Il futuro è libero

Quel nebuloso cloud computing

Il Software Libero

Quel nebuloso cloud computing

Prima Steve Ballmer, poi Larry Ellison e infine Richard Stallman. Nel giro di pochi giorni tre pezzi da 90 dell'informatica esprimono le proprie perplessità sul fenomeno più in voga del momento. Forse serve una pausa di riflessione.

di Raffaele Mastrolonardo da www.visionpost.it del 30.09.2008

Quando tante nuvole si addensano, il cielo diventa nebuloso. Lo dicono le leggi della meteorologia, ma anche quelle della comunicazione: quando si parla troppo di qualcosa il suo significato diventa inevitabilmente più opaco. Come nel caso della tendenza più celebrata e dibattuta di questi tempi: il cloud computing. Il futuro è lì, recita da mesi la grancassa mediatica impegnata in una strana danza della pioggia in salsa hi-tech, in quegli agglomerati di server in cui sempre di più saranno ospitati i programmi che oggi si trovano nei dischi fissi del nostro Pc. Il software diventerà un servizio, la rete un immenso sistema operativo e via discorrendo.

Peccato che a furia di chiamare in causa le nuvole si rischia di non vederci più molto chiaro. Il primo ad ammetterlo giovedì scorso è stato Steve Ballmer, amministratore delegato di Microsoft, intervistato dalla venture capitalist Ann Winblad: "Pensavo di sapere che cosa significasse l'espressione 'cloud computing' fino a che stamattina non mi sono seduto insieme a un gruppi di venture capitalist che la usavano in modo completamente differente".

Negli stessi giorni era stato Larry Ellison, altro grande nome del settore e fondatore di Oracle, a esprimere una simile perplessità su un termine un po' troppo à la page: "La cosa interessante sul cloud computing è che abbiamo ridefinito il concetto per includerci tutto quello che già facciamo. L'informatica è l'unico settore che è più guidato dalla moda della moda femminile stessa. Forse sono un idiota ma non ho la minima idea di quello di cui tutti stanno parlando".
E siccome Ellison (e Ballmer) idioti non sono forse è davvero ora di prenderci una pausa salutare dal diluvio di convegni, dichiarazioni, articoli di giornale sul cloud computing. Anche perché il rischio non è solo quello di annegare in una marea di parole ma anche, secondo i più pessimisti, di perdere senza accorgercene una parte della nostra libertà.

Lo ha ricordato ieri Richard Stallman: non sempre è tutto bene ciò che viene dal cielo, anzi. "E' una stupidata, è peggio di una stupidata: è una campagna di marketing in grande stile", ha detto il padre del software libero al Guardian riferendosi al cloud computing che il guru del free software mette sullo stesso piano dell'odiato software proprietario: "una ragione per cui uno non dovrebbe usare applicazioni web è che si perde il controllo. E' come e peggio del software proprietario. Se usi un programma proprietario o un server di qualcun altro sei senza difese".

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Da www.mytech.it del 30.09.2008

“Cloud computing? Una trappola!”

A sostenerlo è Richard Stallman, uno dei maggiori esponenti dell’Open Source

di Piero Babudro

Finora se ne è parlato quasi sempre con enfasi. Così, complice la felice metafora della nuvola, attorno al cloud computing si è radunato uno stuolo di entusiasti profeti.

Certo, è sicuramente affascinante la possibilità di distribuire la potenza di calcolo utilizzando risorse e software come servizi accessibili da Internet o da una rete aziendale. Eppure in questi giorni non tutti sembrano condividere il pensiero unico che considera la “nuvola dei pc” come una delle rivoluzioni in atto in ambito informatico.

Il The Guardian riporta un’opinione radicalmente diversa: forse la più severa critica mai fatta al cloud computing, ridotto al rango di semplice strategia di marketing. La cosa fa riflettere perché a pronunciare questo giudizio non proprio diplomatico è uno come Richard Stallman: programmatore, pioniere e guida del movimento open source, ideatore del sistema operativo GNU e anima della Free Software Foundation. Secondo Stallman sistemi web-based come Gmail sono “una trappola” che porterà al progressivo consolidarsi di sistemi proprietari chiusi. Aziende e persone saranno costretti a usarli, anche se questo vorrà dire pagarli sempre di più o, nella peggiore delle ipotesi, perdere il controllo sulle informazioni immesse nella nuvola.

Non è solo una questione di privacy e dati personali. L’ecosistema di servizi online di Google è un buon esempio di cosa può accadere. Banalmente, basta la chiusura di un account Gmail e, oltre alla propria posta elettronica, si può perdere una quantità di materiale impressionante: dai contatti personali fino ai propri documenti.