Ecco come bloccano gli IP

Ecco come bloccano gli IP

La procedura è semplice ed è persino garantista per
molti aspetti. Ma non c’è consapevolezza sul suo significato e l’errore
è dietro l’angolo. All’indignazione generale segua una precisa
richiesta al mondo politico

di
Paolo De Andreis – da punto-informatico.it del 3.02.2006

Se c’è qualcosa che non va giù a chi frequenta la rete da tanti anni,
a chi ha vissuto il suo sviluppo come speranza di un’umanità migliore,
è la censura. Non sorprende quindi l’indignazione che ha scatenato la
notizia pubblicata da Punto Informatico secondo cui possono e vengono
effettivamente bloccati in Italia alcuni IP esteri. Server e siti che diventano così irraggiungibili agli utenti internet del Bel paese.

Oggi
il blocco di un IP, una procedura di recentissima adozione in Italia,
funziona così: le forze dell’ordine, i "cybercop" che non si occupano
solo di calcio e P2P
ma di una grande varietà di crimini informatici, informano il
magistrato inquirente dell’opportunità di chiudere l’accesso ad un IP
per far cessare un reato, oppure per boicottare un sito illegale.
Questi, se lo ritiene, gira la proposta alla Procura ed è un
magistrato, per legge "super partes", a decidere se emettere o meno un decreto di blocco IP.

Questa è la procedura che viene adottata oggi e che, pur tra le claudicanti leggi nostrane, si propone come garanzia per il cittadino, quella che rende giustificabile
un atto di censura per gravi ragioni. Di casi in cui il blocco viene e
sarà sempre più utilizzato ce ne sono tanti, il più eclatante dei quali
è il pedoporno: molti siti all’estero non possono essere sequestrati
dall’Italia, in assenza di una collaborazione forte da parte delle
autorità del paese dove i siti si trovano o dove risiedono i loro
gestori. Ma talvolta sono siti che commerciano immagini
alimentando il business dello sfruttamento e della violenza. La
risposta dei cybercop italiani a questo, oggi, è quasi scontata:
blocchiamo l’IP ed impediamo agli utenti italiani, volenti o nolenti,
per errore o per dolo, di incrementare questo business.

Ed è
ovvio, vista l’unanime avversione per il più spregevole di tutti i
delitti, che bloccare l’IP di un sito pedopornografico non produrrà mai
quel mare di polemiche che ha suscitato quanto
raccontato da PI. Questo perch�, in quel caso lì, la censura non si è
indirizzata verso un sito di violenze, ma ha preso di mira un server
cinese in quanto da quel server era possibile, con strumenti a
disposizione di tutti, scaricare e diffondere immagini di proprietà di
SKY. Il blocco dell’IP, che Telecom ed altri hanno già attivato perch�
così richiesto dal magistrato, non è quindi legato ad un abietto caso
di violenza su bambini ma ad una questione di diritti d’autore e diritti televisivi.

In
sostanza, si è preferito ricorrere al blocco dell’IP anzich� richiedere
ai gestori dei server cinesi, clienti di SKY e tenuti alla
distribuzione di quei contenuti solo sulla televisione locale, di
aggiornare le proprie infrastrutture di sicurezza. Basterebbe includere
nel contratto di licenza dei diritti televisivi anche una clausola di sicurezza per evitare che possa aver luogo una distribuzione non controllata, come avveniva grazie a P2P e software multimediali.

Ed
è questo che preoccupa. Perch� se può essere tollerabile, probabilmente
non per tutti ma di certo per molti, che venga inibito tecnicamente
l’accesso ad un sito che distribuisce e lucra sul pedoporno, diventa
intollerabile che la medesima operazione si esplichi per una questione
di proprietà intellettuale. E questo perch� impedire ad un individuo
adulto di verificare di persona, impedirgli a monte di scegliere e determinare
i propri comportamenti, fossero anche degli illeciti, è fatto assai più
grave del dolo commesso ai danni di diritti secondari. SKY
evidentemente non può far altro che querelare chi ritiene violi i
propri diritti, la Guardia di Finanza ha dalla sua il dovere di
occuparsene e di definire le dinamiche del reato che viene compiuto, il
Pubblico ministero ha poi l’obbligo di verificare e seguire le
inchieste ma è il magistrato super partes quello che deve capire se una
misura di censura sia o meno giustificabile.

Ed è qui
che il nostro sistema si rivela fallato. E questo non perch� i
magistrati sbaglino, se accade è naturale che accada, errare è
caratteristica intrinseca del nostro essere uomini, ma perch� tutto
questo avviene in una condizione di semi-clandestinità.
Quanti sono oggi gli IP bloccati? Quali sono? Chi ha deciso di
bloccarli e con quali motivazioni? In base a quali indagini? A quali
denunce? E con quali procedure?

Come è emerso in recenti casi di indagini sulla criminalità informatica, ancora una volta è la normativa italiana a segnare il passo.
Da un lato consente ad un magistrato, come è giusto che sia, di poter
intervenire con tutta l’autorità dello Stato per rimediare a situazioni
di estrema gravità, dall’altro però nega una vera trasparenza
su provvedimenti che non riguardano solo gli indagati ma l’intera
popolazione. E lo nega anche e persino per le decisioni più
controverse, sottraendo così ai cittadini uno dei loro diritti
essenziali, quello di poter conoscere e giudicare il funzionamento dello Stato.

Tutto
questo pesa sulle promesse della rete, sul suo sviluppo e sulla
possibilità che una nuova umanità più coesa e più consapevole delle
proprie diversità si affermi davvero. Sì, perch� intervenire sulle cose
della rete, mettere dei paletti alle possibilità di scelta delle
persone, ingabbiare la loro navigazione e farlo senza
dichiararlo con chiarezza, senza inserire in un sito web accessibile a
tutti ogni informazione su una censura che si è ritenuta inevitabile, è
drammaticamente pericoloso.

Parliamoci chiaro:
in ballo non c’è il rapporto più o meno dinamico tra cittadino e cosa
pubblica, c’è invece la necessità di impedire il soffocamento di uno
strumento che non sappiamo dove ci sta portando ma sappiamo che è la
via ad una nuova evoluzione. Finch� mancherà una trasparenza assoluta su decisioni di questa portata
non solo è giusto sottoscrivere l’indignazione generale ma è anche
necessario chiedere alle forze politiche, tanto più che siamo
praticamente sotto elezioni, di dire cosa ne pensano, di esprimersi
sull’argomento e di chiarire la propria posizione in merito alla rete,
e di farlo per una volta volando, perch� i diritti fondamentali
risiedono molto più in alto delle logiche di mercato, tanto che spesso
ci si dimentica della loro esistenza.

Paolo De Andreis

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