Il Parlamento UE: open source sì. Con prudenza

Il Parlamento UE: open source sì. Con prudenza

Le istituzioni europee rispondono ad una interrogazione di Marco Cappato (Radicali) sull’utilizzo dei sistemi proprietari nei palazzi dell’Unione. E dicono: Linux è la prospettiva

da punto-informatico.it del 10 aprile 2008

Roma – Coloro che gestiscono le infrastrutture telematiche del Parlamento Europeo non nutrono dubbi: la via da seguire è quella dell’open source. Lo dicono i Questori nella risposta giunta in questi giorni ad una interrogazione sull’argomento che era stata loro rivolta dal parlamentare europeo radicale Marco Cappato. La scelta dei sistemi aperti, spiegano, è già avvenuta e se non tutto è ancora open è perché occorre rispettare tempi e necessità tecnici.

Nella risposta, James Nicholson, questore responsabile per le tecnologie dell’informazione, spiega che da anni il Parlamento ha preso questa strada e che oggi la piattaforma utilizzata “è basata interamente su tecnologie e strumenti open source”. In realtà strumenti proprietari vengono utilizzati ampiamente nei sistemi di gestione dei server dove però, spiega Nicholson, “sta crescendo l’utilizzo di piattaforme Linux”.

Il Questore non entra nello specifico delle motivazioni che hanno portato e stanno portando l’istituzione comunitaria verso i sistemi aperti, ma sottolinea come questo processo riguardi ormai tutti gli ambiti in cui si muove il Parlamento stesso, compreso ad esempio la gestione dei progetti.

Diversa la questione per quanto riguarda le postazioni di lavoro, nelle quali i parlamentari tendono ad utilizzare soprattutto sistemi operativi proprietari. Nella sua interrogazione tra le altre cose Cappato rilevava come la configurazione standard dei PC usati dal Parlamento comprenda “esclusivamente sistemi operativi (Windows XP Professional), browser (Internet explorer), Client di posta elettronica (MS Outlook) e applicazioni (Pacchetto MS Office) in lingua inglese di proprietà della società americana Microsoft”.

In questo senso, Nicholson spiega che “i laboratori informatici del Parlamento europeo hanno messo a punto una configurazione prova. Tale configurazione, basandosi su un’architettura OSS (Ubuntu Dapper, OpenOffice, Firefox..) che risponde a bisogni funzionali in termini di burotica ed ambiente di sviluppo, non può tuttavia assicurare la sostituzione immediata della configurazione attuale”. La ragione principale sta nel fatto che negli anni il Parlamento si è appoggiato non solo a strutture proprietarie ma anche a tecnologie specializzate costruite ad hoc per il proprio funzionamento, apparati legacy che è difficile sostituire. Ed è “per questo motivo – continua Nicholson – che l’iniziativa di apertura agli OSS si fonda su un procedimento prudente, che tiene conto del bisogno di continuità di servizio delle nostre infrastrutture e dei nostri ambienti informatici”.

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