Per un digital lending open source (scusate il titolo)

By Pagina Tre (voce di Luca Grandelis)
Lo so, il titolo di questo articolo è terrificante, ma non ho saputo trovare nulla di più efficace che fosse altrettanto sintetico.
Una piccola premessa per chi, per sua fortuna, vive tranquillo senza aver mai sentito parlare di “digital lending” (darò invece per scontato che più o meno tutti hanno sentito parlare di open source; diversamente: http://it.wikipedia.org/wiki/Open_source): il ”digital lending” (e “e-book lending”) è in generale il prestito di beni digitali, ma più nello specifico riguarda il prestito di e-book protetti da DRM da parte delle biblioteche pubbliche. Mi accorgo di essere assediato dalle sigle, perciò aggiungo che DRM sta per “Digital rights management”, ovvero quegli accorgimenti tecnici che teoricamente dovrebbero proteggere gli editori dalla pirateria, ma che in realtà solo solo un fastidio per gli utenti (per saperne di più: http://it.wikipedia.org/wiki/Digital_rights_management).
In altri termini, il “digital lending” è il lavoro fatto per secoli dalle biblioteche aggiornato ai tempi degli e-book (non proprio, ma spero vorrete perdonare le mie semplificazioni). Ma c’è un problema. Secondo me serio.
Le biblioteche per secoli hanno perseguito lo scopo di conservare da un lato e divulgare dall’altro la cultura. Era la loro ragion d’essere e tutto (o quasi) era pensato in funzione di questo. Con il digital lending di questi giorni (perché siamo davvero ai primissimi passi) tutto ciò è venuto meno, e un po’ spaventa. Oggi il digital lending è un servizio progettato e gestito da privati, che le biblioteche pubbliche noleggiano. Così com’è. Magari, essendo clienti, possono avanzare qualche richiesta, ma non hanno più alcun controllo su questo servizio. Su come evolve, sulle tariffe, sulle condizioni di accesso, su cosa eroga e cosa no.
Oggi la percentuale di libri prestati digitalmente è molto piccola, e non se ne è accorto nessuno, o quasi. Ma di fatto l’attuale digital lending uccide il concetto stesso di biblioteca. Che non è solo il luogo dove i libri vengono conservati, ma anche dove vengono elaborate le tecniche di conservazione e distribuzione, avendo in mente la tutela della cultura come fine primario. Mentre il fine primario delle aziende che offrono il digital lending è il profitto. Intendiamoci: amministro una piccola azienda, mi piacciono i profitti, mi mettono di ottimo umore. Non ho davvero nulla contro i profitti (semmai di questi tempi ne ho nostalgia… ). Però sono un qualcosa di molto lontano dagli scopi statutari delle bilioteche.
Può sembrare una discussione astratta, ma se un’azienda trova antieconomica la nicchia di mercato dei non vedenti, la trascura. Per sua natura la deve trascurare, altrimenti perde utili e contraddice se stessa. Certo, ci sono aziende “etiche” che sacrificano parte delle proprie risorse per erogare servizi utili, ma la realtà è che il fine primario restano gli utili e il resto è beneficenza. Lo stesso si può dire dei titoli che vendono poco (o vengono chiesti poco in prestito): per una azienda sotto una certa soglia è antieconomico gestirli, e via, vengono cancellati (o non vengono trasformati in digitale, che alla lunga sarà la stessa cosa che cancellarli).
Invece, fortunatamente, le biblioteche pubbliche l’utile
Source: Frontiere Digitali

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