Matteo Veronesi ed Elisabetta Brizio. Su Ipotesi di donna di Patrizia Garofalo

By Pagina Tre

Credo utile pubblicare due importanti contributi critici sulla opera prima della poetessa Patrizia Garofalo.

Patrizia Garofalo, Ipotesi di donna, prefazione di Giorgio Caproni, Corbo Editore, Ferrara 1986, pp. 118

Breve nota per una prefazione (di Matteo Veronesi)
Giorgio Caproni non amava le prefazioni. Gli apparivano, come scrive in una delle sue rarissime, quella ad Ipotesi di donna di Patrizia Garofalo (Corbo, Ferrara 1986), simili a «maschere» che incardinano, incasellano, e finiscono per nascondere e reprimere, il vero volto di un poeta (come mostra Quando si è Qualcuno di Pirandello, dove il ruolo, l’etichetta sociale di «scrittore», anzi di «grande scrittore», bloccano e gelano la fluidità della corrente vitale, che può rianimarsi e ricominciare a trascorrere solo al contatto della fresca ed innocente sensualità di una giovane fanciulla).
Caproni non volle mai prefazioni per i suoi libri, e molto raramente ne concesse ad altri poeti. Ci si può chiedere, allora, che cosa, quale segreta e sottile affinità spirituale, lo portasse ad accostarsi proprio ai versi della poetessa. Erano, forse, proprio la molteplicità fascinosa, la proteiforme mutevolezza, la polivalenza danzante, di questa “ipotesi di donna”: ipotesi, direi, proprio nel senso etimologico, o pseudo-etimologico, di hypò-thésis, di sub-stantia, di sostrato nascosto, latente, ma fondante, della personalità; fondo fluttuante, traslucido e trascorrente, forse non del tutto chiaro, evidente e perspicuo neppure all’occhio interiore del soggetto stesso che lo racchiude in sé, ma proprio per questo ricco di sfumature, chiaroscuri, risonanze.
«Ti acceca un’asciutta luminosità stellare», recita il verso che più di ogni altro affascinò il poeta – «balena vivo», annotava, il «lampo» di quel verso, «di una incisività (di una necessità) sorprendente». Meno felice gli appariva «I corpi brillano affatto luminosi» – e, non a caso, nel testo a stampa quel verso compare ritoccato ed ampliato, in una efficace immagine: «I corpi brillano lacrimosi dopo un incendio a fatica / spento che ha bruciato tutti in un giorno» (con intensa eco, forse, della simbologia, cara agli ermetici, dell’esistenza come fuoco, arsione, consunzione subitanea, «rogo», «alta, cupa fiamma»).
Evidentemente, il poeta che nel Conte di Kevenhüller inseguiva vanamente la Bestia-Parola, l’Onoma inafferrabile, il dantesco linguaggio-pantera di cui si coglie il profumo fuggevole, ma di cui non si riesce ad avere pieno e perpetuo possesso – il poeta che traduceva questa sua quête balenante e corrusca («Nel sole s’erano visti lampi / fuggenti») in una cantabilità mossa, nervosa, complessa, ondivaga, ambigua (tutt’altro che “sabiana”, tutt’altro che pianamente e pacificamente discorsiva e comunicativa, come vorrebbe certa critica) – non poteva restare insensibile ai versi di una poetessa che sentiva in sé – nel suo Sé – nel suo stesso corpo lacerato e scosso – l’impronta e la ferita dell’Aleph, della lettera primigenia, del nucleo originario che di ogni cosa è principio e fine, contenente e contenuto, dispiegamento e ripiegamento degli orizzonti dell’Essere: «Fu allora che mi regalarono l’Aleph; / mi dissi di averlo visto, tempo prima sul cavo del mio tronco».

Ipotizzando, in sei gradi (di Elisabetta Brizio)
Preliminarmente. Da un’esigenza del cuore, dal desiderio di un riscatto dalle lineae che desiderantur, dà l’impressione di …read more

Source: Frontiere Digitali

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