Patrizia Garofalo. Conversazione con Paolo Ruffilli su “natura morta”

By Pagina Tre – Sai che non ho mai pienamente com-preso la critica ufficiale che ti vede poeta alirico e civile, ho invece sempre colto la musica dei tuoi versi spezzati secondo l’andamento del pensiero che accompagna il respiro e il silenzio che si fa parola. Perché ‘alirico’ quindi?
Mah, non saprei. Forse, rispetto a una lirica tradizionale e classica, nel segno dell’imitazione di quel passo e di quella melodia… come se la “lira” non suonasse accordi diversi. I miei sono in linea con il ritmo sincopato della modernità. E molti, anche e perfino tra i critici, non si sono accorti che il ritmo di oggi non è quello di ieri e che la musica è diventata atonale, perché la nostra voce si è frantumata insieme alla nostra coscienza. Qualcuno, in modo più calzante, ha parlato di ‘neolirico’, nell’ottica appunto di quell’evoluzione musicale che si è compiuta rispetto al passato. Alfredo Giuliani, per le mie poesie, ha fatto riferimento al cool jazz.

– Leopardi abita il tuo ultimo testo con una prepotenza che si fa voce e raccoglie l’eredità dell’indefinito. È «un affare di cuore» quello che esonda e giunge alla deriva… quella della parola che si rinomina consentendo alla più grande tradizione di farsi viva nei tuoi versi…
Leopardi, nella mia esperienza, è il trapasso nella modernità. Già quando diceva ai suoi contemporanei che non si poteva continuare a scrivere poesie come facevano i greci e i romani: l’infiltrazione dell’intelligenza dentro i sentimenti imponeva ormai altri ritmi e altri modi rispetto al passato. La sua pratica della mescolanza (dei generi, dei livelli, degli stimoli) mi ha insegnato molto, come già era accaduto a Nietzsche, che conosceva a memoria le Operette morali e le considerava la svolta della filosofia e una nuova lirica del pensiero. Pensiero che, per me, resta dominante e, come ha detto qualche critico, “implacabile”, perché non cessa di cercare le ragioni di ogni sentimento e di ogni emozione, proprio perché per me la realtà conta se viene pensata o ri-pensata. In una prospettiva anche ‘linguistica’, cioè da linguista che sa quale evento fondamentale nella ricerca della così detta verità sia la rinominazione. Perché, appunto, la verità non è nelle cose ma nel linguaggio. Ecco, allora, la predominanza in questo libro (non meno che in altri, del resto) della Parola. E la parola per me vive sempre nella sua duplice di natura: di parte oscura che emerge, esonda dal profondo, e di parte chiara scavata per illuminarla (o comunque tentare) con la ragione.

– Nel momento in cui gli opposti coincidono e si fanno unico insieme, in quell’attimo in cui non sono ancora congiunti possiamo dire che è presente la noia-meditativa così come Leopardi la intendeva?
«Or che cosa è la noia? Niun male né dolore particolare ma la semplice vita sentita, provata, conosciuta, pienamente presente all’individuo e occupantelo» dice Leopardi nello Zibaldone, assenza cioè contemporaneamente di dolore e di piacere (gli opposti si elidono): insomma, riuscendo a tenere fuori insoddisfazione ed ansia, una condizione ideale per riflettere e per conoscere. Non è dunque
Source: Frontiere Digitali

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