. E di questi tempi certo non possiamo permetterci sistemi economici inefficienti e illiberali.

Per saperne di più

iBooks Author permette l’utilizzo di testi e immagini con funzione drag & drop e include widget multitouch per gallerie di immagini, filmati o altro. Prevede inoltre l’utilizzo di template e una vasta scelta tra colori e font. (Clicca qui per saperne di più a livello tecnico).

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Recensione di “Filosofia. Corso di sopravvivenza” di Girolamo de Michele

Gio, 02/02/2012 - 12:22am

Didattica del mondo possibile

(Breve nota al “corso di sopravvivenza” di Girolamo De Michele)

C’è qualcosa di intenso e seducente nell’ultimo libro di Girolamo De Michele: “Filosofia. Corso di sopravvivenza” (Ponte alle grazie, 2011) ed è il fatto che il testo non essendo né un manuale ufficiale, né un saggio filosofico, né tantomeno una raccolta di biografie o exempla esistenziali, alla fine finisce col riassumere tutto questo aggiungendovi una sua qualità etica che ne fa appunto una singolare proposta di “sopravvivenza”.

Partendo dal fatto che il sapere filosofico non è “sopra” la vita e la realtà ma vi sta dentro creandole e creandosi continuamente, l’autore  ci conduce attraverso una stratificazione a volte discontinua, a volte più omogenea, di epoche, problemi, autori e concetti nel tentativo efficace di mostrarci che il tempo del pensiero non  coincide mai con quello della storia del pensiero.

La temporalità “altra” del concetto

Il tempo filosofico è un tempo non storico, ma stratiforme. Questo vuol dire che la filosofia è una cosa molto diversa dalla storia della filosofia, nella quale i filosofi sono infilati come i grani di un rosario e la conoscenza si svolge dal più antico al più recente: col risultato di rendere inspiegabile il perché alcuni tra i più grandi (e secondo molti i due più grandi) sono stati i primi.

Questo significa che nella vita del pensiero per esempio Agostino con la sua nuova idea del tempo può convivere con Freud e l’insegnamento di Seneca può essere accostato a quello di Deleuze, così come un problema come la governance della scuola pubblica po’ essere illuminato dalla analisi delle società disciplinari di Foucault.

E quando anche il sapere diventa un oggetto su cui si allungano le mani dell’impresa, che ha per scopo non l’estensione della conoscenza pubblica, ma l’aumento dei profitti di alcuni privati; quando alcuni beni comuni come l’acqua o l’ambiente sono smontati o privatizzati, che ne è della nostra vita? Che ne è della libertà? E’ questa in fondo l’unica domanda che conta.

Di conseguenza, poiché i concetti sono delle pure possibilità in grado di mettere in causa l’esistente, in quanto ne annunciano il tramonto e il superamento, creando quindi mondi possibili, l’esistenza dei filosofi è sempre stata un’esistenza a rischio, come attesta in modo inequivocabile la tradizione filosofica italiana. De Michele in effetti rimanda in continuazione ai filosofi italiani e nel testo c’è un intero capitolo dedicato ad essi,  i quali nella diversità di prospettive sono però accomunati da uno stesso destino esistenziale: quello della carcerazione. Sembra quasi che l’humus politico e sociale dell’Italia al di là dei tempi e delle stagioni sia stato quello di negare la libertà e la vitalità del possibile che si concretizzava nel pensiero dei suoi filosofi da Bruno a Machiavelli, da Leopardi a Gramsci, a Negri.

La grande evasione: creare il buco

I grandi filosofi italiani, in un modo o nell’altro, assomigliano ad Edmond Dantès, La loro condizione umana è la carcerazione: metaforicamente o alla lettera, dal punto di vista filosofico Machiavelli, Vico, Leopardi e Gramsci sono cresciuti in una galera dalla quale con l’aiuto dei maestri del passato-ciascuno di loro ha avuto un personale abate Faria- sono evasi

Tale evasione non è tanto fisica poiché molti di loro sono caduti fisicamente o socialmente sotto i colpi o le reclusioni delle autorità di questo mondo (che si sia trattato del Santo Uffizio, della polizia fascista o del “natio borgo selvaggio” le cose non cambiano) quanto piuttosto di natura concettuale e proprio per questo sempre attuale.

Non saprei dirvi con certezza perché ai filosofi italiani capita un po’ più spesso di altri di essere in esilio, in carcere, in fuga: però succede. Ancora negli anni’80 bellissimi libri di filosofia (in un’epoca in cui se ne scrivevano in Italia di pessimi) sono stati scritti da filosofi come Toni Negri e Paolo Virno che erano in carcere o in esilio, sotto l’accusa di essere i capi del terrorismo italiano. Naturalmente non era vero:  non erano capi di niente, non avevano commesso o comandato alcun omicidio. Non esisteva neanche un’organizzazione di cui essere a capo.

Del resto, poiché come insegnano Deleuze e Guattari, la filosofia è l’arte di creare concetti, esistono vari tipi di concetti, più o meno capaci di descrivere la realtà, esprimendo quella che è l’opinione di tutti, più o meno capaci di creare il nuovo finché il loro tempo lo consente, oppure addirittura concetti che, come il buon vino o addirittura un buon liquore con i secoli, con la stagionatura del tempo, non fanno che guadagnare nella loro capacità euristica, nel loro contenuto di verità.

In tali forme lo spessore vitale del pensiero è attualizzabile in ogni momento, dunque se il concetto è forte, non solo non muore mai, ma ci sta sempre davanti come se la sua possibilità aprisse sempre nuovi mondi. Ed è per questo che la temporalità della filosofia è discontinua rispetto alla temporalità storica.

E infine ecco i grandi filosofi i cui concetti continuano a produrre novità, conoscenza comprensione: ci sono concetti(le idee di Platone, l’intelletto produttivo di Aristotele, la gioia di Spinoza, il divenire di Eraclito, gli atomi di Lucrezio, il nichilismo di Nietzsche, la ragione riflettente di Kant, l’arido vero di Leopardi, la dignità umana di Pico della Mirandola, la sincerità di Montaigne, la merce di Marx) che sono uno scrigno del tesoro che sembra non esaurirsi mai

Utilizzando la metafora calcistica, – e De Michele come un vero raccoglitore di materiali sparsi, come il “bricoleur” di Claude Lévi-Straus non smette mai di  accostare discipline, visioni, concetti ed elementi eterogenei presi dai mondi dello sport, della canzone, del cinema e della letteratura, – appunto facendo uso della metafora calcistica ci spiega che esistono tre forme di concetto che sono equivalenti alle giocate del football o della pallacanestro. C’è il concetto che  trova il buco attraverso il passaggio che vedono anche gli spettatori, c’è quello che il buco lo costruisce là dove nessuno lo vedeva ma dove lo scopre la moviola a cose fatte e c’è infine l’ultimo, quello geniale che il buco lo crea anche laddove non c’era.

E in fondo se con la filosofia si ragiona per buchi è perché c’è la necessità di uscire e trovare un altro campo, un altro mondo, qualcosa che dia senso alla libertà scartando la prigione del reale già dato (quella dell’impero o dell’imperatore come dice Toni Negri in un’intervista, rintracciabile in rete, con De Michele alla Libreria Marco Polo di Venezia) perché le ragioni sono diverse e la realtà in fondo è possibilità.

Il potere politico della conoscenza

Il discorso filosofico di De Michele è selettivo e stratiforme, basato sulla discontinuità, pertanto i capitoli che riguardano la filosofia antica sono limitati alla figura di Socrate alla grande filosofia di Platone (con un gesto rivoluzionario e scandaloso la grande metafisica aristotelica base dell’ordinamento filosofico tradizionale è ridotta al minimo, a favore invece dell’etica e della poetica).

Se dunque nelle “idee” di Platone e in particolar modo nel mito della caverna della “Repubblica” il filosofo ateniese ci lascia una forte riflessione politica è perché la lotta contro il mondo falso che i sistemi attuali sostituiscono al mondo vero e che nessuno è più in grado di riconoscere, diventa oggi di estrema importanza. Non a caso il mito platonico torna sotto varie forme nei romanzi di Saramago e nei racconti di P.K. Dick.

Saramago (che era marxista) e Dick ponevano in modo consapevole questi interrogativi su un piano politico: cosa ne è della nostra libertà, se qualcuno ha il potere di far apparire il mondo diverso da come effettivamente è?Platone non è certo il primo filosofo che sostiene che il mondo reale non è quello che appare ai nostri sensi: ma è il primo, per quel che ne sappiamo, a cogliere l’aspetto politico di questo problema

Non contento di aver avvicinato efficacemente Platone a P.K.Dick, De Michele fa un passo in più: libera il capolavoro platonico dalle sclerotizzazioni e dai pregiudizi popperiani che ne avevano fatto l’archetipo dello stato totalitario. Rovesciando la prospettiva, la “Repubblica” diventa invece il testo fondamentale in cui la filosofia deve mettersi all’opera mostrarsi in atto e dove l’uomo trova la giustizia reale nell’ordinamento “giusto” che è quello adatto al bene comune.

Una società  fondata sull’uguaglianza deve eliminare ogni fonte di disuguaglianza, pensa Platone. Di più: l’anima come scopre il soldato Er nel mito della reincarnazione non si eredita dal padre. E dunque essere figlio di filosofo piuttosto che di fabbro non comporta essere filosofo o lavoratore. I figli dovranno dunque essere sottratti alle famiglie e educati in comune, a spese della polis

Infine alla accusa che anche la città ideale platonica si basi sull’economia schiavistica, De Michele risponde  così: E gli schiavi? In realtà Platone non ne parla: ma se guardate nella sua città non c’è posto per gli schiavi, dal momento che non c’è necessità di produrre ricchezza in eccesso col lavoro schiavistico, né di arricchirsi con la compravendita di esseri umani

Da Leopardi a Gramsci, passando per Marx

Certamente il capitolo sulla filosofia italiana è uno dei più importanti del “corso di sopravvivenza” e per questo vale la pena soffermarsi sulla riabilitazione filosofica che l’autore propone del pensiero leopardiano per troppo tempo considerato piuttosto una massa di appunti e riflessioni sparse. Al contrario, secondo De Michele, la reclusione di Recanati e la doppia angustia di “casa Leopardi”, spingono l’autore della “Ginestra” a cercare un buco e una strada teorica per sfuggire alla disperazione individuale e alla crisi socio-politica italiana (che è spaventosamente simile a quella che noi stiamo attraversando).

Ecco perché Leopardi è uno dei padri del nichilismo, perché porta alle sue estreme conseguenze le premesse italiane (già chiare nello scritto giovanile “Discorso sullo stato presente dei costumi degli Italiani”) della scoperta dell’arido vero, senza ricorrere a inutili illusioni ma evidenziando che il soggetto non è nulla e se la natura è tutto ovviamente Dio non esiste.

Né  esiste altro al di fuori della natura: non c’è un Dio, né disponiamo di alcuno strumento per affermarne l’esistenza. Perché dico questo? Perché si incontrano alcuni sedicenti lettori di Leopardi che, dalla concatenazione immaginazione-infinito, deducono che Leopardi si sarebbe aperto verso la dimensione della trascendenza. Poi certo ha avuto il cattivo gusto di morire, ma se non fosse morto…

Dunque la dolorosa filosofia leopardiana condurrebbe ad un esito completamente negativo come dimostrerebbero le conclusioni logiche di Plotino nella nota “operetta morale”. Tuttavia poiché la vita non è solo logica ma anche etica e affettività, l’amico Porfirio (en passant il tema dell’amicizia è un profondissimo tema filosofico) risponde a Plotino che se il suicidio “non può essere escluso” è la nostra dimensione etica che dovrebbe farci rinunciare ad esso. Per etica intendiamo quindi il legame che ci lega a coloro che ci amano e che come tali noi faremmo soffrire intensamente (e quindi ingiustamente) con il nostro gesto. Si fa strada fin d’ora quell’idea della “social catena” che è l’unica a poter salvare l’uomo nella sua dimensione di comunità e civiltà e che troveremo precisamente evocata nella “Ginestra”.

Tra questi uomini modesti ma nobili ci sono virtù non eroiche, ma civili: ‘il verace saper, l’onesto e il retto conversar cittadino, giustizia e pietade’. Virtù fondate non sulle favole o le illusioni, ma sulla verità che rende consapevoli che solo marciando insieme attraverso le tenebre, si può immaginare l’oltre della siepe, e cercare, magari poco per volta, di raggiungerlo

E che cosa è questo sapere doloroso e però civile se non una presentificazione di quella filosofia della prassi di marxiana e gramsciana memoria?

Ecco perché senza soluzione di continuità il capitolo di Leopardi è lo stesso di Gramsci e i problemi che muove Leopardi, sono per De Michele parte di quelli che evocherà il detenuto 7047 delle carceri fasciste. Antonio Gramsci uscirà fisicamente più morto che vivo da quella reclusione ma il suo pensiero avrà già compiuto la grande evasione con la mole pressoché infinita di quella officina in opera che sono i “Quaderni dal carcere”.

I Quaderni –lo Zibaldone del detenuto 7047- sono un’officina di concetti che viene fondata molto tempo prima . Officina in senso lato, ma anche in senso letterale: Gramsci è il pensatore politico che con più profondità ha cercato di comprendere il mondo delle fabbriche

Nella considerazione del ruolo degli intellettuali nella storia di Italia Gramsci va approfondendo l’idea che il ruolo del lavoro intellettuale sia decisivo “perché crea una visione del mondo che ha la capacità di imporsi alle masse”

In questa prospettiva il fascismo più che una rivoluzione reazionaria si configura come una rivoluzione fatta dagli ignoranti vale a dire da coloro che disprezzano la cultura e la considerano del tutto inutile, di conseguenza reputano l’uomo stesso un essere governato dalla sua pancia. Dunque chiosa De Michele ci troviamo di fronte non ad un fatto singolo o singolarmente temporale, come pensava Croce, considerando il fascismo una parentesi nella storia della libertà dello Spirito, quanto piuttosto a un fenomeno endogeno – e quindi sempre pronto a risorgere – della dimensione socio-politica italiana :

Il fascismo non nasce dal nulla: nasce dalla storia d’Italia, dal carattere passivo della rivoluzione risorgimentale, che non ha saputo coinvolgere né durante le guerre del Risorgimento, né dopo, le masse popolari. Il fascismo è l’autobiografia della nazione italiana (come scriveva Gobetti prima di essere assassinato da una squadraccia fascista), di una nazione che aspetta l’uomo della Provvidenza come ieri aspettava (rimanendo alla finestra) Garibaldi o D’Annunzio, di una nazione che vuole sentirsi raccontare che i conflitti finiranno e ci sarà la pacificazione nazionale – e poco importa se il pacificatore sarà una delle parti in causa del conflitto. E questa passività degli italiani ha bisogno di essere nutrita dall’ignoranza

E non c’è bisogno di sottolineare quanto siano attuali e urgenti queste parole.

Per una vita non fascista

Ma dicevamo che la caratteristica più singolare e seducente del testo di De Michele è il fatto di valere come proposta di sopravvivenza, vale a dire di porsi anche come una specie di manuale etico. E allora ecco l’ultimo capitolo del corso, “Prepararsi a vivere bene” dove la lezione di Bergson e Spinoza trova il suo inveramento nella lettura deleuziana e nella filosofia di Foucault, che, è inutile dire, De Michele considera i suoi maestri. Intanto le due figure di Bergson e Deleuze sono accomunate da una morte dignitosa che è una scelta di libertà: l’uno quella di non abbandonare i fratelli ebrei, le vittime dell’Europa nazista e l’altro quella di abbandonare la vita perché, malato terminale, “non è la vita che muore, muoiono solo gli organismi”, ma dopo aver consegnato il suo ultimo testo. Quindi sembra dirci l’autore del “corso di sopravvivenza” esiste la possibilità di una “vita filosofica” che è anche, evidentemente, l’esempio, di una esistenza “non fascista”.

Del resto l’evidenza più forte del capitolo è sicuramente l’analisi del potere che prima Foucault e poi Deleuze hanno portato avanti indicando anche la strada di una riappropriazione della vita nell’epoca della sua irreggimentazione e delle passioni tristi che con essa si producono. Il dato di fatto è che siamo passati oramai dalle società disciplinari di epoca “classica” (il qualificativo è foucaultiano) alle società di controllo contemporanee. Quello che si dispiega non è un potere indeterminato ma un biopotere  che si esprime nel controllo dei singoli processi vitali.

La vita sta diventando una specie di reality show nel quale in ogni momento siamo chiamati a nominare, valutare, giudicare, classificare. Dov’è il problema? Nel fatto che tutto ciò che non è valutabile con un numero viene escluso dal governo della quotidianità. Ci stiamo abituando a una vita espressa in percentuali e stiamo perdendo di vista la qualità

Evitare di condividere col potere la sua tristezza e le sue passioni tristi significa da ultimo sconfiggere il microfascismo che c’è in ognuno di noi, vale a dire il desiderio di potere e l’assoggettamento alle passioni servili che il potere riproduce in noi. Perché il potere non è astratto da noi ma noi stessi lo condividiamo nel momento stesso in cui esso ci abita e ci seduce. In questa direzione vanno allora le sette regole per una vita non fascista che De Michele riprende da Foucault il quale a sua volta le aveva redatte commentando “L’anti-Edipo” di Deleuze e Guattari.

Tre queste almeno vanno ricordate: Liberate l’azione politica da ogni forma di paranoia unitaria e totalizzante. Fate crescere l’azione, il pensiero e i desideri per proliferazione(…) Liberatevi delle vecchie categorie del Negativo. Preferite ciò che è positivo e molteplice, la differenza all’uniformità. L’individuo è il prodotto del potere, ciò che bisogna fare è disindividualizzare. Il gruppo non deve essere un legame organico che unisce gli individui  gerarchizzati ma un costante generatore di disindividualità . Infine non innamoratevi del potere.

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Euractiv: Intervista Di Corinto su ACTA

Mar, 31/01/2012 - 7:27pm

Acta, l’esperto a EurActiv.it: perchè respingo l’accordo
31 Gennaio 2012 Alessandra Flora

Acta, sì Acta no. Arturo di Corinto, ricercatore presso l’Università La Sapienza, giornalista e collaboratore del quotidiano La Repubblica, spiega a EurActiv.it i motivi della sua opposizione ad Acta, l’accordo commerciale transnazionale anti contraffazione firmato da Australia, Canada, Giappone, Corea, Messico, Marocco, Nuova Zelanda, Singapore, Svizzera, Stati Uniti e da 22 paesi Ue, tra cui l’Italia.

Per essere valido nell’Ue, questo strumento anti pirateria voluto fortemente dalle major della cinematografia e della musica, ma anche dalle multinazionali dei farmaci, dovrà prima essere approvato dall’Europarlamento. E la battaglia di preannuncia dura.

Per il momento si è dimesso il relatore del testo, l’eurodeputato di nazionalità francese Kader Arif, che denuncia le modalità che hanno portato alla sigla dell’accordo. Non sarebbero state consultate le associazioni e sarebbe mancata la trasparenza sin dall’inizio dei negoziati. Per Arif le conseguenze dell’accordo sulla vita dei cittadini sono enormi. “Non parteciperò -ha affermato dimettendosi – a questa farsa (in francese, “mascarade”)”.

In Italia i movimenti contrari ad Acta si sono mobilitati soprattutto sul Web attraverso siti specializzati e social network, mentre nel resto d’Europa non sono mancate le manifestazioni di piazza.

Secondo Arturo Di Corinto “Il dispositivo dell’accordo relativo ad Acta ci fa pensare che esso possa diventare un deterrente e uno strumento a favore dell’autocensura ai danni di chi crede nella libertà di cultura, di ricerca, di cooperazione e di comunicazione. Di fatto, assegna ai singoli titolari della proprietà intellettuale di beni merci e servizi la possibilità di intervenire direttamente sulla terza parte che viola la proprietà, senza passare per la magistratura, obbligando alla cooperazione gli internet provider e le associazioni”.

Continua Di Corinto: “L’accordo anti contraffazione fa più danni di quelli che può riparare. In realtà è un accordo voluto dalle major della musica, del cinema e della Tv, dei farmaci. Il fatto che questo accordo debba valere presso paesi terzi che non lo hanno ratificato può comportare dei problemi di enforcement e può trasformarsi in un meccanismo anti competitivo. Acta è la dimostrazione di quanto il potere delle lobby influenzi il comportamento dei parlamenti nazionali e sovranazionali come quello europeo, che evidentemente non hanno chiaro quale possa essere l’impatto di questi accordi sull’economia e sui diritti dei cittadini. Acta evidenzia che ci sono poteri forti che, senza agire con trasparenza, antepongono in propri profitti alla libertà delle persone, venendo meno a criteri costituzionali come secondo cui, quando si viene a conoscenza di un crimine, si possa ricorrere alla magistratura”.

In conclusione “Il dibattito su Acta risale al 2007. Un’ampia coalizione si batte contro Acta da cinque anni. A mio avviso, il protocollo Acta è da rigettare. Le dimostrazioni di piazza in tutto il mondo e quelle online, attraverso numerose petizioni, rivelano che molti cittadini non sono d’accordo”.

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Sostenere la genitorialità, strumenti per rinforzare le competenze educative

Mar, 31/01/2012 - 7:22pm
«Quale intervento educativo per i genitori meno equipaggiati dal punto divista culturale, più fragili dal punto di vista psicologico, che vivono nei contesti sociali più sfavoriti? Un intervento che sostenga, non imponga e non modellizzi perché non si può davvero più pensare, nella nostra società postmoderna, che ci sia un unico modo, universalmente valido, di educare i bambini, e quindi di formare i loro genitori. Molto però si può fare per rinforzare la loro forza, sostenere la loro fatica, la loro creatività, la loro voglia di progradire».

Un kit dell’editrice Erickson completo di libro (100 pp.), di DVD, di oltre 200 carte illustrate utilizzabili da educatori, operatori psicosociali, insegnanti e formatori per i sostegno a tutti i genitori con figli da 0 a 11 anni in sistuazioni “a rischio”, con deficit (ad es. intellettivo) o con una sindrome particolare (ad es., ADHD) o anche semplicemente con quei genitori che vivono in una situazione di “normalità” ma hanno voglia di confrontarsi sul loro ruolo.

S. Lavigneur, S. Coutu e D. Dubeau, Sostenere la genitorialità. Strumenti per rinforzare le competenze educative, ed. Erickson, 2011, euro 55. Libro+DVD+schede a colori indivisibili. Edizione italiana a cura di P. Milani, S. Serbati e M. Ius.

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Sostenere la genitorialità, strumenti per rinforzare le competenze educative

Mar, 31/01/2012 - 7:22pm
«Quale intervento educativo per i genitori meno equipaggiati dal punto divista culturale, più fragili dal punto di vista psicologico, che vivono nei contesti sociali più sfavoriti? Un intervento che sostenga, non imponga e non modellizzi perché non si può davvero più pensare, nella nostra società postmoderna, che ci sia un unico modo, universalmente valido, di educare i bambini, e quindi di formare i loro genitori. Molto però si può fare per rinforzare la loro forza, sostenere la loro fatica, la loro creatività, la loro voglia di progradire».

Un kit dell’editrice Erickson completo di libro (100 pp.), di DVD, di oltre 200 carte illustrate utilizzabili da educatori, operatori psicosociali, insegnanti e formatori per i sostegno a tutti i genitori con figli da 0 a 11 anni in sistuazioni “a rischio”, con deficit (ad es. intellettivo) o con una sindrome particolare (ad es., ADHD) o anche semplicemente con quei genitori che vivono in una situazione di “normalità” ma hanno voglia di confrontarsi sul loro ruolo.

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CAD, Open data, nuove norme e…

Lun, 30/01/2012 - 2:26pm

Ce la faremo a fare applicare le norme che abbiamo?

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LPM 2012 ROMA – CALL FOR ARTIST!

Lun, 30/01/2012 - 2:26pm

Ci siamo!!! E’ online il sito della la XI edizione di LPM, che si
terrà dal 31 maggio al 3 giugno 2012 al MACRO TESTACCIO, Museo di Arte
Contemporanea di Roma, e da oggi è APERTA LA CALL PER PARTECIPARE!

Il form di registrazione è on line e le iscrizioni sono aperte fino al
12 MARZO 2012
www.liveperformersmeeting.net/partecipa

La sede di LPM 2012 ROMA è il MACRO – Museo di Arte Contemporanea di
Roma, location che ben si presta alle esigenze dell’aspetto meeting di
LPM e che conferisce ulteriore prestigio alla manifestazione, in
ambito locale ed internazionale.

LPM mantiene la formula dei 4 giorni e come sempre propone una
programmazione spettacolare, innovativa e coinvolgente, che anche tu
potrai contribuire a rendere unica: presentaci il tuo progetto o la
tua performance ed entra a far parte del cast artistico del piu’
grande evento dedicato al live video performance!

tu, VJ! Se pensi di avere il talento per affrontare le sfide del VJ
Contest, iscriviti e facci vedere chi sei!

E se vuoi partecipare al meeting, ma senza performare, iscriviti e
avrai modo di incontrare centinaia di artisti, esperti e
professionisti del settore per approfondire tutte le tematiche di
attualità e le tecniche legate al live video!

L’obiettivo di LPM è promuovere e diffondere la libera circolazione di
idee, conoscenze, tecniche e linguaggio legati al LIVE VIDEO,
protagonista indiscusso delle giornate del Meeting.
Linguaggi, tecniche, derive culturali, tecnologie innovative: questi i
temi che vogliamo affrontare durante seminari e workshop. Sottoponi un
argomento e vieni a diffondere il sapere a LPM!!!

Vai al sito ufficiale:
www.liveperformersmeeting.net

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LPM è prodotto ed organizzato da
Flyer Communication (IT)
con il supporto di Programma Cultura dell’Unione Europea.

co-organizzato con
Linux Club Italia (IT)
FLxER.net (IT),
Association Les Reseaux De la Creation -Vision’r (FR)
Jelenlét Kulturális Közhasznú Egyesület – VJ Torna International (HU)
Multitrab Productions Urban no Profitable Company – Athens Video Art
Festival (GR)
Ambassade de France en Rome – Service de Coopération et d’Action Culturelle

in partnership con
Centro Culturale Border Città del Messico(MX)
Juego de Talento de C.V. (MX)

in associazione con
Ambasciata del Messico in Italia
FLxER – PERFORMING VIDEO NETWORK AND SOFTWARE
www.flxer.net – mailinglists.flxer.net

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Le lacrime di Nietzsche, romanzo biografico di Irvin Yalom

Lun, 30/01/2012 - 2:22pm

«Breuer traeva motivo di orgoglio da molte delle proprie qualità personali. Era leale e generoso. La sua genialità diagnostica era addirittura leggendaria: a Vienna era il medico personale di grandi scienziati, artisti e filosofi come Brahms, Brücke e Brentano. A quarant’anni era già conosciuto in tutta Europa, distinti cittadini di ogni parte dell’Occidente precorrevano grandi distanze per venire a consulto da lui. Tuttavia, più di ogni altra cosa traeva orgoglio dalla propria integrità: non una sola volta in vita sua aveva commesso un atto disdicevole».
Jozef Breuer è il migliore, potremmo dire oggi con piglio americaneggiante. Ineccepibile dal punto di vista professionale come da quello personale; fiero dei mezzi della medicina del suo tempo, che padroneggia ben consapevole dei loro limiti; abituato a trattare i casi più disperati e atipici, ogni giorno a contatto con la morte. Così la sua eccezionale vita – di medico, marito, padre – scorre tranquillamente, ordinata, senza scossoni.
Finché un giorno, come c’era da aspettarsi, accade l’inaspettato. Una donna giovanissima e straordinariamente bella lo convince a fare qualcosa cui non avrebbe mai pensato di poter acconsentire: curare un ammalato ignaro della terapia, cioè contro la sua volontà, con un rimedio sperimentale di cui pochissimi sono al corrente e di cui non si conoscono ancora bene né il funzionamento né gli esiti: una nuova cura scoperta dallo stesso Breuer, basata sul “discorso”. E il paziente è niente di meno che la volontà in persona: Friedrich Nietzsche, filosofo ancora poco noto, ma destinato – se ne convincerà ben presto – alla più grande fama; affetto fin da piccolo da una malattia inspiegabile e multisintomatica, che lo conduce alla più fosca depressione (e a fantasie di suicidio).
Irving Yalom – già autore di un altro romanzo a sfondo filosofico: La cura Schopenhauer – consegna un libro di grande godibilità, scorrevole ed intenso, in cui la realtà storico-biografica e la finzione letteraria si armonizzano dipanandosi tra la nascita della psicanalisi (il cui simbolo, Sigmund Freud, allievo prediletto di Breuer, è spesso presente, anche se secondario) e la filosofia del superuomo, tra l’impossibilità del compito che il protagonista si è dato (curare l’anima, più che il corpo, ciò da cui ogni medico rifugge) e l’esigenza di portarlo avanti comunque, cercando di essere, ancora una volta, all’altezza della sfida, nella convinzione incrollabile che spesso i sintomi del corpo non sono null’altro che l’espressione di un malessere dell’anima: «faccio parte di coloro che credono nella totalità dell’organismo. Credo, cioè, che il benessere fisico non sia scindibile da quello sociale e psicologico». Storia inventata di un’amicizia fra due pietre miliari del pensiero occidentale, che si farà profonda fino alle “lacrime di Nietzsche”. Una bella edizione Neri Pozza, economica e ben rifinita.

I.D. Yalom, Le lacrime di Nietzsche, ed. Neri Pozza, 2006-2010, pp. 450, euro 12,50.

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Nasce Linux Expert Community

Sab, 28/01/2012 - 4:23am

Come può facilmente suggerire il nome, nasce una nuova comunità “Linux Expert” ( http://www.linuxexpertcommunity.com ) dedicata alle persone con passione ed interesse per il mondo GNU/Linux e non solo. Per saperne di più ho avuto il piacere di scambiare quattro chiacchere con l’ideatore di questo progetto, Francesco Principe.

 

Dopo poche domande fatte a Francesco ho scoperto che questo progetto, a differenza di quanto fatto normalmente dai Social Network, che partono dal prodotto finito per creare la comunità; Linux Exert Community  vuole partire invece dalla comunità stessa per creare il Social Network e i vari strumenti che possono essere utili alla medesima. Si tratta sostanzialmente di un cambio di paradigma, che, come tale, richiederà l’impegno e la buona volontà di chi vorrà collaborare.

Si tratta quindi di un Social Network che, oltre ad avere come argomenti principali quelli del software libero e dei sistemi GNU/Linux, ne eredità la mentalità aperta e di sviluppo collaborativo.

Per il momento, questo progetto, ed alcuni aspetti fondamentali in merito al suo sviluppo sono in corso di definizione, e il sito,  è in modalità “beta” (o c1 come definita dagli autori, in attesa di una versione c2 che rappresentarà la pietra miliare). Data l’ambiziosità del progetto, è presto per fare valutazioni in merito alle tempistiche di rilascio.

Auguriamo a questa nascente comunità il successo che merità, cercando, dal canto nostro, di seguirne i futuri sviluppi.

Alexjan Carraturo.

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Petizione per fermare ACTA

Sab, 28/01/2012 - 4:23am

Riporto qui il comunicato che mi arrivato attraverso Luca Nicotra, di Agora Digitale. Come sempre FSUGItalia cerca di porre i riflettori sulle problematiche legate alle libertà digitali del cittadino. Vi invitiamo a leggerlo in modo tale che possiate farvi una idea di quanto sta succedendo, e scegliere, secondo coscienza, se firmare la petizione.

Ciao,
La libera circolazione delle idee, della conoscenza e addirittura la possibilità di accesso ai farmaci nel mondo stanno subendo in queste ore un attacco senza precedenti.

Luca Nicotra


Oggi a Tokyo l’Unione Europea ha firmato ufficialmente il trattato ACTA (Accordo Commerciale Anti Contraffazione). Una decisione grave, perchè avviene pochi giorni dopo le grandi mobilitazioni in Italia e negli Stati Uniti che hanno mostrato la contrarietà dei cittadini in tutto il mondo contro provvedimenti che, con il pretesto della proprietà intellettuale, impediscono l’accesso ai farmaci dei paesi in via di sviluppo e mettono un bavaglio ad internet. La questione ancora più preoccupante è che l’Unione Europea trascura completamente la diffusa critica presente contro ACTA, proveniente non solo da parte delle ONG che si occupano dell’accesso ai farmaci, come Oxfam o Health Action International, ma anche dai principali partner commerciali dell’UE.

Firma la petizione al Parlamento Europeo e guarda il video che spiega cos’e’ ACTA su http://www.agoradigitale.org/acta1

È urgente che le diverse mobilitazioni nazionali come quella italiana contro l’emendamento Fava e quella americana contro SOPA e PIPA si uniscano contro il liberticida trattato ACTA che avrà un impatto negativo sulla libertà di espressione, l’accesso alle medicine ma anche alla cultura e alla conoscenza. I cittadini europei devono reclamare un processo democratico, contro le influenze delle multinazionali. Ci saranno diverse votazioni al Parlamento Europeo prima del voto finale di quest’estate e speriamo che non solo Agorà Digitale ma tutte le forze politiche unite in questi giorni contro i bavagli alla Rete vogliano fare pressione sui nostri parlamentari europei.

Firma la petizione al Parlamento Europeo e guarda il video che spiega cos’e’ ACTA su http://www.agoradigitale.org/acta1

Forza!

-Luca Nicotra-
Segretario di Agorà Digitale

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To open or not to open? Let’s free it

Sab, 28/01/2012 - 4:23am

Proposta operativa per il Governatore Nichi Vendola

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EDRI: a basic overview of Internet and Internetrelated technologies

Gio, 26/01/2012 - 11:22pm

http://www.edri.org/files/2012EDRiPapers/how_the_internet_works.pdf

This booklet is intended to provide policy-makers with a basic overview of Internet and Internetrelated technologies.
The aim is to provide a user-friendly reference guide to some of the key technologies that are at the core of the Internet. We hope that this will provide a valuable reference tool, cutting through the jargon and demonstrating the functioning of the open Internet, on which so many civil rights and so much economic activity now rely.

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LA MONTAGNA DI ORESTE FORNO

Gio, 26/01/2012 - 11:20pm

(voce di Luca Grandelis)

ORESTE FORNO, L’altra montagna (quella che porta più in alto delle cime), Bellavite Editore, Missaglia (LC) 2011, pp. 160, € 13,00. Codice ISBN: 978-88-7511-174-8

Il sole radente di un pomeriggio di novembre illumina il volto di Oreste. Seduti attorno, un gruppo di ragazzini che da Milano abbiamo portato in diga, da lui . Sono uomini che si faranno, nonostante ora abbiano tutte le intemperanze e le impertinenze dei giovani ‘metropolitani’. Oreste, iniziando a raccontare, li ha progressivamente avvinti, e ora sentono il freddo in un crepaccio dello Shisha Pangma. È bello vederli così, in silenzio finalmente, assorti e in tumulto nel loro intimo…

L’altra montagna
Lo stesso effetto ha prodotto su di me la lettura dell’ultimo libro di Forno, in cui per altro quello stesso incidente del 1985 viene raccontato (pp. 54-63). Un incidente grave, ma non sufficiente ad aprire totalmente gli occhi: «L’avere visto la morte in faccia non aveva influito più di tanto su di me. Era stato un incidente come ne possono capitare tanti, e quando le ferite si furono rimarginate la mia vita riprese come prima» (p. 62). La montagna, come la vita, bisogna saperla guardare e l’acutezza della vista è questione di maturità interiore più che di diottrie.
In fondo questo mi pare il tema profondo del libro: un lungo apprendistato della capacità visiva del cuore.
Oreste Forno è stato un grande himalaista, leader di spedizioni sulle più alte montagne di mezzo mondo…; ma la saggezza, come tutti, ha dovuto conquistarla palmo a palmo. Raccontando il volto privato della sua vicenda esistenziale, mette a nudo con notevole coraggio una verità che in fondo tutti sappiamo: affermare che la montagna ispiri ‘necessariamente’ buoni sentimenti e virtù è pura retorica, a volte ipocrita. La montagna – come ogni ambiente naturale, grandioso o quotidiano, aspro e selvaggio oppure consueto e tranquillizzante – è un miracolo di bellezza e di Sapienza. Ma il suo valore ed effetto esistenziale dipende da noi, da come la guardiamo e percorriamo. Al di là della retorica, sappiamo benissimo che i moventi dell’alpinismo possono anche essere mediocri, se non addirittura negativi: desiderio di rivalsa, superbo e al tempo stesso insicuro, con le sue invidie e i suoi egoismi, forma mentis da predatore, ignaro del ‘dono’.
Con candore, Forno ammette che, al crescere della fama e della pressione degli sponsor, una tale mentalità funzionalistica era penetrata anche in lui.
Ma la vita, a chi sa ascoltarla, bussa al cuore, talvolta con discrezione, in altri casi con la violenza di una picconata: la morte di alcuni amici, l’amore per Ombretta – sua moglie: «a quarant’anni cedetti al cuore e mi sposai. Un fatto strano, che non entrava nei miei piani» (p. 39) –, la nascita dei figli. La vita aiuta a guardare più in là, a orizzonti di senso più vasti… Nel pieno della condizione, Oreste prende una decisione, scioccante per i più: abbandona l’alpinismo di punta per riviverne il lato ‘umano’. Editore e fotografo di montagna prima, custode di impianti idroelettrici in quota ora. Resta comunque nel suo elemento (la dedica al libro è esplicita: «Alla montagna, che mi ha fatto toccare il cielo»): vita di montagna e in montagna.

Sette vette con occhi nuovi
Spogliato dal bisogno di conferme esterne e dall’ansia da prestazione, l’occhio mette meglio a fuoco. Si accorge di una moltitudine di doni immeritati. Il silenzio diventa eloquente (la ‘vita contemplativa’ è ben più intensa e feconda di relazioni di quanto i più intendano).
Germoglia la decisione di salire da solo e di pernottare in vetta a sette «montagne del cuore». E va bene anche se cambiano i piani: a volte la montagna respinge. La mentalità funzionalistica si inalbera, ne viene frustrata, si intestardisce. Ma quando si coglie che tutto ha un senso e che tutto è dono, i progetti scompigliati possono riservare esperienze ancora migliori: è il caso del Monte delle Scale anziché il progettato Bernina, o il Pizzo Porcellizzo al posto del Badile. Sei pernottamenti in vetta nell’estate del 2003 , per concludere con il Cornone di Blumone due anni dopo.
Passo dopo passo – ci racconta Oreste – cambia il modo di vedere gli altri, tornano al cuore gli amici lontani, soprattutto si riaffaccia la figura del padre. E la presenza costante di Ombretta e dei ragazzi. E, inarrestabile, torna in scena quel Dio a lungo messo in un angolo. È proprio la progressiva riscoperta di Dio ad aprire gli occhi e a dare un valore nuovo a tutti gli altri incontri. Si può parlare – mi pare – di un vero e proprio “itinerarium mentis in Deum”, in grado di pacificare il cuore e di rischiarare l’intelligenza.

Convincente!
Torno un momento a quel pomeriggio di novembre sopra la diga della Val dei Ratti  (non si pensi a frotte di topi: la valle trae nome da una nobile famiglia comasca che qui ebbe suoi possedimenti).
In salita, prima di arrivare al paese di Frasnedo, prima dunque dei racconti di Oreste, uno dei ragazzi più acuti – un tredicenne che si era in precedenza un po’ informato sulla biografia di Forno – mi confida a bassa voce (traslittero…): «Incredibile! È un grande alpinista ma ci si presenta come un qualunque custode di dighe. Zero ostentazione!».
Questa credo che sia la forza pedagogica del lungo impegno culturale di Oreste. Proprio perché nasce da un’esperienza personalmente vissuta e sofferta, convince. E, naturalmente, traspare meglio dalla sua persona che dalle mere parole.
La visione ‘contemplativa’ dell’alpinismo è spesso giudicata con sufficienza o irrisione dagli ‘agonisti’, che la interpretano come consolazione dell’incapacità o impotenza. E a volte realmente lo è. Ma certo non nel caso di Forno, che ancora a lungo sarebbe potuto figurare nell’alpinismo di punta. Qui davvero è cosa più profonda e radicale.

Il sole sta tramontando. È tempo di lasciare Frasnedo e di scendere alla diga e poi giù ai pulmini: neanche un’ora di cammino. Ma ancora sul selciato del paesino, uno dei ragazzi scivola e si storce un po’ la caviglia. Resto indietro con lui, che scende lento.
Abbiamo appena sentito il racconto dell’odissea di Oreste, che con il bacino fratturato viene fatto discendere dal ghiacciaio del Shisha Pangma al campo base e pochi giorni dopo, a dorso di yak (!), fino agli automezzi.
Sarà per questo, ma a quel ragazzo non è sfuggito neanche un lamento.

Approfondimento in rete: http://www.oresteforno.it/

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