I pirati all’attacco di Roma

I pirati all’attacco di Roma

Una festa per il libero scambio di file sulla Rete. E per fermare la legge Carlucci sul diritto d’autore

Tratto da espresso.repubblica.it – di Alessandro Gilioli 25 marzo 2009

Chissà se l’onorevole Gabriella Carlucci è libera sabato 28 marzo. Nel caso, in serata potrebbe passare al Teatro delle Arti, nel quartiere della Garbatella a Roma, a salutare i suoi nuovi nemici: quelli che scaricano e scambiano liberamente musica, film e software in Rete. E invece di farlo di nascosto, chiusi in una stanza buia davanti a un monitor, rivendicano il loro gesto come un atto di disobbedienza civile, per la condivisione e la diffusione gratuita dei prodotti intellettuali.

Gabriella Carlucci è la parlamentare che nelle ultime settimane si è fatta paladina del diritto d’autore con una proposta di legge – teoricamente contro la pedofilia – che proibisce ogni forma anonima di immissione e di scambio di contenuti on line. Tra l’altro, nel presentare nel sito la sua leggina la Carlucci ha realizzato un grottesco autogol: gli internauti infatti hanno subito scoperto che il file contenente la proposta in questione era stato creato originariamente da Univideo, l’associazione degli editori dei dvd.

Ed è contro questa deriva senil-repressiva (su cui ormai ironizzano anche i più prestigiosi blog e siti stranieri, da Boing Boing ad Andrew Sullivan) che gli attivisti della Rete hanno deciso di muoversi non solo nell’iperspazio virtuale, ma anche in un luogo molto fisico e reale, come appunto la Garbatella di Roma.

L’evento di sabato 28 sarà una grande ‘Festa dei pirati’ organizzata da una serie di associazioni culturali (Piazza Telematica, Frontiere Digitali, Linux Club, Scambio Etico eccetera) insieme a riviste e piccole case editrici che teorizzano la condivisione gratuita della conoscenza come strumento di crescita dell’intera società.

L’iniziativa è ludica – musica, pasticcini e spettacoli – ma seriamente provocatoria: quello dei ‘pirati telematici’ è ormai un movimento che va dalla
Scandinavia agli Stati Uniti secondo il quale il diritto d’autore è una gabbia che impedisce quell’innovazione creativa i cui effetti ricadrebbero positivamente su tutti – autori compresi – anche in termini economici.

Ed è sulla base di questo programma che in Svezia, ad esempio, è già nato un Partito dei Pirati, i cui leader saranno alla festa di Roma, insieme ad accademici e attivisti italiani e stranieri favorevoli al modello della condivisione dei beni intellettuali (informazioni al sito www.no-copyright.net). Sostiene Luca Neri, giornalista e consulente informatico nonché autore del recente libro ‘La Baia dei pirati’ (Cooper editore): “Le pratiche di peer-to-peer (cioè di scambio on line di video, musica e software) secondo noi non sono una minaccia per la società, ma al contrario rappresentano un’enorme opportunità per lo sviluppo della creatività e di nuovi modelli economici,soprattutto in una fase di recessione”.

Oggi quasi due terzi di tutto il traffico Internet sono generati dal ‘peer-to-peer’ e la violazione delle varie leggi sulla protezione del copyright va a colpire migliaia di persone – specialmente ragazzi – che non sono certo criminali. Insomma i ‘pirati’ pongono una questione che i legislatori devono affrontare tenendo conto anche delle loro ragioni, ispirate spesso più al bene sociale che all’egoismo individuale. Nel Teatro delle Arti di Roma – tutto dipinto di nero come nella migliore tradizione dei bucanieri – i teorici del libero download proveranno a esporre la loro filosofia eversiva e generosa. Chissà se qualche politico, Carlucci a parte, andrà davvero a darci un’occhiata.

www.piovonorane.it

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La versione di Gabry (con replica)

Tratto da Piovono rane di Alessandro Gilioli – 25.03.2009.

Dopo questo articolo uscito venerdì su L’espresso, ci scrive l’onorevole Gabriella Carlucci. Invece della solita risposta in coda, mi sono permesso di chiosare in corsivo la lettera con le mie personali opinioni in merito. La lettera dell’onorevole Carlucci filata (senza le mie risposte) è qui.

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Caro Direttore, mi permetta di rispondere all’articolo riguardante la mia proposta di legge contro l’anonimato in rete, pubblicato sul suo periodico la scorsa settimana. Proposta che ha suscitato scomposte e inspiegabili reazioni.

Passi per «scomposte», ma non mi pare tanto «inspiegabile» che faccia girare le scatole a molti una proposta di legge che non mi pare esista in nessun ordinamento democratico come il «divieto di effettuare o agevolare l’immissione nella rete di contenuti in qualsiasi forma (testuale, sonora, audiovisiva e informatica, ivi comprese le banche dati) in maniera anonima».

E’ stato detto che la mia intenzione di vietare l’anonimato su Internet, adducendo la scusa della lotta alla pedofilia e dei reati di diffamazione, intenda in realtà combattere la pirateria e difendere il diritto d’autore.

Non è che «è stato detto». L’ha «detto» di fatto lei medesima, onorevole Carlucci, quando per scrivere la sua proposta ha usato un file originariamente creato dall’associazione produttori di audiovisivi.

Onestamente non vedo quale sia lo scandalo se questa fosse una delle finalità del provvedimento.

Mah, magari sarebbe stato corretto dirlo, che era una legge contro il peer-to-peer, invece di nascondersi dietro la crociata contro i pedofili. O no?

La domanda da porsi in realtà è: scaricare o diffondere opere coperte dal Diritto d’autore è o non è illegale? Chi critica la mia proposta chiede e pretende la libertà di violare il diritto altrui? Le chiedo: come reagirebbe lei ed il suo editore se qualcuno comprasse il suo periodico in edicola e poi pretendesse di non pagarlo all’edicolante?

La domanda in questione – certamente lei lo sa – è al centro di un dibattito mondiale da alcuni anni e in proposito sono state scritte dozzine di libri (alcuni anche scaricabili on line). Comunque sì, al momento è illegale, ma bisogna capire se in termini di vantaggi complessivi della società sia meglio percorrere la strada della perseguibilità penale di chi scarica o quella di una liberazione per gradi e non necessariamente completa del diritto d’autore. Anche in proposito ci sono diversi studi, che sono certo lei, Carlucci, ha letto.
Quanto all’edicolante, immagino che sia lui a inseguire chi non paga “L’espresso”: ma quanto a noi, mettiamo on line gratis al 90 per cento il giornale ogni settimana, accanto a moltissimi altri contenuti prodotti solo per il Web, sperando fare la scelta giusta.

Internet oggi è un canale di diffusione di messaggi e contenuti che purtroppo si presta a diffondere notizie vere, ma si presta anche ad essere luogo virtuale e difficilmente controllabile nel quale commettere reati gravissimi o praticare l’illegalità.

Anche la via dove abito io è un luogo dove si possono commettere illegalità. Ma non sarebbe una buona idea mettere un poliziotto ogni dieci metri a chiedere i documenti a tutti i passanti. Altrimenti si chiama Stato di polizia.

A mio avviso, le libertà individuali non possono costituire scusa plausibile per la commissione di atti illegali.

Certo. Purché il controllo preventivo non diventi soffocante. Vi chiamate mica Popolo della libertà?

In tal senso, per quanto riguarda il reato di diffamazione, chi mi accusa, in realtà pretende il diritto di rimanere anonimo per avere la libertà di calunniare gli altri senza pericolo di essere perseguiti o senza dare al diffamato alcuna possibilità di potersi difendere. Anche qui la domanda sorge spontanea: se si muove una critica o si esprime un’esplicita accusa verso qualcuno e si è coscienti che quanto affermato corrisponda a verità, non si comprende la necessità di celarsi dietro il paravento dell’ anonimato.

A parte il fatto che l’anonimato propriamente detto in Rete già non esiste perché ci sono gli indirizzi IP da cui la polizia postale può arrivare quasi sempre all’autore di ogni contenuto, non capisco perché – ad esempio – un tipo che fa l’operaio alla Tubi Rossi debba firmarsi con nome e cognome se scrive on line che nella sua azienda non vengono rispettate le norme di sicurezza. E’ un esempio tra mille, naturalmente: il fatto è che il testo Carlucci semplicemente vieta di inserire contenuti anonimi, quindi allontanerà dalla Rete un sacco di persone che per le più svariate ragioni non vogliono apparire. L’effetto rischia di essere quello già ottenuto dal decreto Pisanu, che ha tarpato le ali all’Wi-Fi in Italia. Non propriamente un successo, in termini di sviluppo e innovazione.

I latini dicevano ubi societas ibi ius. Ritengo che una società senza regole sia destinata a perdersi nella totale anarchia. Quando una legge o delle regole vengono create per tutelare un diritto non sono lesive e non devono essere considerate come tali. Se regole chiare per internet non violano i diritti fondamentali ma tendono a difenderli, non possono che essere giudicate giuste ed equilibrate. Io sono fortemente persuasa che chi opera e naviga sulla rete, rispettando le leggi, non abbia davvero nulla da temere dalla mia proposta.

L’operaio della Tubi Rossi di cui sopra non sarebbe esattamente d’accordo. E con lui altri milioni di persone che postano o commentano anonimamente senza commettere alcun reato. Lei li trasformerebbe ipso facto in delinquenti, se ne rende conto?

Attraverso il mio provvedimento non si intende porre alcuna limitazione né tantomeno censure ad un uso consapevole di Internet.

Aiuto: cosa intende, onorevole, per «uso consapevole»? Se io passo la serata a guardarmi siti pornazzi è un uso inconsapevole e bisogna che il mio nome appaia sul sito tra chi lo sta frequentando? E non è che per caso per lei è un uso non consapevole di Internet anche Facebook, contro cui lei una volta ha tuonato? Ora capisce, onorevole, perché a molti non piace la sua proposta? Il diaframma tra un uso consapevole e un uso inconsapevole dove lo vuole fissare, esattamente?

Contrastare questa proposta di legge basandosi sul fatto che sia stata creata per colpire chi scarica illegalmente dalla rete prodotti coperti da copyright è semplicemente ridicolo, perché si chiede di chiudere gli occhi di fronte ad una palese illegalità.

Infatti: creata per punire i downloader, finirà per creare uno Stato di polizia sul web per tutti.

Peraltro non comprendo il fuoco di sbarramento ideologico e pretestuoso per una proposta certamente perfettibile che nel corso dell’iter parlamentare potrà essere emendata, grazie anche all’apporto di esperti del settore.

Purtroppo, onorevole, è emerso che lei ha consultato lobbisti, più che esperti. A me farsi ispirare da una lobby sembra più «ideologico» delle pur scomposte reazioni che la sua proposta ha provocato. E usare come scusa la pedofilia mi sembra più «pretestuoso» ancora, mi perdoni.

Ritengo che non ci sia motivo di nascondersi nell’anonimato per esprimere la propria opinione; nella maggior parte dei casi si ricorre ad esso nel momento in cui si ha l’intenzione di delinquere.

Mah: francamente non mi risulta proprio che «la maggior parte» degli anonimi in rete delinqua. Che siti frequenta, onorevole?

Chi si nasconde dietro a uno pseudonimo o lo fa per ragioni di sicurezza, in tal caso la motivazione è accettabile, oppure lo fa per delinquere senza essere riconosciuto. Persone che si dichiarino oneste non dovrebbero quindi sentire il bisogno di celare il proprio nome.

A parte sempre l’operaio della Rossi Tubi, naturalmente. O quello che si guarda i pornazzi. O quello che va a cercare una fidanza su Meetic e non vuole che gli amici lo sappiano perché si vergogna. O quello che chattando non vuol far sapere la sua età e il suo curriculum, che magari col nome verrebbe fuori googlando il suo nome. O quello che etc etc: i casi sono infiniti. Nell’era di Google la privacy legata al nostro nome è minima, lo sa?

Infine, la mia proposta, seppur da perfezionare, non intende limitare alcuna libertà fondamentale, come qualcuno vuole far credere, bensì tende a garantire e favorire il rispetto delle leggi. Sarebbe senza dubbio opportuno collaborare con gli esperti della rete in modo da migliorare questa proposta di legge.

Ecco, sull’ultima frase sono finalmente d’accordo: la migliori parlando con gli esperti, questa legge. Quindi viene sabato a Roma alla Festa sul copyleft, giusto?

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