Cosa insegna la vicenda Raggi

By Partito Pirata Molto è stato detto e scritto, in queste ultime settimane, riguardo alle vicende che hanno coinvolto la giunta capitolina guidata da Virginia Raggi. In questa sede ci soffermiamo su due considerazioni, che possono essere valide per chiunque voglia far politica ad un certo livello qualitativo.
1. Chi di qualunquismo ferisce, di qualunquismo può perire
Ci sono più modi di costruire un consenso politico. Quello ideale è raccontare agli elettori e simpatizzanti la propria visione del mondo e della società, magari chiedendo loro un aiuto per studiare a fondo i problemi e formulare possibili soluzioni; e in ciò è fondamentale ragionare con la testa, documentarsi in modo approfondito e con spirito critico. E questa è sicuramente la strada più difficile, perché chi la imbocca “rischia” di dover mettere in discussione tutte le certezze che ha (o che crede di avere). Oppure c’è l’altro metodo. Quello rapido e facile, che sta alla politica come i Fast Food stanno alla gastronomia: la ricerca del consenso immediato, ottenuto cavalcando gli stereotipi e i luoghi comuni, e illudendo le persone sul fatto che possano esistere soluzioni facili a problemi complessi. E’ questa la strada che hanno intrapreso ormai tutti i principali partiti italiani (e ancor di più i rispettivi Leader, da Renzi a Grillo passando per Salvini), seppur in misura diversa a seconda. Elemento fondamentale in questo contesto è la iper-semplificazione: così, in questi anni, nel linguaggio di Grillo e dei suoi “indagato” è diventato sinonimo di “delinquente”, e “ben pagato” di “ladro”. Uno schema che ha funzionato benissimo, finché il M5S non si è ritrovato a dover governare alcune città: scoprendo così che si può finire indagati per abuso d’ufficio perché -molto semplicemente- qualche consigliere d’opposizione ti denuncia (come nel caso di Pizzarotti a Parma). E ritrovandosi costretti a ribadire l’ovvio, cioè che un’iscrizione nel registro degli indagati non è affatto sinonimo di colpevolezza. Così come altrettanto ovvio è -o forse dovrebbe essere- il fatto che certi incarichi non possono essere retribuiti troppo poco. Perché la pur sacrosanta iniziale crociata contro stipendi e privilegi vari della classe politica italiana è ormai sfociata in un più ampio grido di “al ladro” verso chiunque percepisca stipendi ritenuti “troppo alti” in rapporto -sembrerebbe di capire- al cittadino medio. Non è chiaro quanto dovrebbe percepire un dirigente pubblico, nell’ideale pentastellato; la sensazione, però, è che quasi nessuno si soffermi a riflettere sul fatto che certi incarichi comportino anche discrete responsabilità -anche penali-, e che dunque quasi nessuno accetterebbe incarichi “rischiosi” per degli stipendi inadeguati. Un discorso che -sia chiaro- non vale solo per i dirigenti pubblici; se la “bravura” di un sindaco (o di un assessore, un ministro etc.) si misura solo (o quasi) sulla base di quanto poco fa spendere allo Stato, beh, questo è un problema. Perché quel Sindaco (o assessore o ministro etc.), quando dovrà scegliere a chi affidare un lavoro, opterà sempre per la soluzione più low-cost. Se ciò ci sta bene, se la logica del massimo ribasso è accettabile, abbiamo almeno la decenza di non …read more

Source:: Frontiere Digitali

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