Bombardieri o Canadair? Intervista a Giulio Marcon

By Pagina Tre Giulio Marcon, già portavoce dell’Associazione per la Pace, è deputato indipendente di SEL e Fondatore della Campagna “Sbilanciamoci!”.
In questo tempo di recessione economica l’esercito è una spesa che si può ancora giustificare?
Questo tempo di recessione economica impone certamente un taglio significativo della spesa pubblica, non certamente quella destinata al lavoro, alla sanità o all’assistenza dei più deboli, ma proprio quella militare, dove basterebbe non acquistare più cacciabombardieri come gli F-35 per rientrare in possesso di somme enormi da destinare ad usi di ben altra importanza e urgenza, come appunto quelle di combattere la povertà, di creare posti di lavoro ecc. Un’altra idea sarebbe quella di ridurre subito il personale delle Amministrazioni militari da 180.000 a 120.000 unità: un taglio di un terzo che potrebbe permettere sia un cospicuo risparmio (da un lato, ove possibile), sia un impinguamento a parità di costo di altre Pubbliche Amministrazioni che si trovano da molti anni in carenza di organico, a causa delle leggi che bloccano le assunzioni.
Alcuni Stati in crisi – è il caso lampante della Grecia – tagliano la spesa pubblica ma non quella militare. Come si spiega?
È chiaro che c’è un blocco di interessi molto forte che coinvolge le Forze Armate, l’amministrazione americana e anche alcune della nostra politica. Un blocco che esercita pressioni e che condiziona appunto le scelte che la politica si ritrova a fare; spesso è più facile tagliare le spese sociali che ridurre gli acquisti di attrezzature belliche.
Qual è il ruolo degli eserciti nel presente assetto economico globale?
Nel complesso della realtà internazionale, come è venuta modificandosi in seguito alla caduta del muro di Berlino, gli eserciti hanno acquisito sempre più una fisionomia nuova, che li ha condotti a un tipo di intervento su scala globale volto a garantire non più l’integrità territoriale delle nazioni, ma appunto quel blocco di interessi economici cui prima si accennava. Ciò è evidente nel caso degli Stati Uniti, il cui utilizzo dell’esercito è volto a garantire il controllo di alcune aree geografiche non più per scopi geopolitici, ma soprattutto per interessi economici.
Si dice spesso che le armi sono un affare. Ma allora l’Italia, quinto produttore di armi al mondo, dovrebbe essere un Paese ricchissimo.
Quello delle armi è certamente un affare, ma è un affare per pochi: quelli che si arricchiscono sono i faccendieri e i politici che le lobby utilizzano per il proprio maggiore profitto. Nessuna ricchezza deriva ai popoli dalla produzione e dal commercio di armi, l’arricchimento è destinato a delle élite senza scrupoli, che sanno bene che saranno proprio quegli stessi popoli a pagare il prezzo di siffatto commercio. Torna il discorso d’apertura sulla possibilità di giustificare una tale spesa, che peraltro crea ben pochi posti di lavoro e genera, come dicevamo, una ricchezza che viene assorbita da pochissimi. Questo induce una riflessione anche sul senso e sull’importanza che diamo al PIL: una parametro importante nella valutazione economica complessiva, ma che andrebbe riletto alla luce di queste considerazioni. Tuttò ciò senza contare l’enorme giro di tangenti e di malaffare che si …read more

Source: Frontiere Digitali

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