Leonida Répaci: “I fratelli Rupe”, 1932

By Pagina Tre Uscito nel 1932, (in calce Rèpaci ha segnato la data del “7 novembre 1931 in Viareggio”), è il primo dei volumi che costituiscono la “Storia dei fratelli Rupe”, conclusasi con “La terra può finire” del 1973. Prima del 1973 abbiamo, oltre al primo: “Potenza dei fratelli Rupe” (1934), “Passione dei fratelli Rupe” (1937), “Tra guerra e rivoluzione” (1969), “Sotto la dittatura” (1971).  Vi si narra di una famiglia calabrese allo stesso modo che, nei medesimi anni, Giuseppe Dessì, che viene subito alla mente tra gli scrittori meridionali, racconta di una famiglia sarda, il cui capostipite è Angelo Uras. L’autore dichiarò di essersi ispirato alla storia della propria famiglia: “Questo romanzo è, nelle grandi linee, la storia di noi Répaci”.
Répaci fu un assiduo animatore della vita culturale del secolo scorso. La sua memoria, oltre che a questa “Storia”, è legata al Premio Viareggio, di cui fu il fondatore nel 1929 insieme con Carlo Salsa e Alberto Colantuoni. In Lucchesia, a Pietrasanta, morirà nel 1985. Prolifica fu la sua attività di giornalista, finché non l’abbandonò per dedicarsi alla stesura degli ultimi tre volumi della sua opera principale. Fu anche pittore.
La Morte, si potrebbe dire, appartiene al Sud, vi è di casa, come estrema falciatrice e come ispiratrice delle azioni degli uomini: “Quando il mondo è così lucente, sparire è così doloroso. Ciò dà rilievo, credito, potenza alla Morte.” Il romanzo si apre descrivendo la morte silenziosa di Antonio Rupe, che, come Angelo Uras nella saga di Giuseppe Dessì, è stato un uomo coraggioso e rispettato (era chiamato “Maestro”) nel suo paese, Sarmùra, in origine “un castello di pescatori, poi ingranditosi, che prese nome dall’acqua che bevve Oreste pellegrino ad una sorgente”. Ha lavorato una terra, Calimèra, arida, soda, infestata dalla malaria, e ne ha fatto un’azienda modello, finché la sventura (esito di cause in Tribunale) non si è accanita contro di lui, portando nella famiglia povertà e dolore. La sua morte peggiora le cose, ma, per fortuna, oltre alla vedova, ha lasciato dieci figli, tutti di forte carattere. Mariano il maggiore, davanti al morto, promette alla famiglia, e in particolare a Leto, il più piccolo, “il fanciullino” (del quale seguiremo tutti i sospiri e i passaggi della crescita) che penserà lui a procurare di che sfamarsi, con l’aiuto degli altri fratelli già grandi, Cino, Pietro e Tristano. C’è tutto il Sud in questo avvio. Ecco un brano dedicato alla descrizione di Sarmùra: “È un paese sempre pronto a mutar faccia, a sostituire i suoi blocchi di case strette aggrondate ferrigne con altre ancora più strette, più aggrondate, più ferrigne. Soprattutto più basse, ché il terremoto non ama la boria, perciò recide senza pietà le fioriture troppo ricche degli alberi di pietra, su cui gli uomini, questi uccelli dalle ali invisibili, fanno il nido.”
Répaci è un autore in cui si mescolano prodigiosamente asprezza e fantasia, solarità e incanto, in un’ambientazione di luoghi che hanno avuto altri celebri cantori vissuti tanti secoli prima, come Cassiodoro e Strabone, ai quali Répaci va collegandosi come un …read more
Source: Frontiere Digitali

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