Come il capitalismo ha rovinato la stampa 3D

By Partito Pirata Sta girando molto sui social, in questi giorni, questo articolo sul (presunto?) declino della stampa 3D. Un declino definito “lento, triste e definitivamente prevedibile”. Il che può sembrare paradossale, visti i toni entusiastici con cui questa tecnologia veniva descritta fino a solo pochi anni fa (come del resto riporta lo stesso articolo). Ora, lo scopo del presente post non è quello di dare ragione o torto a quell’articolo (o ai diversi di analogo contenuto che circolano sempre più spesso); ci si pone piuttosto lo scopo di chiedersi su quali basi si può definire “successo” o “fallimento” una data tecnologia (o un fenomeno sociale). Gli economisti -soprattutto quelli mainstream- hanno una risposta facile: il giro d’affari, cioè la quantità di denaro che il prodotto in questione smuove. Nel 2014 era “appena” 3 miliardi di dollari, contro provesioni che dicono che dovrebbe arrivare a 20 nel 2019. Se a questo si aggiungono le tribolate vicende del principale produttore mondiale (licenziamenti, chiusura dei negozi) con l’ammissione da parte del CEO di aver “sopravvalutato il mercato”, lo scenario è completo. E il punto è esattamente questo. E’ giusto considerare il fenomeno solo da questo punto di vista? Si potrebbe rispondere che è un po’ come giudicare lo stato di benessere generale di un Paese guardando soltanto al PIL: i più lo fanno ancora, ma sempre più gente si rende conto che è insensato.
Una precisazione è d’obbligo, a questo punto: chi scrive conosce quel mondo abbastanza bene, avendo lavorato per un periodo in un’azienda produttrice di stampanti 3D ed essendo frequentatore abituale di FabLab e luoghi analoghi. Per esperienza personale posso dunque dire che l’errore più grave che è stato fatto, in questi anni, nei confronti di questa tecnologia, è il tentativo di “incanalarla” nelle tradizionali strategie di mercato. A principiare dallo “storytelling”, ossia quella tecnica di marketing che la pagina di Wikipedia descrive con vari anglicismi, ma che in parole povere consiste nel “narrare” il prodotto, inserirlo all’interno di una storia con un inizio, uno svolgimento e una fine. E’ insomma finita l’epoca in cui si cercava di vendere aspirapolveri perché costavano meno, aspiravano meglio e facevano meno rumore: oggi al potenziale acquirente si racconta che il design di quello speciale paio d’occhiali nacque in una fredda notte d’inverno, quando al Capo (o meglio al CEO, o magari al MD, o all’AD) apparve in sogno qualcosa che gli dette l’ispirazione. E, manco …read more

Source:: Frontiere Digitali

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