Per un welfare dell’innovazione

Per un welfare dell’innovazione

Un nuovo editore si affaccia sul fronte della produzione di conoscenza: il territorio. Perché nell’era delle tecnologie digitali, di Internet, dei blog, di Wikipedia e dei social network, nuovi processi nella produzione di informazione e contenuti si affacciano all’orizzonte. E il territorio, la realtà locale fatta di tanti, piccoli centri nevralgici, può essere un’ottima bussola di tali processi

di Vittorio Strampelli, da aprileonline.info del 14 dicembre 2007

“Nell’era della produzione immateriale, la relazione col territorio diventa un fattore di competitività. Per esaltare il genius loci della creatività legata alla storia, alla cultura e alle tradizioni di un territorio come quello di Roma, è necessario favorire l’accesso agli strumenti produttivi e alle infrastrutture di comunicazione, semplificare le regole, e favorire il dialogo fra cittadini, imprese e amministrazioni nell’ottica di un ‘welfare della comunicazione’. E’ tempo, dunque, di approntare un Piano regolatore della comunicazione per Roma”.

Si apre così, con le parole del professor Arturo Di Corinto – docente di Scienze della Comunicazione presso l’Università di Roma “La Sapienza” -, il convegno-dibattito “Per un welfare della creatività e dell’innovazione”, promosso dalla Commissione Cultura della Camera dei Deputati e dall’Assessorato alla Comunicazione del Comune di Roma, insieme alla Facoltà di Scienze della Comunicazione e a Frontiere Digitali. Sottotitolo: “Roma, s’avanza un nuovo editore: il territorio”. Perché nell’era delle tecnologie digitali, di Internet, dei blog, di Wikipedia e dei social network, nuovi processi nella produzione di informazione e contenuti si affacciano all’orizzonte. E il territorio, la realtà locale fatta di tanti, piccoli centri nevralgici, può esserne un’ottima bussola.

Il territorio come “editore”, dunque, in quanto, come ha detto Stefano Rodotà nel suo intervento, l’ente locale deve rendersi capace di organizzare servizi e contenuti, offrendo soluzioni in grado di equilibrare il panorama dell’offerta attuale. I dati delle più recenti ricerche confermano, infatti, che il tessuto sociale del nostro paese si sta modificando in base alla capacità di comunicare e relazionarsi con le nuove reti digitali, mentre l’emergere di minoranze “attrezzate” prefigura nuove gerarchie sociali, basate sulla padronanza e il controllo non tanto degli accessi al consumo dei contenuti multimediali, quanto dei linguaggi di espressione e di produzione.

E qui entra in gioco il concetto di Welfare, come sistema per rendersi protagonisti di questa nuova fase economica. Come, infatti, lo stato assistenziale si propone di eliminare le disuguaglianze sociali ed economiche fra i cittadini, aiutando in particolar modo i ceti meno abbienti, così nel nuovo ambiente tecnologico il protagonismo locale risulterà vincente solo se alle sue spalle saprà collocarsi un’efficace politica regolativa. Come del resto ha ricordato Michele Mezza, direttore Tecnologie della Rai, se è vero che “Content is the King”, allora “Intelligent regulation is the Queen”, ovvero che l’assoluta centralità dei contenuti non può essere scissa da una loro efficace ed efficiente regolazione.

Il controllo della produzione di senso, d’altronde, ha sottolineato Pietro Folena, presidente della commissione Cultura della Camera, è uno dei settori in cui attualmente la competizione è più spietata. E le pratiche sociali e collaborative tipiche del cosiddetto Web 2.0 costituiscono uno dei punti di maggior attrito con questa tendenza al controllo.

Il web infatti è nato decentrato, e tale mancanza di controlli è stato uno dei fattori chiave nella sua evoluzione. Lo evidenzia David Weinberger, vera guest star dell’incontro. Tecnologo e co-autore del Cluetrain Manifesto (nato come sito web e trasformatosi solo in un secondo momento in un “un manuale per l’Internet marketing”), Internet advisor del candidato democratico Howard Dean alle presidenziali Usa del 2004 e di John Edwards oggi, Weinberger ricorda all’uditorio quale incredibile fucina di creatività e contenuti sia oggi il World Wide Web: siamo passati, afferma, da un’era di “scarsità dell’informazione”, in cui i messaggi erano sotto il controllo dei produttori di contenuti, sedicenti “esperti” con poteri di filtraggio e legittimazione, ad una fase di abbondanza, in cui chiunque ha la possibilità di trasformarsi in fornitore di informazione. Con il risultato che l’affidabilità di quest’ultima non dipende più, o non solo, dall’autorevolezza di chi la diffonde. E la conoscenza diviene sempre più un valore sociale, perché, in fondo, il web è “connettività pura”: non è fatto solo dagli elementi (testuali e multimediali) che lo compongono, ma soprattutto dalle connessioni (gli hyperlink) tra questi e, in definitiva, dalle connessioni tra le persone che realizzano tali contenuti.

Il web, insomma, è intrinsecamente collaborativo e, di fronte ad esso, l’essere umano, tradizionalmente razionale ed in un certo senso “egoista”, diviene “generoso” e “sociale” ogni oltre previsione. Prendiamo, ad esempio, il caso di Wikipedia e paragoniamolo all’Enciclopedia Britannica. Dietro ogni lemma che compone la prima si celano fiumi di discussioni tra persone, non per forza “esperte” della materia, che si confrontano per arrivare, attraverso correzioni aggiustamenti successivi, ad una definizione condivisa. E questo percorso, attraverso il quale si perviene alla definizione di ogni voce presente su Wikipedia, è liberamente conoscibile da chiunque lo desideri, laddove la Britannica presenta solo il “risultato finale”, tenendo accuratamente nascosto il processo che tale risultato ha generato.

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