Una settimana senza film, teatro e musica

Una settimana senza film, teatro e musica

Il partito del copyright sciopera. Ideologia e reticenze nel pianto degli autori, che si riuniscono a Bruxelles e pianificano agitazioni in tutto il mondo.

di Michele Bottari da ZEUS News – www.zeusnews.it del 31-05-2007

Una settimana senza film, teatro e musica fra fine giugno e inizio luglio. È questa la protesta decisa oggi a Bruxelles al primo Copyright Summit, evento che ha riunito oltre 200 organismi auto/editoriali (tipo Siae) di tutto il mondo.

Lo sciopero serve a sollecitare l’attenzione dei governi e delle istituzioni internazionali sulla tutela del diritto d’autore. Una tutela che gli autori ritengono minacciata. La nostra Siae ha fatto sapere che sospenderà, nel periodo programmato, ogni permesso di utilizzazione delle opere bloccando di fatto tutti gli spettacoli.

I governanti pare abbiano poco bisogno di essere sollecitati, visto che Jan Figel, commissario Ue all’istruzione e alla cultura, ha portato al summit la solidarietà della Commissione. “La cultura non è un lusso” sostiene Figel, “e deve quindi ricevere un’attenzione particolare dalle istituzioni europee”.

La delegazione italiana è tuttavia preoccupata: il suo portavoce, il presidente della Siae Giorgio Assumma, dice che “nel nostro paese le forze politiche hanno scarsa considerazione per il diritto d’autore, che la legge definisce come un vero e proprio diritto del lavoro”.

“Non bisognerebbe mai arrivare a forme così estreme di protesta” continua Assumma “che procurano peraltro anche dei danni collaterali”. Per questo sarà cura della Siae, bontà loro, cercare di fermare in tutti i modi lo sciopero da loro stessi programmato, in cambio però le istituzioni pubbliche dovranno garantire l’aiuto nella battaglia sul diritto d’autore.

Sotto accusa, ovviamente, ci sono le tecnologie digitali. La facilità con cui molti contenuti circolano gratuitamente, senza alcuna remunerazione per autori, editori o produttori, espropria gli artisti del loro sudato compenso e deprime tutta l’industria dei contenuti. Il tutto a fronte di un’industria tecnologica che ricava enormi profitti (ah, l’invidia) proprio dalla diffusione dei contenuti culturali e artistici.

Ma questi sono discorsi vecchi, generici e che sanno di stantio. Invece è Nicola Piovani, musicista che probabilmente sostituirà Giorgio Faletti nel nostro cuore, a svelare la preoccupazione dei signori del copyright: “Quello che mi colpisce di più è l’aspetto teorico. Mi preoccupa che passi il concetto che chi ruba l’opera di un autore, il prodotto del suo ingegno, in realtà non ha rubato nulla.”

Di chi hanno paura, della criminalità oganizzata, che vende sottocosto contenuti contraffatti? Del dilagare del peer-to-peer? Pare di no: la minaccia siamo noi, ovvero tutte le persone che reclamano il libero accesso alla cultura, in nome del quale si sta perpetrando un tentativo di esproprio.

Quando sosteniamo che il diritto alla riservatezza di 3636 persone è più importante delle richieste di un’etichetta tedesca, oppure quando chiediamo di rendere accessibili le trasmissioni della TV pubblica, perché finanziate con i soldi di tutti, secondo loro, stiamo sostenendo la pirateria.

La loro retorica è volutamente reticente: non parlano mai di software libero, o di licenze licenze libere sulle opere audio/video, come ArtLibre, CopyZero X (la licenza italiana con l’utilizzo della firma digitale) e Creative Commons.

Questa è la vera minaccia alla loro cultura: che esistano contenuti che circolino legalmente, di qualità, in cui non si è costretti a pagare solo per la fruizione di una registrazione digitale, e in cui i fortunati (o gli sfruttati) che hanno alle spalle una major non partano avvantaggiati.

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