Il futuro è libero

Internet è sotto attacco, ai vostri posti patrioti

Libertà e Diritti Digitali

Internet è sotto attacco, ai vostri posti patrioti

Un Patriot Act per la Rete sarebbe già pronto. Si aspetta solo un "11 settembre" digitale

di Sandro Podda da liberazione.it del 19,08,2008

Una piacevole cena a fine di uno dei tanti convegni. Tra gli oratori si discute amabilmente con i compagni di tavolo cercando argomenti comuni e tessendo rapporti confidenziali. Si potrebbe immaginare così il prestesto per l'informale "chiacchierata" a tavola tra Lawrence Lessig e Richard A. Clarke, riportata dal primo durante la conferenza di Fortune "Brainstorm Tech" ad Half Moon Bay in California. I due che si parlano sono rispettivamente uno dei fondatori delle "Creative Commons", giurista e docente di Legge a Stanford e il numero uno dell'Antiterrorismo statunitense della prima amministrazione Bush fino al ritiro nel 2003 dopo una trentennale carriera coronata da forti polemiche contro il presidente ex mentore accusato di non mettere in atto strategie concrete nella lotta al terrorismo e di gettare fumo negli occhi con l'inutile e controproducente intervento in Iraq.
«Ho cenato una volta al tavolo di Richard Clarke - dice Lessig al convegno registrato in un video che si trova in rete - e gli ho chiesto se ci fosse un equivalente del Patriot Act - un "i-Patriot Act" - pronto per qualche evento sostanziale, che si aspetta che si realizzi per avere il pretesto di cambiare radicalmente il modo in cui funziona l'Internet. Lui mi ha risposto "Certo che c'è e Vint Cerf non lo amerebbe di certo"».

Insomma, secondo Clarke nell'aneddoto raccontato da Lessig, un evento scatenante, un 11 settembre "virtuale", giustificherebbe l'introduzione il giorno dopo di una serie di leggi che limiterebbero sostanzialmente la libertà sulla Rete realizzando i sogni di chi a vario titolo e con diversi interessi in gioco chiede una regolamentazione dell'Internet. Se non ci è finora riuscito neanche in nome di una presunta lotta alla pedofilia o alla pirateria discografica ad esempio, a fornire l'occasione potrebbe essere un improvviso "black-out" della Rete negli Stati Uniti, e quindi nel mondo. Qualcosa che creerebbe un livello di paura enorme e che paleserebbe quanto non sia semplicemente la nostra posta elettronica a rischio. Al flusso di sequenze binarie che viaggia sull'Internet è affidata, consci o meno, gran parte della nostra vita in "Occidente" e parte importante nel pianeta globalizzato prima che dalle merci dalle informazioni su di esse. Che l'Internet "cada" sotto un attacco terroristico è materia di fantascienza, ma recentemente anche da manuali di strategia del Pentagono. Gli allarmi diffusi dalla Difesa statunitense sull'intrusione di hacker cinesi nei suoi computer (cosa che si suppone avvenga reciprocamente da anni), ma soprattutto l'esercitazione internazionale Cyberstorm patrocinata dalla Homeland Security e alla sua seconda edizione, sembrano indicare che nell'agenda della Sicurezza sia venuto il turno della Rete. Certo, per il bene dei cittadini, o meglio, per come recita l'acronimo di Usa Patriot Act, per «Unire e Rafforzare l'America Fornendo Mezzi Appropriati Necessari a Intercettare e Ostacolare il Terrorismo" (Uniting and Strengthening America by Providing Appropriate Tools Required to Intercept and Obstruct Terrorism Act). Il Terrore, un nemico ancora più grande e impalpabile di quello agitato nella provinciale Italia che si accontenta di lavavetri e rumeni per chiedere "polso duro" ed esercito in strada.

Il Patriot Act varato poco più di un mese dopo l'attacco alle Torri Gemelle ha limitato molte delle libertà civili degli statunitensi, simbolo più volte sbandierato in passato dell'altissimo grado di civiltà degli Usa sul fronte interno. Tra gli emendamenti, alcuni riguardavano Internet e la possibilità degli investigatori di avere accesso ai dati sensibili degli utenti ottenendoli dai server senza bisogno dell'autorizzazione di un magistrato o di avvertire l'"indagato". Quando si parla di un Patriot Act digitale, si parla quindi di qualcosa di diverso dalla semplice intercettazione, qualcosa da fare inorridire «Vint Cerf», come sostiene Clarke riferendosi a Vinton Cerf, considerato uno tra i padri fondatori dell'Internet visto che lavorava all'esperimento della Difesa Darpanet da cui la Rete ebbe origine. Paradossale che la Rete, creata per difendersi da un attacco sovietico delocalizzando e replicando le informazioni, sia oggi il punto nevralgico di un possibile attacco. Un esempio di cosa potrebbe contenere l'"I-Patriot Act" nei cassetti della Difesa può fornirlo il modello cinese: oscuramento di siti ritenuti scomodi, limitazione degli accessi dei dissidenti, prove per incarcerare i turbatori della «società armoniosa». Un'arma potente da utilizzare sul fronte interno nel quale le nuove generazioni sono sempre più abituate a sfuggire alla gerarchizzazione delle informazioni, seppure in maniera non strutturata sostengono molti, e vittime della sovrabbondanza e scarsa "autorità" delle stesse che spesso entrano in contraddizione tra loro. Con tutte le pecche che si possono trovare, per ora l'Internet è sì un'arma, ma puntata alle tempie delle corporations, dei media unidirezionali che amplificano la linea di governi che fanno ricorso alla menzogna per realpolitik. O peggio. E sempre di più lo potrebbe essere in futuro considerata la capacità di autoregolamentazione degli utenti e gli anticorpi alla credulità che molti stanno sviluppando. Le persone critiche sono però scarsamente arruolabili, oltre che pericolose e la lotta al Terrore per la Libertà non si può di certo fermare di fronte a quisquilie come le libertà individuali, specie quando si è sotto minaccia. Ora, di una Pearl Harbor sul fronte interno tale da giustificare l'introduzione di straordinarie misure restrittive e riavviare l'agenda bellica statunitense ne parlava anche il documento che giunse sul tavolo di Donald Rumsfeld due anni prima dell'11 settembre. Se è opportuno non dare consequenzialità al fatto che un'ipotesi, per quanto auspicata, drammaticamente si realizzi, per questioni apotropaiche bisogna sperare che alla Difesa statunitense non abbiano pensato ad un cyber attacco di proporzioni epocali e che le confidenze di Clarke siano state il frutto delle frustrazioni dell'ex capo fatto fuori e del troppo alcol a cena. Se invece Clarke ha rivelato il vero e per sfortuna o negligenza si realizzerà un attacco virtuale, sappiamo già cosa aspettarci dopo. O quasi.