Studenti, il CorSera e il paternalismo come rito

By Partito Pirata In un breve articolo di qualche giorno fa, Sabino Cassese “bacchetta” gli studenti scesi in piazza lo scorso 7 ottobre. “La protesta degli studenti: un rito che si ripete da un cinquantennio” esordisce l’autore, dando quasi la sensazione di voler dire che le proteste sono un po’ come gli alimenti del supermercato: dopo un po’ scadono, e vanno buttate via. Poche righe dopo, tuttavia, Cassese si spiega meglio, precisando che la suddetta protesta è (da sempre)

prigioniera di due miti: quello per cui pubblico è buono, privato cattivo; e quello per cui bisogna scendere per strada, bloccare il traffico, danneggiare proprietà private e pubbliche, per farsi ascoltare.

Un periodo che riassume con preclara emblematicità il pensiero dominante la “forma mentis” degli editorialisti del Corriere della Sera (almeno negli ultimi anni): quel mix di paternalismo e qualunquismo che dà la sensazione di poter concludere ogni pezzo con un “non c’è più religione, ai nostri tempi eravamo più educati”.
Affermare che non è tutto oro ciò che è pubblico è tanto vero da risultare quasi banale; al contrario, dire che per gli studenti “pubblico=buono privato=cattivo” pare francamente un’interpretazione fondata su non si sa bene cosa. E’ curioso come certa stampa (e ancor più gran parte della classe dirigente) abbia sempre considerato gli studenti come una massa di babbei, incapaci di vedere la corruzione, il clientelismo e il nepotismo nella P.A.; già ai tempi della riforma Gelmini il coro quasi unanime dei mass-media dipingeva i giovani come “difensori dei baroni e del clientelismo”, come se la maggior parte di loro avesse qualcosa da guadagnare mantenendo in piedi un sistema corrotto. Qualcuno cercò -invano- di spiegare che quella riforma non avrebbe inciso -se non di pochissimo- sul problema del clientelismo, ma che avrebbe invece danneggiato molto la qualità dell’Offerta Formativa, a causa dei tagli al Fondo di Finanziamento Ordinario, il blocco del turn-over etc. La risposta del coro dei Grandi Anziani Saggi fu unanime: la Riforma avrebbe funzionato, i tagli erano salutari perché colpivano solo gli sprechi, ci sarebbe stata più meritocrazia. In fin dei conti, era questione di opinioni.
I numeri invece non sono opinioni, e smentiscono impietosamente i Profeti del Bello di allora. In 10 anni il numero di diplomati che si sono iscritti all’Università è crollato, passando dal 73,10% del 2004/2005 al 49,10% del 2014/2015 (in termini reali sono più di 65.000 iscritti (fonte: OCSE). Ad oggi siamo tra i fanalini di coda in Europa per numero di laureati (nella fascia d’età tra i 25 e i 34 anni sono poco più del 20%, contro una media europea che è oltre il 40). Il che non è un segno buono, visto che le statistiche di AlmaLaurea dicono che, ad un anno dalla laurea, il tasso di occupazione tra i …read more

Source:: Frontiere Digitali

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