Open Camp a Roma ovvero: dove si fa la vera innovazione la politica e l'impresa latitano
Open Camp a Roma ovvero: dove si fa la vera innovazione la politica e l'impresa latitano
casalingodivoghera.blogspot.com
Sabato 14 Aprile, nelle aule dell'Università "La Sapienza" di Roma si è tenuto l'Open camp, il brain storming sull'innovazione tecnologica aperta, equa e solidale, che ha attirato in massa il popolo che la Rete la fa ma, nonostante il patrocinio dell'Università e la sponsorizzazione della Sun, nessun altro. Mancavano quelli che di Rete e Innovazione si riempiono la bocca e basta, mancavano i presenzialisti dei convegni, quelli che "dobbiamo fare dell'innovazione il perno per la ripartenza del Paese". Mancava l'impresa, la politica, la stampa. L'ennesima occasione persa, per chi muove i bottoni, di vedere la vera innovazione vera, quella che fa male a chi di innovazione "ufficiale", nei suoi svariati dialetti, vive e prospera.
Chissà come avrebbero preso la lezione di Michele Favara Pedarsi di Meganet, che ha illustrato il suo progetto di " Reti a Maglie", un sistema di gestione cooperativa equa e solidale che a costi bassissimi potrebbe replicare una rete dsl senza la necessità di appoggiarsi ad una telcom per l'operatività territoriale sfruttando nodi wire-less.Un sasso nello stagno la lezione di Federico Scotti, che ha spiegato come la Polizia di Stato abbia fatto dei sistemi open source lo zoccolo duro dei suoi sistemi informatici distribuiti. Apache, tomcat, MySql, php sono realtà consolidata per la gestione di dati che certamente non si può dire amatoriali. Non solo, tutti i contenuti sotto distribuiti sotto licenza Creative commons, come la banca dati delle auto rubate, le postazione dell'autovelox, «perché i dati che noi produciamo sono dei cittadini, che debbono chiedere, pretendere che la pubblica amministrazione metta in rete i suoi contenuti».
Peccato che non ci fosse un ministro, un sottosegretario (anche ex, la latitanza è stata di tutto l'arco parlamentare) o almeno un membro dello staff, ad ascoltare.
La lezione ha fatto emergere come le soluzioni "open" siano state adottate essenzialmente dalla necessità di ottimizzare le scarse risorse economiche che hanno portato ad aguzzare l'ingegno «Per il sistema di geolocalizzazione, usiamo le Api di Google map, per il sito parlante, utile ai disabili, abbiamo chiesto a Telecom il suo sistema, bellissimo, che però costa 40.000 euro. Abbiamo cercato in rete, e un'azienda di Livorno ci ha fornito per 1.000 euro un sistema open source, cosegnandoci i sorgenti».
Duro Roberto Galoppini, che di open source vive «In Italia non partono progetti che portano una reale innovazione essenzialmente per una questione di risorse. Non è un caso che la maggior parte delle aziende finite in borsa sono in America perché lì i ventur capital investono, finanziano e foraggiano l'avvio di queste iniziative che invece quì è molto più difficile avere. Io ho fatto un'esperienza con la Regione Lazio, dove è stato possibile avere degli aiuti, ma di certo non parliamo dei milioni di dollari che si possono ottenere negli Usa che poi sono alla base dei casi di successo.
Alla fine, il problema è sempre quello: chi paga anni uomo di sviluppo? Se non c'è un imprenditore, se non c'è un investiore pubblico capace di rischiare per questo avvio, poi non c'è la vera innovazione».
Il v-logger Robingood ha curato la diretta video e registrata dell'evento, ora a disposizione di imprese, politici, giornalisti che potranno recuperare, se lo vorranno, il tempo perduto. «Io mi rendo conto che nonostante questa fosse l'unica tappa romana del Bar Camp - ha concluso Scotti - come amministrazione pubblica ci sono solo io. grosse aziende, tranne lo sponsor, non ci sono. Continuate a parlare tutti tra di voi».
E forse è per questo che l'innovazione in Italia si ferma a forum e convegni.




























