La retorica della pirateria

La retorica della pirateria

Ma se il mercato della cultura vive dei denari dei contribuenti non è forse esagerato parlare di pirati, rieducazione e inciviltà sociale?

di Leonardo Maccari da punto-informatico.it del 5 settembre 2008

ll 28 agosto si è tenuto a Venezia il congresso Lotta alla pirateria e tutela dell’industria culturale italiana, organizzato dalla Direzione Generale per il Cinema del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e da Cinecittà Holding. È proprio quest’ultima che dal suo sito ci fa un riassunto dei temi trattati nel convegno, a cui hanno partecipato rappresentanti del governo e di tutte le associazioni di produttori e distributori di cultura.

I temi centrali del dibattito sono stati i danni che la pirateria arreca al mercato (stimati da MPAA in 7 miliardi di dollari in tutto il mondo solo per la pirateria online) e le modalità per combattere questo cancro. In particolare, la ricetta di Giorgio Assumma, presidente SIAE, prevede tra le altre cose di:

investire anche i Prefetti di ampi poteri amministrativi, rivalutando l’antico principio giuridico della colpa in vigilando che colpisce i genitori dei minori sorpresi ad acquistare prodotti contraffatti o abusivamente duplicati o individuati nello scaricamento illegale di opere protette da Internet; gli stessi ragazzi responsabili di illeciti dovrebbero poi svolgere delle prestazioni con finalità sociale, come, ad esempio, ripulire i monumenti da scritte sicuramente poco artistiche o accompagnare un anziano o un disabile nelle proprie attività fuori dalla propria abitazione

ma anche:

istituire corsi obbligatori di educazione civica nelle scuole: non tener conto dei diritti degli autori, lavoratori al pari di altri, rubando le loro opere con la pirateria è infatti un vero e proprio fenomeno di inciviltà sociale da sconfiggere Insomma, il mercato è in crisi e la colpa, tra gli altri, è dei ragazzi che rubano le opere con la pirateria e dei loro genitori. Immancabile la risposta del governo: Gianni Letta ha già predisposto un tavolo tecnico che partirà ad ottobre, tra i suoi scopi studiare forme nuove di contrasto alla pirateria digitale.

Due parole chiave dunque, mercato e pirati. Il primo potrebbe produrre e distribuire cultura per tutti, ma i secondi glielo impediscono. Viene la curiosità di capire quanto questo sia vero e, fortunatamente, troviamo in rete molti strumenti per aiutarci a capire. Cominciamo dal mercato, e andiamo a vedere dal sito dell’ANICA le statistiche riguardanti il mercato del cinema e dei botteghini. Sorprendentemente, dalle cifre per l’anno 2007 emerge un panorama piuttosto incoraggiante. Nel 2007 in Italia sono stati prodotti con investimenti interamente o parzialmente Italiani 121 film, 5 in più del 2006. L’incasso totale ai botteghini è stato di circa 617 milioni di euro, il 12% in più del 2006, per i soli film italiani l’incasso è aumentato del 44%.
Se si guardano i dati degli anni precedenti, a parte una leggera flessione del 2003, gli incassi dei film italiani sono sempre in crescita, passati da 91 milioni nel 2001 a 195 nel 2007, analogamente la presenza di pubblico aumenta da 16 a 33 milioni.

Lo stesso non si può dire per il mercato della musica, il sito della FIMI ci offre le statistiche per gli ultimi anni. Consideriamo il periodo 2004-2007, il mercato off-line è passato da un fatturato di 280 milioni di euro a 196 milioni, solo in parte compensato dall’aumento del mercato online (singoli, album, suonerie ecc..), di cui non ci sono dati per il 2004 ma che ha prodotto circa 14 milioni nel 2007. La discesa peraltro inizia già dagli anni precedenti ed è trainata soprattutto dalle minori vendite di CD.

L’appello delle associazioni verso lo Stato è chiaro: combattete la pirateria perché frena il mercato e, se il mercato frena, la produzione di cultura in Italia si arresta. C’è un’attenzione specifica al mercato, che secondo i produttori è lo strumento che può portare la cultura nelle nostre case, a patto che lo si difenda dai pirati. Ci sono alcune cose che un liberista, che crede veramente nel mercato, odia profondamente: due tra queste sono le imposte ed i sussidi statali.
Le prime perché limitano i profitti, le seconde perché turbano il mercato e favoriscono un settore al posto di un altro. Certo, su questi temi non si può essere sempre oltranzisti: l’ANICA ci informa che nel 2007 lo Stato ha speso 63 milioni di euro in contributi statali alla produzione di film, ovvero il 20% degli investimenti totali. Una parte di questi soldi dovranno essere restituiti dal produttore allo stato in funzione degli incassi al botteghino, ma questo raramente si verifica, se ne è occupato Report in passato. Lo stato quindi finanzia un quinto delle spese di un mercato in crescita con lo scopo, legittimo, di incentivare la produzione culturale. Non solo, a questi soldi ne vanno aggiunti altri per finanziamenti indiretti, come quelli spesi per i festival. Dal mio punto di vista è giusto che lo stato investa nella cultura, ma si comincia a intravedere qualche scricchiolio nel quadro che ci viene presentato.

Andiamo avanti, un altro tema di cui in passato si è discusso molto è il notorio equo compenso sui supporti vergini. Ogni volta che comprate un supporto vergine, un CD, un DVD, una cassetta di qualsiasi tipo o un apparto per la registrazione, al prezzo dell’oggetto viene aggiunta una quota. La quota dipende dalla natura dell’oggetto e verrà ripartita dalla SIAE tra gli autori. Secondo l’ASMI, la associazione dei produttori di supporti magnetici, l’incremento dell’equo compenso avvenuto nel 2004 ha portato ad un crollo del mercato del 27.5% dei supporti ottici. Basandosi sui dati di vendita per il 2004 pubblicati da ASMI, è facile fare altri due conti: nel 2004 sono stati venduti 132 milioni di CD e 35 di DVD, per un equo compenso di 29 e 58 centesimi (più Iva), fanno circa una sessantina di milioni nelle casse SIAE, all’anno, dal 2004. Ben oltre quello che il mercato dei CD perde ogni anno. A questi soldi dovrebbero essere aggiunti anche i compensi applicati su masterizzatori ed altri apparati di riproduzione, di cui però non ci sono dati pubblici.

Parrebbe quindi che il mercato da difendere sia in realtà molto poco libero, anzi, sia già sorretto da politiche statali (sussidi e compensi) che lo favoriscono anche a costo di mettere in crisi altri settori, come quello dei supporti vergini. Non a caso nel cinema (come nella musica), i dati di mercato mostrano un sistema molto poco concorrenziale, con i primi 4 distributori che occupano il 55% del fatturato e gli ultimi 10 che si spartiscono poco meno del 4%.

Arriviamo adesso al secondo termine, il pirata. Un ragazzo che scarica o condivide un mp3 su Internet dovrebbe essere rieducato, secondo Assumma, perchè non rispetta i diritti degli autori. Fermiamoci un momento a riflettere su quante volte i diritti degli autori vengono rispettati nella catena che porta un film dalla produzione fino ad un negozio di DVD. È interessante capire se effettivamente il ragazzo in questione, che per legge non ha nessun diritto sull’opera, potrebbe idealmente rivendicarne qualcuno.

1. Come abbiamo visto, tutti i contribuenti finanziano la produzione di film, per il 20% del totale degli investimenti.
2. Chi va al cinema, finanzia i produttori con una parte del biglietto.
3. Se il film viene trasmesso dalla RAI, il nostro canone viene in parte speso per pagare i diritti correlati
4. Il DVD sul quale viene stampato, ha un prezzo maggiorato per l’equo compenso. Allo stesso modo, anche tutti gli altri DVD che compriamo hanno lo stesso sovrapprezzo, anche se ci salviamo il video delle nostre vacanze.
5. Infine, il DVD costerà almeno una decina di euro.

Ora, visto che almeno tre di questi passaggi non dipendono dalla volontà dell’utente, viene da pensare che forse un vero mercato della cultura non esiste, ma che la produzione di film, musica, ma anche altri tipi di opere sia in parte consistente caricata sulle spalle di tutti. Se così è, non è anche un po’ esagerato parlare di pirati, rieducazione e inciviltà sociale?

Osservando questi dati si può capire che le posizioni dell’industria dell’entertainment non sono veramente collegate ad un interesse generale, quanto al mantenimento delle loro posizioni dominanti nel mercato. Ma come si può rispondere a queste pretese? Un buon punto di partenza sarebbe chiedere che le opere pubblicate e prodotte con una forte quota di finanziamenti statali siano restituite al pubblico in tempi brevi. Avrebbe senso se la pubblica amministrazione distribuisse i contenuti che vengono realizzati con i soldi dei contribuenti con delle licenze che restituiscano ai contribuenti stessi i diritti per usarli con maggiore libertà, ad esempio licenze Creative Commons. Per alcuni contesti questo potrebbe avvenire da subito (ad esempio per i siti istituzionali). Per altri contesti in cui l’aspetto economico assume più rilevanza si potrebbe attendere un lasso di tempo più lungo. Non ci sarebbe bisogno quindi di cambiare nessuna legge sul copyright, semplicemente, un telefilm prodotto dalla RAI con i nostri soldi, potrebbe essere rilasciato con una licenza CC dopo, ad esempio, due anni.

Il posto migliore dove discutere una proposta del genere sarebbe sicuramente il tavolo tecnico indetto dal governo, richiedendo che vi possano partecipare anche delle associazioni di consumatori o altri rappresentanti di interessi più diffusi. Non sarebbe una novità, con il governo Prodi nella commissione Gambino hanno partecipato anche persone dal network di FrontiereDigitali. Perché non fare un tentativo anche con il nuovo tavolo tecnico presieduto da Gianni Letta?

Leonardo Maccari
altre riflessioni su questi temi su leonardo.lilik.it

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