Meglio il software libero (che Libero di Feltri)

Meglio il software libero (che Libero di Feltri)

Non ce la fanno. A destra sembra proprio impossibile rendersi conto delle implicazioni complesse, economiche e politiche, di un fenomeno come il software libero e dello sviluppo sociale e cooperativo delle nuove tecnologie.

Tratto da Carta.org di Marco Trotta – 12 luglio 2007

Prevale il pregiudizio, l’analisi ideologica e qualunquista, quando non la vera e propria ignoranza. E sì che altrove, almeno in Europa, perfino dalle parti della destra politica il tema sembra essere più congeniale. Ma sarà che in Italia il pensiero prevalente nella Casa delle Libertà sembra ispirarsi più a Papa Ratzinger che a Mills, sia quando si parla di diritti civili che di modernità (e questo è un tema che ha molto a che fare con la "modernità"), o sarà per quel "copy left" contrapposto a "copy right" che tanto giornalismo d’area o disinformato ha tradotto (male) in "proprietà intellettuale" di sinistra (left) contrapposta a quella di destra (right), sta di fatto che fino ad ora è stato difficile leggere qualche analisi, articolo o dichiarazione minimamente informata proveniente da quelle parti. Anzi, rimangono nella storia casi eclatanti, con qualche esempio anche nella stampa liberal-riformista.

Quello più famoso in rete riguarda Panorama quando nel 2002 pubblica un articolo intitolato "Hacker: come difendere il pc" a firma di Luca Panerai. Un insieme di inesattezze e luoghi comuni così smaccati sulla storia degli hacker ("tecnoterroristi" ), il mondo open source e i virus informatici che l’intera rete insorse commentando gli errori di ogni frase tanto da costringere Panorama a cancellare l’articolo dal sito e pubblicare una lettera di scuse. Il bello è che una delle società citate nell’articolo, per difendere i dati informatici a rischio, come ha documentato Clarence.com che ricostruisce la vicenda nella sardonica sezione "Penne rubate all’agricoltura", vedeva nel suo consiglio di amministrazione un omonimo del giornalista che l’aveva scritto. Un aspetto che chiama in causa l’altro problema di certo giornalismo in Italia, ovvero l’indipendenza dagli interessi economici che pure esistono nel settore. Neanche un anno dopo è, invece, l’Espresso che entra nella storia con un articolo a firma di Peter Gomez e Marco Lillo dal titolo "Caccia Grossa all’hacker rosso".

L’articolo prende spunto dalle rivendicazioni delle nuove BR mandate via mail e i due autori ne approfittano per intervistare un "super esperto" e svelare che i brigatisti avevano usato Mozilla, un "programma potentissimo che ha come logo una stella a cinque punte rossa bordata d’oro, nella quale compare un tirannosauro". Peccato che questo non faccia di quel programma per navigare dal quale è nato il più diffuso Firefox, libero e alternativo a Internet Explorer di Microft, uno strumento d’eversione. Anzi come si è appurato in seguito quei brigatisti furono presi anche grazie alle traccie informatiche che lasciarono in giro e ai tracciati dei cellulari. Più di recente invece è toccato a Libero che lo scorso 24 Aprile in un articolo di Antonio Castro se la prende con con Italia.it. Cosa giusta, per carità, il giornale di Feltri arriva buon ultimo per denunciare lo sperpero di soldi del ministro Rutelli del portale per pubblicizzare il turismo in Italia; 45 milioni di euro, in realtà, solo 7.8 per il sito, che resta comunque una cifra altissima per lo scopo e l’efficienza dei sistemi utilizzati. Ma Libero aggiunse del suo inventandosi un "attacco hacker" per collegare il portale alla parola "merda". Cosa era successo? In gergo tecnico, una Googlebomb, ovvero una procedura che utilizza legalmente i sistemi con i quali il più noto dei motori di ricerca indicizza i contenuti in rete. In pratica Google guarda qual è la parola più ricorrente nelle pagine che linkano un certo sito. Non essendo dotato di intelligenza umana non ne capisce il senso, e non può quindi discriminare. Di conseguenza Google associa quella parola al sito in questione e lo riporta come primo risultato della ricerca. Più ce ne sono, più ritiene il risultato certo (si chiama sistema di rating). Basta quindi che un gruppo di persone, con il tam tam della rete, diffonda in giro per il web un link associato alla parola che si vuole erroneamente far risultare come primo risultato della ricerca su Google ed il gioco è fatto. Con gli hacker e gli attacchi informatici non c’entra nulla, visto che nessun sistema viene violato o alterato, e in fondo Libero si perde l’unica occasione di fare buon giornalismo, mettendo nel titolo la vera notizia: il progetto Italia.it fu pensato dal ministro Lucio Stanca del governo Berlusconi.

E così arriviamo all’ultimo capitolo. Ieri è stato presentato a Roma il piano del servizio informatico della Camera dei deputati per migrare i PC da software proprietario a software libero. Una migrazione graduale per tutti i computer della amministrazione e a richiesta anche per quella dei deputati. L’Onorevole Folena (PRC-SE) ha presentato questo progetto come storico evidenziato come molte altre amministrazioni locali hanno già fatto questa scelta. E Libero che fa? Titola "Bertinotti molla Windows per il computer anti-capitalista" un pezzo di Alberto Mingardi. Al suo interno una bella rassegna di errori e approssimazioni. Il software libero viene contrapposto a quello proprietario perché "di mercato, pensato e smerciato come prodotto, e invece i sostenitori del software ‘free’, più nel senso di gratis che nel senso di libero". Sbagliato, il software libero si può vendere come scritto a chiare lettere in decine di saggi e nel sito della Free Software Foundation di Richard Stallman che definisce le 4 libertà del software.

Non si spiegherebbe altrimenti come mai tante aziende come IBM, Novell e, in Italia, Zucchetti o Yacme sviluppino e vendano proprio software libero. E ancora, i due modelli vengono definitivi mondi separati, perché "l’una accetta e l’altra rifiuta di proteggere la proprietà intellettuale". Falso, il software libero è protetto dalla licenza GPL (General Public Licence) che assicura le 4 libertà ma soprattutto che se qualcuno utilizza quel software appropriandosene o violando le clausole che lo rendono libero, si può ricorrere in giudizio (cosa già fatta, ottenendo anche delle condanne) proprio perché non viene negato il principio della proprietà intellettuale degli autori, ma si estende concedendo dei diritti anche ai fruitori. E poi la perla: il risparmio sarebbe messo in dubbio perché "quasi sempre c’è un investimento elevato, in termini di tempo, per imparare a farlo funzionare" e per questo alla Camera avrebbero dovuto limitarsi "a valutare la facilità di utilizzo, l’immediatezza".

Fino al finale: "non potendo più dire che la proprietà è un furto, ci si concreta sulla proprietà delle idee. E che cosa può essere meglio di abbandonare il malefico Windows, simbolo se ma ce n’è uno dell’arroganza del capitalismo americano? E’ curioso che questo avvenga proprio nei giorni in cui Bill Gates è ormai completamente sdoganato, politicamente corretto quasi, in ragione della sua professione cadetta di benefattore del Terzo mondo. I "comunisti delle idee" non hanno riserve su come spende i suoi soldi: solo, non gli piace come li fa. La mano del capitalista resta buona solo da mordere". Punto uno: vero, non è detto che con il software libero si risparmi. I soldi vengono per lo più investiti altrove, invece che in licenze che volano oltre oceano, in formazione del personale, indotto di imprese locali e servizi specializzati. E’ questa l’esperienza del progetto di Bolzano e del suo milione di euro "risparmiati", ovvero investiti altrove come ha ben documentato una famosa puntata di Report. Secondo: Bill Gates benefattore e sdoganato a sinistra? Ne sono convinti solo a Libero. All’inizio dell’anno il Los Angeles Times ha dedicato una inchiesta in sei puntate per dimostrare come la fondazione di Bill e Melissa Gates investe milioni di euro in Africa ma anche in imprese socialmente irresponsabili verso ambiente e diritti umani. Lo ha spiegato Chip&Salsa del Manifesto di qualche tempo fa per dare una dimostrazione di come si fanno delle serie inchieste giornaliste. Noi, invece, ne proproniamo una a Libero, ma se invece di occuparsi della Camera, sempre sotto la voce "costi della politica" non va ad indagare sulla spesa di 300.000 euro della giunta Moratti di Milano in licenze di Office della Microsoft?

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