Stefano Terra: “Alessandra”, 1974

By Pagina Tre (voce di Luca Grandelis)
Il suo vero nome era Giulio Tavernari (Torino, 1917 – Roma, 1986). Fu scrittore e giornalista, vincitore del Premio Viareggio nel 1980 con “Le porte di ferro” (uscito nel 1979) e del Campiello nel 1974 con “Alessandra” (uscito nello stesso anno).
Altre sue opere furono: “Rancore“, 1946; “Sul ponte di Dragoti bandiera nera“, 1952; “La fortezza del Kalimegdan“, 1956; “Calda come la colomba“, 1971; “Il principe di Capodistria“, 1976; “Albergo Minerva“, 1982.
Si apprende dai cenni biografici stesi dallo stesso autore, che ebbe una vita politicamente molto impegnata, testimoniata da un’intensa attività di giornalista svolta soprattutto nei Balcani. La nota si conclude: “Vivo in una casa dell’Attica con eucalipti, vigna adagiata sull’argilla, gatta dalla testa piccola e le volpi all’imbrunire.” Scelte definitive di vita che richiamano alla mente quelle, ad esempio, di Eros Sequi e di Fausta Cialente.
Il romanzo narra la storia di un diplomatico che sceglie di lasciare l’Italia per un’isola (Rodi) nelle regioni dell’Attica, e del suo triste amore per la moglie Alessandra.
Il presente e il passato si alternano ed anche si mescolano dentro una scrittura malinconica e riflessiva.
La sensazione che si prova è di un disegno che vuole essere consapevolmente sfuggente, non mai compiutamente definito, consegnato al flusso del tempo e della memoria.
Al consolato giunge una lettera, riconosce la calligrafia: è di Alessandra, sua moglie “civile e legittima.”, che non vede da dieci anni. Non ha il coraggio di leggerla. La nasconde.
È la paura di contaminare la parte più preziosa della memoria, quella che dà senso ai suoi giorni: “La stessa paura di crollare di quando m’accorsi che Alessandra non era tornata.”
Alessandra arriverà nell’isola tra poche ore proveniente da Odessa, dove si è tenuto un congresso medico. Tutto al consolato è pronto per riceverla.
Il momento della paura e forse della gioia inattesa è preceduto da una quasi gotica visita al cimitero cattolico, dove il protagonista si muove tra tombe abbandonate e foto polverose e ingiallite. Insieme con il becchino Visentini vi ha portato due cassette in cui ha riposto le ossa di due soldati italiani.
Terra ha paura della felicità. Non la crede possibile in questo mondo. Forse perfino che questo mondo ne sia indegno.
L’arrivo di Alessandra riaccende in lui una tale paura. Si astiene dall’inciderla, identificarla, conoscerla. Il rapporto con la paura pare coperto da una velatura quasi impalpabile ma presente e decisiva. I sentimenti teneri, sempre immersi nella memoria malinconica, si trasformano in dolenti e sottili ferite dell’anima. Alessandra pare stanca, lontana. Un sentimento di morte striscia insinuante tra i due. Terra ne delinea contorni eterei, fragili. Come anime.
Nella sua prosa c’è la poesia che nasce dalla indefinibilità delle cose che ci stanno intorno. Perfino i colorati mercati orientali si caricano dell’insicurezza e dell’imponderabilità della esistenza: “Forse sarà finito per me il tempo dei banchi di nebbia, degli sbarramenti nella memoria per contenere il disordine della solitudine.”
Gli studi e le ricerche che sta compiendo su di un personaggio storico, Sophie de Marbois Duchessa di Plaisance (1785-1854), che si porta in Grecia, chiusa in una …read more

Source: Frontiere Digitali

Image for: Stefano Terra: “Alessandra”, 1974