P2P, Maroni e passato remoto

Contrappunti/ P2P, Maroni e passato remoto

Mentre tutto cambia e gli utenti imparano a scegliere, boicottando sempre più spesso la musica puro-marketing e scambiando opinioni, si solleva un putiferio su P2P, Urbani e legalità. Cioè si parla del passato

Tratto da Punto Informatico – 25 settembre 2006 – di Massimo Mantellini

Roma – La settimana scorsa l’ex ministro Maroni ci informava del fatto che lui è solito scaricare musica pirata da Internet. Mentre una frase del genere scatenava reazioni a non finire, compresa quella attesa e prevedibile di Enzo Mazza eroico (ed ironico, per chi lo conosce) presidente della FIMI, io pensavo che tutto sommato ci si stava occupando di archeologia.

L’archeologia non tanto e non solo di un ex ministro della Repubblica che confessa provocatoriamente un comportamento talmente diffuso da essere da molti ormai considerato normalità, ma anche l’archeologia delle parole di una associazione dei discografici che sembra occupare le sue migliori energie seguendo con sguardo preoccupato i rivoli inarrestabili di un mondo che, ogni giorno, sotto i suoi occhi, muta vigorosamente. Mentre politici ed altri esibizionisti raccontavano sui quotidiani il proprio personale rapporto con la musica diffusa e condivisa in rete (degna di nota per profondità e sintesi la frase di Bobo Craxi: "Scaricare la musica da Internet è un furto") io pensavo che mi sarebbe piaciuto chiedere a qualcuno di questi signori cosa ne pensasse per esempio di Pandora o di Last.fm.

Il fatto è che, da queste parti, non si ha il tempo per abituarsi a qualcosa che subito il mondo dall’altra parte dello schermo è gia cambiato. Mentre Maroni e Mazza incrociano le spade occupandosi del passato remoto (che è poi il futuro anteriore per la maggioranza dei commentatori che siamo costretti a leggere sui giornale) gli appassionati di musica in massa scoprono e abitano nuovi servizi come quelli appena citati: radio personali in streaming che trasmettono esattamente ciò che ciascuno di noi desidera, avvallando gusti e preferenze, non senza creare attorno a ciascuno una ragnatela di collegamenti sociali profondamente innovativa. Mentre l’idea stessa di broadcast radiofonico scompare, travolta dal tagging e da sistemi di analisi dei gusti musicali in grado di ampliare con naturalezza il ventaglio delle nostre personali scelte, aggiungendo artisti e canzoni che nessuno sarebbe stato in grado di proporci, qua tocca ancora occuparsi dalla annosa discussione sul costo eccessivo dei CD, della demenzialità della legge Urbani, delle proposte ormai decennali di ridurre l’iva sulla musica al 4%. Archeologia. Residui sotto vetro delle civiltà minoiche esposti ad uso delle scolaresche di passaggio.

Enzo Mazza troverà certamente qualcosa da ridire ma la presenza da qualche parte in uno scaffale del mio garage di tutta la discografia in vinile di Fabrizio de Andrè rende per me meno grave l’aver talvolta scaricato in rete qualche mp3 del grande deceduto autore genovese: lo ammetto, non sono sprofondato nel senso di colpa. Senso di colpa che si attenua ulteriormente nel momento in cui i sistemi di sharing servono a separare la brutta musica da quella bella. Molti utenti della rete utilizzano oggi il P2P in questa maniera. Gli ultimi due dischi in CD che ho acquistato, tanto per mettervi a parte di una contabilità che non vi interesserà, sono stati, su Amazon, un disco americano di Sufjan Stevens (che non solo non era fino a qualche tempo fa distribuito in Italia, ma non è nemmeno acquistabile sul music store di Apple) ed un lavoro recente ed italianissimo di una band di Belluno, i "Non Voglio che Clara", che, una volta scaricato sui circuiti di sharing ed ascoltato su consiglio di alcuni amici, ho comprato direttamente sul sito web dell’etichetta musicale che li produce, visto che nessuno dei negozi di dischi della mia zona li aveva mai sentiti nominare.

Il fatto è che la comunicazione sulla musica viaggia ormai in larga parte al di fuori degli ambiti controllati dalla grande industria discografica, snobba le recensioni sui grandi giornali (dove ogni disco è bello, interessante ed imperdibile) o i meccanismi di marketing usuali. Sorvola con un sorriso le classifiche tarocche pubblicate da radio e giornali.

Internet certamente incoraggia la bulimia di quanti desiderano scaricare discografie intere su mp3 senza sborsare un centesimo ed è innegabile che questa facilità abbia un ruolo nella crisi del mercato delle major, ma molto di più di questo conta oggi la sottolineatura dell’importanza del passaparola e la possibilità di sperimentare subito tutta la musica del mondo. Tutto ad un click di distanza. Che ciò avvenga legalmente, dietro la corresponsione di 99 cent a uno store online (o negli USA attraverso le nuove interessanti tariffe flat mensili di servizi come Rhapsody) o si concretizzi scaricando un file mp3 piratato Maroni-style, la vera questione riguarda solo marginalmente il mancato introito legato a tale reato ma anche e soprattutto la perdita del controllo sul processo distributivo da parte della industria discografia. Oggi vendere allegramente un brutto disco come era possibile fare fino a qualche anno fa è diventata impresa dal marketing titanico, costoso, raffinatissimo ed ugualmente dagli esiti incerti. Raccolte riciclate di vecchi hit di star in crisi creativa? Sarà sempre più difficile smerciarle. Nuovi fantastici lavori di autori senza talento con coro di cantanti afoni? Non abboccherà nessuno.

Se non saranno sufficienti i 30 secondi di preascolto (spesso sono sufficienti, un disco brutto suona brutto fin da subito) basterà il consiglio via chat di un amico od anche lo scambio attraverso gli stessi sistemi di messaging di brani in mp3, senza dover per forza accedere a sistemi di condivisione online di musica "pirata". Molte neonate reti sociali consentono oggi simili immediate condivisioni e non mi pare esistano grandi chance per impedirle.

Mentre la FIMI parla, riferendosi alla intervista di Maroni a Vanity Fair, di "dichiarazioni irresponsabili", su Internet si stringono sempre di più i fili di comunità di utenti ed ascoltatori che accentuano e mutuano tali "irresponsabili" comportamenti al di fuori dei sistemi di sharing online. Così accade che in USA molti artisti aprano spazi personali su MySpace nel tentativo di partecipare direttamente al flusso di comunicazione e contenuti che ormai ha imboccato in rete nuove strade, come ad esempio quella delle radio personali citate poco fa. Nuovi comportamenti e nuovi percorsi che domani tutti saranno costretti a percorrere (magari non il giovane Bobo Craxi, forse i figli dei sui figli se la lungimiranza è ereditaria). Dalle nostre parti invece registriamo sui grandi media i giudizi sulla musica online di due sole
categorie di persone: quelli che non ne sanno nulla e quelli che ne sanno ma fanno ugualmente finta di non saperne. Questi ultimi hanno però la faccia espressiva del contadino che osserva il vigneto dopo la grandinata.

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