Marco Sanna: “Diciannove Carezze”. Prefazione di Matteo Bianchi

By Pagina Tre
Io, alla parola partorito

Non la più bella ma quella più intensa; quella
che si possa dipingere con diciannove pennellate esatte.
Il pezzo di vita che più assomigli ad una mano
che accarezza una guancia per diciannove volte.
La pace che si siede ad aspettare tra le braccia.
 
 
L’Emma irrintracciabile, con la quale Marco Sanna apre il racconto che determina il ruolo di chi scrive nei confronti del proprio scritto, richiama sia all’Emma Bovary di Flaubert, sia all’Emma di Jane Austen. La prima, poiché fu Flaubert stesso a identificarsi con il suo personaggio, «Madame Bovary, c’est moi», fa sì che Sanna confessi indirettamente al lettore essere un poco dentro a ciascun personaggio del volume, alcuni dei quali volutamente senza nome, quasi siano freudianamente volti differenti e divergenti di un unico io, un io partorito alla parola; anche l’acrilico di Ferdinando Franguelli scelto per la copertina si allaccia alla raccolta e specchia più volti a seconda del punto di vista. A suo modo l’Autore connota l’interesse a più realtà sovrapponibili pur nel contrasto apparente dato che apparente è la vita, o quella che supponiamo tale, e per viverla occorrerebbe una dimensione polisemica che la sgrani piano piano, tanto una fotografia troppo ingrandita che suggerisca ipotesi per «attraversare nell’ascolto» il mondo, «eppure è bello / anche così» afferma nel suo Epilogo in versi Claudio Gamberoni. La seconda, Emma Woodhouse, siccome Austen, prima di cominciare a scrivere il romanzo, predisse che la sua eroina non sarebbe piaciuta ad alcuno, bensì a lei soltanto, invece Bovary si spregiava allo specchio dopo avere commesso adulterio nei confronti di Charles, il marito medico. Inoltre il testo di Austen esordisce con un’ «Emma Woodhouse, bella, intelligente e ricca, con una casa confortevole e un carattere allegro, sembrava riunire in sé il meglio che la vita può offrire, e aveva quasi raggiunto i ventun anni senza subire alcun dolore o grave dispiacere»; diversamente da Anita, figura chiave che, quanto la punta di un ago impugnato da chi legge, si trascina dietro il fil rouge emotivo dell’Autore racconto dopo racconto. Difatti le diciannove carezze premurose che si ripetono come una nenia prima che Anita si addormenti, non sono altro che le diciannove pennellate con cui il pittore del secondo scatto prosastico, del secondo murales, esige di dipingere qualunque tela della sua esistenza sopravvissuta alla morte della figlia: Anita, appunto, appena compiuti i diciannove anni. L’Arte salva la vita poiché le attribuisce un significato, «salva gli occhi», li conduce a una meta, benché semplicemente estetica. L’Arte riempie la realtà e aiuta ad accettarla, talvolta con la giustificazione della Bellezza. Perciò l’Emma indecifrabile dell’incipit non riuscì a fermarlo, non poté – probabilmente un suo amore, nel senso più esteso del termine –, perché il suo significato non era determinato quanto quello che aveva spinto alla dipartita l’amato, ed ella «comprese che anche il tempo può smettere di esistere» nella tempesta dell’interiorità.

Marco Sanna tramite i suoi personaggi entra ed esce dall’opera d’arte, mette a fuoco, e dichiarare con lo stile intimo del pittore di «cercare l’essenziale», ovvero la misura …read more
Source: Frontiere Digitali

Image for: Marco Sanna: “Diciannove Carezze”. Prefazione di Matteo Bianchi