P2P, fermate le major!

P2P, fermate le major!

Lo
chiede una petizione di EFF che si avvicina alle 100mila firme. Nei
giorni bollenti della crociata anti-pirateria Sony è accusata di aver
intascato royalty non dovute dalle vendite digitali. E RIAA minaccia le
Università

da punto-informatico.it del 2.05.2006

Roma – Il grande scontro sul file sharing dopo anni di guerra senza quartiere non accenna a diminuire di intensità. Electronic Frontier Foundation (EFF) ha annunciato che sta per raggiungere quota 100mila firme una importante petizione che chiede al Congresso di fermare le denunce a raffica presentate contro gli utenti dalle major musicali della RIAA .

Non appena raggiungerà le 100mila firme, la Petizione sarà consegnata
alle Commissioni Giustizia e Mercato della Camera dei Rappresentanti e
del Senato americani: è qui che si gioca molto del futuro rapporto tra
industria dei contenuti e mondo digitale, è da qui che sono partite
quelle leggi, come il Digital Millennium Copyright Act (DMCA) che da anni condizionano lo sviluppo delle tecnologie in tutto il Mondo . Ed è qui che proprio in questi giorni si lavora per inasprire quelle normative
e allontanare ancora di più la prospettiva di un diritto d’autore in
linea con le novità sociali, oltrech� economiche, emerse con la
diffusione di Internet.
Le accuse di EFF alle major della
musica sono circostanziate: non hanno trasformato i propri modelli di
business con l’avvento dell’era digitale facendo ricadere l’onere dei
propri ritardi e del mantenimento dei propri profitti stellari sugli
utenti; hanno spacciato per amnistia gli accordi extragiudiziali con cui hanno costretto numerosi utenti dei sistemi peer-to-peer a pagare ingenti somme per evitare costosi e inaffrontabili processi ; incuranti delle conseguenze sui media digitali non hanno preso atto della continua crescita del P2P ed ora sognano un ambiente elettronico ancora più blindato .

Le proposte della celebre associazione sono altrettanto chiare: costruire un nuovo diritto d’autore basato su una amnistia vera
che dia possibilità ai cittadini dell’era digitale di accedere a
proprio piacimento alle opere dell’ingegno in cambio di quello che EFF
chiama voluntary collective licensing : un meccanismo di
pagamento flat da parte degli utenti di questi sistemi che li
metterebbe al riparo dalle conseguenze legali dello scambio non
autorizzato di file protetti dal diritto d’autore. Un piano definito nei dettagli e disponibile anche in italiano .

E proprio in queste ore, con la consueta vivacità, RIAA "risponde" per le rime alla mossa di EFF inviando una nuova lettera di avvertimento alle università americane, l’ambiente dove i sistemi di sharing sono nati e hanno prosperato e che da anni sono al centro delle attenzioni degli avvocati delle multinazionali del disco. Nelle lettere RIAA parla di filtri obbligatori
per gli atenei, unica "via di scampo" a nuove azioni legali su vasta
scala. Le major parlano con cognizione di fatto: da anni monitorano il
traffico sulle principali piattaforme di scambio e conoscono bene
quanta parte di questo sharing derivi proprio dalle attività degli
studenti universitari.

Ed è curioso, in tutto questo, che uno dei principali componenti di RIAA, Sony Music, società del gruppo Sony BMG, sia stata denunciata
da alcuni degli artisti che ha prodotto. Gruppi come "The Allman
Brothers Band" e "Cheap Trick" accusano pubblicamente l’azienda di
essersi intascata denari che spettavano loro, derivanti dalle vendite
legali dei loro brani effettuate dai jukebox
che diffondono il catalogo della corporation. Curioso, perch� proprio i
"jukebox legali" sono da sempre reclamizzati dalle grandi società della
musica come il motivo per cui chi utilizza il P2P a fini illegali non
ha una vera ragione per farlo se non per coltivare, appunto,
l’illegalità.

Una denuncia è stata presentata a New York e sostiene che Sony non ha rispettato il contratto
, che impone all’azienda di consegnare agli artisti metà dei profitti
ottenuti dalle vendite. A detta dei denuncianti, Sony tratta le vendite
digitali come vendite tradizionali di album musicali, quando invece si
tratta di musica offerta in licenza, ovvero sottoposta ad un altro
regime contrattuale. L’accusa è pesante: dei 30 centesimi di dollaro
per ogni brano che gli artisti si aspettano, ne ricevono – dicono –
solo 4,5.

Non sarà certo questa denuncia a impensierire le
multinazionali del disco. Ma quello che appare ovvio, anche dopo la
presa di posizione degli artisti canadesi , è che tra le grandi major e chi la musica la crea, il divario si allarga. L’impressione, come scrivono
ormai in molti, è che l’industria di settore sia ormai scollegata dalla
realtà sociale. Rimane da vedere, però, quando i Legislatori nei
diversi paesi che hanno già implementato severe misure repressive se ne renderanno conto.

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