Ci spingono nelle Darknet

Cassandra Crossing/ Ci spingono nelle Darknet

di
Marco Calamari – La decisione di attivare un nuovo tipo di censura
preventiva, la censura degli IP, non solo spingerà molti verso proxy e
sistemi di anonimizzazione ma rende inevitabile e urgente il ricorso
alle darknet

da punto-informatico.it del 17.02.2006

Roma
– Ci sono delle notizie che per quanto ben riferite dalla stampa e
dagli analisti meritano di essere riprese, sfoltite e ridotte all’osso
in modo da rendere evidente il nocciolo della questione. Mi riferisco
alla censura dei casinò online, richiesta dai Monopoli di Stato ed
attuata, per la prima volta in Italia, tramite filtraggio degli
indirizzi IP presso i provider ed i Mix.

Sia il direttore Paolo De Andreis che Vittorio Bertola hanno già trattato esaurientemente l’argomento in due recenti articoli (qui e qui).
Ed allora cosa rimane da dire ? È solo un episodio di censura sul web,
simile a cento altri sequestri di siti già avvenuti, che non hanno poi
fatto grandi danni alla Rete nel suo complesso.

Se la frase precedente vi vede d’accordo, allora c’è bisogno di questo articolo.

Infatti
l’episodio è di una gravità inaudita proprio per la nuova modalità
tecnica con cui è stato attuato, nel giro di pochi giorni. Facciamo un
passo indietro.

Il sequestro, ma vorrei chiamarla con il suo vero nome, la censura di un sito, si esegue solitamente in due modi:

1) con un raid diretto sul server web che ospita le pagine (si potrebbe chiamarla "censura http")

2)
con un’alterazione del protocollo DNS, che ridirige un certo nome di
dominio non sul server che ospita il sito con quel nome, ma su un’altro
che ospita una pagina di annuncio del sequestro. In alternativa, lo
stesso metodo puo’ essere usato per generare un bel "404 – Page not
found" e ti saluto. Potremmo chiamare questo secondo metodo "Censura
DNS".

Nel caso dei Casino’ Online siamo invece di fronte ad un
terzo metodo: "Censura IP". Infatti la rimozione dei Casino’ Online è
impossibile col primo metodo, essendo questi allocati su server
offshore, non facilmente raggiungibili con provvedimenti legali o
rogatorie internazionali. Neppure il secondo metodo è efficace; infatti
i siti in questione sono su domini offshore; è quindi praticamente
impossibile alterare o far rimuovere il record DNS dal gestore del Top
Level Domain competente.

Allora alcuni brillanti ingegni
nostrani, ispirandosi ai famigerati e vituperati censori telematici
cinesi che stanno facendo da anni la stessa cosa, hanno deciso di
costringere gli Internet Service Provider nostrani ad attrezzarsi in
modo da poter filtrare gli IP di una blacklist di IP gestita (per ora)
dalla magistratura, ed impedirne l’accesso agli utenti italiani che di
questi ISP si devono servire per connettersi alla Rete.

È chiaro
adesso? Alterano e sovvertono la struttura di base, la più intima,
della Rete per ottenere l’effetto che desiderano. Scardinano una
struttura evolutasi in 30 anni di storia e di cui il mondo intero
beneficia, per questioni di importanza minimale. Non sono stati nemmeno
scomodati i soliti pornopedofili, sempre sbandierati in queste
occasioni, per giustificare le iniziative tecnico-legali più perverse e
liberticide, ma solo semplici truffatori di persone consenzienti od
incapaci.

E per questo i suddetti brillanti ingegni nostrani
sono disposti a far polpette della struttura della parte italiana della
Rete. Ma lo scopo di rimuovere le macchinette mangiasoldi dai bar non è
stato perseguito con lo stesso dispiegamento di forze e la stessa
efficacia. Forse che i polli che si fanno spennare lì sono di meno?
Preoccupano di meno di quelli che si fanno spennare online? O forse in
realtà non è questo lo scopo?

Verrebbe da pensare all’ennesima
prova della scarsa intelligenza di istituzioni italiane quando ci sono
di mezzo questioni tecnologiche; dopotutto ci portiamo ancora dietro il
peccato originale crociano, declinato per decenni dal nostro sistema
scolastico.

Purtroppo non credo che le cose stiano così. La
situazione è molto, molto peggiore. Con un elementare esercizio di
paranoia di tipo andreottiano, ritengo sia evidente che non di
stupidità di tratta (è vero che contro la stupidità neanche gli dei
possono niente) ma di un atto calcolato, accuratamente progettato, ed
astutamente messo in pratica per realizzare un altro importante
tassello della struttura di tecnocontrollo pervasivo della Rete.

Si
tratta insomma, per riassumere in un’unica frase, di un importante
vittoria per il Grande Fratello nostrano, che è riuscito a raggiungere
il suo collega cinese senza che quasi nessuno dei nostri
masstecnicomediologi se ne accorgesse e si stracciasse le vesti.

Evito
di gridare ulteriormente allo scandalo, perchè sono convinto che non ci
saranno proteste di rilievo. La frittata è fatta; GF contro libertà 1 a
0 e palla al centro.

Giusto una nota per indicare (con una certa
soddisfazione) una scappatoia, banale per gli addetti ai lavori ma
meritevole di una sottolineatura; accedere agli indirizzi "proibiti" è
comunque possibile appoggiandosi ad un host posto all’estero. Il
semplice utilizzo di un proxy anonimo o meglio ancora di Tor (questione
di pochi secondi utilizzando ad esempio l’applicativo TorPark),
restituisce questa libertà, almeno ai tecnofili.

Ma questa
scappatoia non deve far cantare vittoria; malgrado tutto si tratta di
una battaglia persa, anche se conferma nuovamente come l’uso di
tecnologie per la privacy e l’anonimato sia l’unica possibilità per
mantenere gli spazi di libertà che la Rete ci garantiva.

Ci stanno spingendo tutti nelle Darknet;
sarà necessario lavorare duramente per crearle e mantenerle in vita, ma
sembrano essere l’unica risposta possibile a breve e medio termine.

A
lungo termine invece la soluzione deve essere politica, e qui son
dolori. In ambo i Poli, sia negli atti di quello al governo, sia nel
programma recentemente pubblicato di quello all’opposizione, non si
vede niente di buono. Azioni e proposte liberticide, condite da
generiche istanze di preservazione delle libertà di connessione a larga
banda. Nessuna illusione, non è che non capiscono la tecnologia e le
istanze di libertà, solo che capiscono molto meglio le azioni di lobby.

Mettiamo
i nostri politici in condizione di sperimentare che non sono le lobby a
votarli, ma i cittadini. Come avveniva nel film "Quinto Potere",
affacciamoci alle nostre finestre elettorali e gridiamo "Sono inc….to
nero, e tutto questo non lo permettero’ più". Speriamo solo che poi non
ci mitraglino.

Marco Calamari

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