Contrappunti/ Il rock’n’roll dell’audiovisivo

Contrappunti/ Il rock’n’roll dell’audiovisivo

di
Massimo Mantellini – Doveva accadere e sta accadendo: la mediazione va
crollando anche sul fronte dei contenuti audio-video. Sorretti da
servizi che scommettono (quasi) alla cieca ma che già cambiano tutto

di Massimo Mantellini da punto-informatico.it del 20.06.2006

Roma
– Era nell’aria. Fra i tanti baluardi infranti ogni giorno dalla
comunicazione mediata da Internet, prima o poi doveva venire il turno
di quello dei contenuti audio-video: la forma più evoluta e complessa
(forse) di comunicazione a nostra disposizione. Come molti avranno
osservato, con la nascita recente di siti di aggregazione video come Youtube o Google Video,
sono state di colpo cancellate alcune delle grandi limitazioni tecniche
che impedivano fino a ieri una efficace distribuzione di simili
materiali in rete, vale a dire la capacità di storage e quella di
streaming.



Oggi,
per merito di simili iniziative, i contenuti prodotti da telecamere più
o meno amatoriali, webcam da 15 euro, così come vere e proprie
produzioni cinematografiche, sono definitivamente approdati ai
meccanismi di diffusione e condivisione propri della rete.

Il
punto di passaggio è stato – come talvolta accade – meramente
tecnologico: ciò che ieri era difficile e costoso in termini di
apparecchiature, di software, ma soprattutto di banda, oggi non lo è
più. Ciò che prima non era possibile ai normali utenti della rete
attraverso un accesso a larga banda oggi lo diventa. Chiunque può
caricare su Youtube, o su sistemi analoghi che accettano registrazioni
libere e rendono disponibili enormi risorse di spazio disco e
connessione gratuitamente (in nome di modelli di business come al
solito piuttosto complicati e per nulla certi), ogni sorta di materiale
audio-video.

Così oggi i critici della rete internet amatoriale
– già li sento – avranno nuovo pane per i loro denti. Ognuno di noi
oltre alle foto, ai propri pensierini ed ai racconti delle vacanze,
potrà mettere on line e condividere i filmati della propria vita o
eventualmente dedicarsi, senza troppe competenze, all’arte inarrivabile
del cinema. O a quella meno nobile della TV. Aspettiamoci quindi le
alte grida di quanti vorranno spiegarci quanto il "broadcast yourself"
andrà a scapito di qualità, interesse e competenza, condannando simili
contenuti ad una sostanziale inutilità.

Chiunque abbia visto in rete un documentario come Loose Change 9 11,
opera prima di tre ventenni autodidatti americani che tratta in poco
più di un’ora di montato molte delle teorie cospirative che ruotano
attorno agli attacchi dell’11 settembre, si sarà accorto di come, al di
là di qualsiasi valutazione sulle tesi contenute nel film, siamo di
fronte ad un prodotto che ha più di una parentela con il miglior
documentarismo professionale. In termini se non altro di ritmo
narrativo, di qualità delle scene, di montaggio e di inventiva. Ebbene,
si tratta di un prodotto assemblato da tre neofiti con un computer
portatile Compaq, l’utilizzo di software molto noti e diffusi come
Adobe Premiere e After Effects e successivamente reso disponibile in
rete attraverso i circuiti di sharing come YouTube di cui si diceva
poco fa.

Nel giro di pochissimo tempo è stato visto da oltre due milioni di persone (su google video
è disponibile anche una versione sottotitolata in italiano a cura di
arcoiris.tv) almeno fino a quando i suoi autori (che avevano anche
preparato un dvd in vendita, acquistato pare da circa 55mila persone)
non sono incappati in questioni di copyright.

Ciò che oggi per
noi è interessante considerare è che anche il consumo di materiale
"simil-televisivo-cinematografico" una volta applicata ad esso la
"terapia Internet", da un lato produce un effetto parcellizzazione
imponente (quello che molti chiamano "la lunga coda"), che aumenta di
molto la personalizzazione e l’autonomia del consumo di simili
contenuti, dall’ altro, come già accade, consente attraverso meccanismi
di apertura del campo di attenzione e del passaparola la selezione di
alcuni contenuti sopra altri, in base a criteri fino a ieri
inimmaginabili, ma soprattutto slegati da quelli conosciuti
dell’industria dei media.

Il che, tutto sommato, è una buona notizia.

Massimo Mantellini
Manteblog

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