L’hacker salver� l’economia?

L’hacker salverà l’economia?

Si possono esportare nell’economia materiale i principi che sorreggono
il software libero? In altre parole, è possibile hackerare l’economia
reale, in modo che ci sia pane e tecnologia per tutti?

di Michele Bottari – Quelli di Zeus  da ZEUS News – www.zeusnews.it del 23-05-2006

Parte prima: l’hacker, nè programmatore, nè genio, nè criminale

Secondo l’attuale definizione di Wikipedia,  un hacker è una "persona
che si impegna nell’affrontare sfide intellettuali per aggirare o
superare creativamente le limitazioni che gli vengono imposte, non
limitatamente ai suoi ambiti d’interesse, ma in tutti gli aspetti della
sua vita".

Prendendo a prestito la retorica del nostro ex-presidente del
consiglio, possiamo caratterizzare l’hacker con le tre C: curiosità,
competenza, condivisione. L’hacker nasce come curioso, i bambini, a
loro modo, lo sono tutti. Date loro un giocattolo e un cacciavite, e
vedrete cosa succede. La smania di conoscere come funzionano le
macchine è la base dell’hacking.

Ma essere curiosi non basta: è lo strumento per accumulare conoscenze,
e diventare competenti, dei veri esperti. Una volta apprese le
conoscenze, è fondamentale condividerle. È dovere dell’aspirante
hacker, cioè, mettere tutta la sua conoscenza, nella maniera più
accessibile, a disposizione del resto della comunità, perch� la
conoscenza non ha proprietari.

Notate l’assoluta assenza di queste tre parole: computer, genio,
illegalità. Il computer è elemento certamente importante, per la
cultura hacker, visto che l’ha in qualche maniera generata, ma non
essenziale. Neppure è necessario essere geni: basta maturare una
competenza atipica delle nostre macchine e di che cosa esse possano
fare per noi.
L’illegalità, dovuta per lo più a uno svarione lessicale, è un’altra
mistificazione. Certo, all’hacker non piacciono le regole, soprattutto
quelle non scritte, le consuetudini, l’automaticità. Ma,
paradossalmente, il software libero, uno dei traguardi più prestigiosi
del movimento, nasce da un perfetto, assoluto e quasi maniacale
rispetto per la legge.

Il copyleft è l’arma con cui l’hacker blinda il proprio lavoro,
rendendolo immune dall’appropriazione da parte dei caimani della
proprietà intellettuale. L’aspetto entusiasmante è che lo fa
utilizzando le stesse leggi e norme coattive usate dai suoi avversari.
Chi osa infrangere il copyleft, infrange il copyright, e tutto il
castello di avvocati e carte bollate che lo sorregge.

Al di fuori del campo informatico, esistono molte comunità hacker, dai
meccanici auto specializzati in riparazione e riprogrammazione di
centraline elettroniche, a particolari gruppi come i radioamatori, i
motociclisti, gli aeromodellisti, gli appassionati dei trenini
elettrici, da cui pare derivi il nome hacker.

Ci sono anche esempi di contadini hacker, che si riuniscono attorno a
Civiltà Contadina, ma anche gli eco-hacker, una comunità, di tipo
tendenzialmente anarchico, che ha sviluppato una tecnologia di
produzione di bio-gasolio fatto in casa. Non ci riferiamo a quei babbei
che incitano a mettere l’olio di colza nei motori diesel common rail:
questi producono ottimo gasolio da autotrazione, lavorando su oli di
frittura usati o simili.

Da queste pagine è nata anche la definizione di hackumer, il
consumatore hacker, un tentativo di diffondere un approccio critico, e
sanamente distruttivo, all’atto dell’acquisto, che sta diventando per
noi sempre più automatico e spersonalizzato. Grazie a questa forzatura,
è possibile annoverare nella comunità hacker anche i Gruppi di Acquisto
Solidale, i bilancisti di giustizia, e in genere tutti quelli che si
ribellano alle morbide e traditrici maglie del marketing, come i meetup
di Beppe Grillo.

Come l’hacker potrà rivoluzionare l’economia? Il nostro sistema, ha già
sperimentato degli attori hacker? Con che grado di distruttività hanno
agito?

Il vero problema delle multinazionali è che vendono prodotti banali.
L’hacker è in grado di smascherarle. L’utopia di Smith alla luce della
banalità.

L’hacker e la banalizzazione

Il liberismo è quella dottrina economica che teorizza il disimpegno
dello stato dall’economia. Secondo l’impostazione classica, una mano
invisibile fa tendere il mercato all’ottimo. In soldoni, l’individuo,
operando in maniera egoistica, persegue un fine che non rientra nelle
sue intenzioni: il benessere della società.

Questo si dovrebbe tradurre in costi ridotti al minimo, rendendo il
prezzo di mercato pari al costo + epsilon. Non solo: i consumatori
dovrebbero orientare la produzione verso la propria massima
soddisfazione. Questi risultati sono stati raggiunti, o per lo meno
avvicinati? Su Marte, forse. Sulla terra non pare proprio.

L’utopia capitalista di Adam Smith disegnava un ambiente in cui i
produttori erano uguali, i prodotti erano uguali (banali: quelli che in
gergo oggi si chiamano commodities), e pure i desideri dei consumatori,
che allora erano necessità, erano banali. Niente di sbagliato, visto
che le sue teorie risalgono alla rivoluzione industriale, e fotografano
la realtà dell’epoca.

Fin da allora, l’ossessione delle corporation, aziende con dimensioni e
potere sterminati, è sempre stata combattere la propria banalità. La
produzione di massa è perfettamente riproducibile, ogni prodotto è
uguale all’altro, perfettamente copiabile. Il suo valore, deprivato
caratteristiche di unicità, tende a zero. Teoricamente, le corporation,
condannate per loro stessa natura alla produzione di massa, sono nella
situazione di minor potere. Teoricamente.

In realtà, sono sempre riuscite a rendere il loro prodotto non
fungibile, quindi non banale. Lasciate libere di azzerare la
concorrenza, hanno potuto lavorare sulla filiera (l’insieme dei
processi che concorrono in sequenza a produrre, distribuire e
commercializzare un prodotto). Si sono impadronite cioè delle fasi
critiche del processo produttivo, quelle che apportano il maggior
valore aggiunto, lasciando agli altri le briciole.

Nella prima metà del secolo scorso, la maggior quota degli investimenti
riguardava le materie prime, assicurando il controllo, il monopolio,
sui giacimenti dei principali fattori produttivi: petrolio, metalli,
carbone, etc. L’emblema del grande capitalismo di quegli anni è John D.
Rockefeller. E chi può ricordare quei tempi conferma che il prezzo dei
prodotti era dato essenzialmente dal costo delle materie prime. La
corporation aveva banalizzato tutte le altre fasi della filiera.

La seconda metà del secolo scorso ha visto l’emergenza graduale di
altre fasi produttive. Simboli di questa fase del grande capitalismo
sono Rupert Murdoch e Silvio Berlusconi. Secondo questa impostazione,
la vendita è il processo strategico della filiera, quello che
garantisce il massimo valore aggiunto. Il prodotto rimane desolatamente
banale, ma acquista un valore percepito, pompato dal marketing. Non a
caso il grosso degli investimenti si è concentrato nel packaging, nella
comunicazione e nella distribuzione.

Oggi, assistiamo alla smaterializzazione della produzione: le materie
prime sono sempre meno importanti per la creazione di valore aggiunto,
e molti beni sono reperibili sotto forma smaterializzata. Dove si
concentrano ora gli investimenti?

Sostanzialmente in due grandi filoni: la parte più malata e vigliacca
preferisce i servizi pubblici essenziali, dove continuare a godere di
posizioni di monopolio (Benetton/Autostrade, Tronchetti/Telecom). La
parte più avventurosa delle corporation va nella proprietà
intellettuale: marchi, copyright e brevetti, infatti l’emblema del
grande capitalismo di questi anni è Bill Gates.

Questi due tipi di corporation hanno una cosa in comune: non importa
che cosa tu faccia o venda, ma con che diritto tu possa esigere delle
royalty. La multinazionale del nostro secolo sarà sempre più simile a
un feudatario esoso, e il criminale sarà il pirata, il ragazzino che
scarica musica da internet, il vùcumprà che vende le borse di Gucci di
plastica.

Ma l’investimento in aria ha le sue controindicazioni, e in questa
situazione l’hacker ci sguazza. Le corporation si espongono a
un’incredibile debolezza strutturale: i beni che vendono non sono
economici, infarciti come sono di diritti e royalty, e sono
estrememente banali. La sensazione è che chiunque possa fare di meglio
a meno.

In questo panorama ingessato e inefficiente, la cultura hacker può
provocare davvero grossi sconvolgimenti, a patto di districarsi tra le
proibizioni imposte dalla proprietà intellettuale.

I settori in cui l’hacker ha "spaccato". Cosa impedisce all’umanità di estendere queste logiche a tutta l’economia?

L’esempio del software libero e della musica

Tutti abbiamo intuito che nel campo del software è avvenuta una grande
discontinuità: proprio dove massima è stata l’arroganza del monopolio,
è nato un movimento di idee, di persone, che ha sconvolto gli
equilibri. È opinione comune che il successo economico di questo
modello si basi sul lavoro gratuito di milioni di entusiasti volontari.
Questa teoria fa comodo a chi pubblica analisi indipendenti sul Total
Cost of Ownership, ma non è la verità.

L’attivismo gratuito, riconducibile alla cosiddetta "economia del
dono", è una componente che esiste, ma non è fondamentale nel software
libero. La sua carta vincente è la banalizzazione della cultura
condivisa. Vediamo un esempio: un programmatore installa in un’azienda
un firewall basato su Linux.

Al cliente viene offerto un sistema operativo free (linux), con diversi
giga di programmi generici, frutto del lavoro di anni per migliaia di
persone, un firewall parimenti free, frutto del lavoro di anni per
alcune persone, e infine l’installazione e la personalizzazione, poche
ore di lavoro di una persona. Il costo dell’operazione compensa
soltanto quest’ultima fase. Incredibile.

Paradossalmente, linux e il firewall, le parti più importanti della
fornitura, sia qualitativamente che quantitativamente, sono conoscenza
condivisa, disponibile ovunque, e quindi acquisibile al minimo prezzo
(in questo caso, zero, perch� il bene è eminentemente immateriale).

Il lavoro del programmatore, invece, un’inezia, è l’unica parte del
prodotto non banale, non ritrovabile altrove, e quindi è l’unica ad
avere un valore. Modelli simili di business si trovano anche nel
multimedia, soprattutto nella musica, ma anche, in misura minore, nella
letteratura e nei film. L’internet veloce, qui più che altrove, ha
banalizzato il lavoro dell’editore, un tempo indispensabile per la
produzione e la distribuzione dei supporti, ora relegato al ruolo di
promoter.

Sono tanti i musicisti che rinunciano a percepire il diritto d’autore
dalla Siae, per vendere il loro unico prodotto non banale: l’esecuzione
dal vivo. Questa politica, per molti, si sta rivelando conveniente: "Ma
quale economia del dono," sono le parole di Sergio Messina, musicista e
curatore di Radiogladio, "questo è un vero e proprio business model".

La traccia digitale, banale perch� riproducibile e copiabile, viaggia
gratuitamente nella Rete,e funge da veicolo promozionale. I musicisti
dispensano a pagamento l’unicità delle esecuzioni "live", le
apparizioni TV, il sudore e le strette di mano. "Non è beneficienza,"
insiste Messina, "questo sistema è l’unico conveniente se non sei Vasco
Rossi o gli U2. Anche musicisti considerati "arrivati", come gli Elio e
le Storie Tese, stanno verificandone il funzionamento".

Ma i beni immateriali non esauriscono le necessità di una comunità di
persone. L’hacking non può limitarsi a questi ambiti. Servono cibo,
macchine, energia

Costretti al precariato, milioni di hacker conquisteranno posizioni
dominanti nell’economia degli uomini. E, volenti o nolenti, ne
salveranno il pianeta.

Economia ed ecologia degli hacker

Oggi, lo slogan che si sente dire in giro è "fatevi imprenditori di voi
stessi", "aprite la partita Iva", come se lavoro flessibile
significasse indipendenza. Lo scandalo dei contratti attuali è che
spesso mascherano del tutto situazioni di dipendenza oggettiva, ma
impegnano il lavoratore in termini di rischio e, spesso, anche di
capitale.

Attraverso una meticolosa attività di formazione, le corporation
mantengono l’assoluto controllo del processo produttivo, imponendo di
fatto comportamenti e regole, anche alle ditte esterne, senza impegnare
capitale o assumersi rischi. L’intento è quello di banalizzare l’unico
fattore produttivo non fungibile, il lavoro, rendendolo standardizzato
e ripetitivo.

Ma affidare lavori all’esterno si rivela un fattore di debolezza, per
questi giganti. Un piccolo imprenditore, anche micro-imprenditore, un
precario, insomma, che sviluppa una sua tecnologia ed è in grado di
dialogare direttamente con il cliente, senza l’intermediazione della
casa produttrice, è a tutti gli effetti un hacker.

Riuscire a replicare il meccanismo del software libero per i beni
materiali, significherebbe la fine della corporation, e l’inizio di un
capitalismo dal volto umano. Come nel modello di Smith, in questo
schema la grande industria fornisce merce banale, al minimo prezzo.

L’artigiano è necessario per personalizzare ed elaborare il prodotto, e
la sua trasformazione è l’unica merce con un valore degno di questo
nome. Il lavoro umano costa, il lavoro delle macchine, fatto in scala
industriale, e ammortizzabile con cifre irrisorie, non costa. O costa
molto poco.

Sembra un ritorno alla teoria dei distretti industriali, in cui una
miriade di piccole aziende, come quelle del nord est italiano, hanno
creato un sistema competitivo con le corporation straniere. Possono
essere considerate hacker ante litteram? "Temo di no," sostiene Andrea
Di Stefano, direttore della rivista Valori, "non bastano le piccole
dimensioni per essere realmente "disruptive", come dovrebbero essere
gli hacker"-

"Più che alle tre C degli hacker," prosegue Di Stefano, "la cultura dei
distretti industriali si è affidata alla C di "contoterzismo": produrre
a minor costo, per conto delle multinazionali, senza rispettare le
regole. Questa è stata la rivoluzione del nostro nord est. E per questo
non ha retto alla globalizzazione".

In effetti, questo sistema non ha rispettato il requisito fondamentale
dell’hacking, la condivisione. Ma non è stato il solo problema. Il
contributo di queste micro-aziende è stato sostanzialmente sfruttare le
sacche di inefficienza delle multinazionali ed eludere i controlli
fiscali e di tutela dei lavoratori. Il tutto, solo per produrre beni
intermedi, cioè destinati alle stesse multinazionali che, a parole, si
diceva di combattere.

Essere hacker significa qualcosa in più. Non delinquenti, ma
sicuramente elemento di rottura, mantenendo saldo il controllo sulle
tre C, e sfruttando il proprio vantaggio competitivo rivolgendosi
all’utente finale, senza limitarsi alla produzione organizzata di beni
intermedi.

La richiesta di tecnologie libere, di macchine semplici, sarà sempre
maggiore, in un mondo sempre più ostaggio delle multinazionali, che
vanno imponendo prodotti via via più costosi, inquinanti e meno
durevoli. Questo è il valore ecologista dell’hacker.

L’hacker in s� non nasce ambientalista, in genere non vi ha niente a
che fare. Ma è la stortura provocata dal modello economico della
crescita obbligatoria a trasformarlo nel più formidabile protettore
dell’ambiente. La produzione hacker artigianale privilegia
invariabilmente la semplicità sulla complessità, la robustezza sulle
prestazioni, la riparazione sulla sostituzione.

In una società hacker non è possibile che sostituire un oggetto costi
meno che ripararlo o ricaricarlo. Questa è una conseguenza di una
volontà deliberata, non dell’evoluzione tecnologica. Un’economia
decentrata, locale, in cui l’acquisto di macchine dall’esterno è
ridotta al minimo, in cui la riparazione, l’adattamento, l’uso
anticonvenzionale delle macchine la fanno da padrone (una società
hacker) è ecologicamente sostenibile.

Non è facile: occorre grande competenza per la gestione e la
personalizzazione delle macchine. E occorrono leggi che favoriscano
questa impostazione.

Cosa dovrebbe fare (e non fa) la politica. La Cina come occasione, non come minaccia.

La politica e la Cina

Sarebbe un preciso dovere della classe dirigente rendersi conto del
potenziale enorme costituito da una moltitudine di piccoli soggetti,
agguerriti e compententi, rispetto alla logica della corporation:
potente, inefficiente e soffocante (perch� in grado di cambiare le
leggi).

Le leggi di uno stato hacker dovrebbero vigilare sull’eccessiva
concentrazione delle grandi imprese, che dietro motivi di razionalità,
di competitività, mascherano la necessità di spazzare via la
concorrenza.

Il principale problema di aziende microscopiche è quello della ricerca:
in genere una rete di microaziende non trova la capacità di investire
cospicue risorse economiche in attività finanziariamente onerose, che
porteranno benefici solo nel lungo periodo. E poi ci sono altre
questioncelle tipo l’accesso al credito, che per i piccoli avviene in
condizioni decisamente squilibrate in termini di potere contrattuale.

Uno stato hacker dovrebbe incentivare la formazione di una rete di
microaziende, e il loro emendamento da grossi gruppi tecnologici e
industriali, coprendo i punti deboli di questo sistema. Dovrebbe
sostenere la ricerca, o intraprenderla esso stesso, rilasciando poi i
risultati sotto forma di conoscenza condivisa. Dovrebbe favorire la
creazione di consorzi, per l’accesso ai servizi. Dovrebbe promuovere
una cultura che favorisca l’utilizzo di merci e tecnologie prodotte
localmente, non per protezionismo nazionale, ma per ottimizzare le
risorse e ridurre i trasporti.

Ma soprattutto l’aspetto più rilevante dell’intervento dovrebbe essere
quello di una liberalizzazione molto spinta sulla tecnologia. Togliere
le assurde e protezionistiche norme che riguardano costose omologazioni
tecniche. Si dovrebbe cambiare la mentalità degli organi di controllo,
sburocratizzarli. Introdurre norme basate su standard minimi di qualità
e sull’autocertificazione.

Un esempio: l’impianto frenante di un’auto, invece che richiedere
obbligatoriamente una tecnologia brevettata e proprietaria (l’ABS, una
dimostrazione che le leggi le fanno le multinazionali), dovrebbe
stabilire regole generali ma oggettive, del tipo a 50 km/h deve frenare
in 10 metri, a 100 in 40 etc. Poi come si raggiunge questo risultato
sono affari del produttore. Solo così sarebbe di nuovo possibile una
teorica produzione semi-artigianale di autovetture.

Purtroppo, pare che questa visione illuminata sia prerogativa soltanto
dei governi di arrembanti paesi sudamericani, tipo Brasile e Venezuela.
Questi paesi, capostipiti della rivoluzione pacifica che sta avvenendo
in Sud America, hanno messo la condivisione delle conoscenze al centro
del loro piano per il rilancio economico, scientifico e tecnologico del
continente.

I nostri attuali governanti, di cui già abbiamo parlato , sono invece
legati al modello industriale tradizionale, tanto che nel discorso
programmatico al senato, per la fiducia, Prodi ha affermato che il
secondo dei quattro punti del programma ecopnomico del governo sarà "la
crescita dimensionale delle imprese, con interventi fiscali e normativi
che favoriscono fusioni e acquisizioni e il consolidamento delle
filiere che ora sono in crisi".

Da questo punto di vista, il governo ci vuole riportare indietro di
vent’anni. Un grosso vantaggio rispetto a quello precedente, ma pur
sempre un regresso rispetto alle nostre potenzialità.

L’ultima di querste riflessioni riguarda la Cina. Da un po’ di tempo
pare che la buona sorte della nostra economia dipenda dalla malasorte
di quella cinese. L’invadenza di questo tipo di economia, aggressiva e
senza regole, ha mandato in fibrillazione imprenditori ed economisti.

Tanto che, all’ex ministro Tremonti è venuta l’idea dei dazi. Credere
di fermare la Cina con questo sistema è l’illusione del castoro che,
con i legnetti, vuole fermare le cascate del Niagara. Ma il problema è
un altro: a chi dovrebbero far paura i cinesi, in una situazione di
decentramento produttivo già in atto?

L’economia attuale è prevalentemente in mano ad aziende che hanno
esternalizzato tutte le le lavorazioni in paesi del terzo mondo.
Nell’ipotesi peggiore di un’economia gobalizzata cino-centrica, cosa
cambierebbe, rispetto a ora? Il controllo passerebbe da aziende con
capitale USA (e lavoratori cinesi), ad aziende con capitale cinese (e
lavoratori parimenti cinesi).Come dire, una guerra, magari anche
interessante, ma che ci vede solo come spettatori.

Meglio sarebbe, trattare con le aziende cinesi, la presenza sul nostro
mercato. Loro sarebbero ben contenti di fornire, a micro-aziende
italiane, beni da trasformare, da rifinire, invece che sforzarsi
inutilmente di produrre pallide copie, a basso costo, dei prodotti
delle multinazionali delocalizzate.

Loro potrebbero conquistare le agognate quote di mercato senza
affannarsi nelle fasi finali del processo, in cui ora sono più
indietro: la finitura e la personalizzazione. Noi potremo adeguare (una
volta si diceva riconvertire) le piccole e piccolissime aziende, per
svolgere queste fasi, ad alto valore aggiunto.

Il governo potrebbe favorire la fornitura di semilavorati a
micro-imprese, e ovviamente di diffondere know how e tecnologia, in
puro stile hacker. Si potrebbe estendere la trattativa a livello
politico, su argomenti come i diritti umani, raggiungendo anche
finalità etiche nel rapporto con questo colosso economico.

Un colosso che, risolti i problemi sociali, invece di mangiarci,
potrebbe diventare il nostro maggior alleato. L’alleato degli hacker.

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