Fosforo bianco e democrazia
L'INCHIESTA
Fosforo bianco e democrazia
Tratto da www.lanuovaecologia.it - di Chiara D’Ottavi - 1 dicembre 2005
La strage nascosta di Fallujah raccontata dai giornalisti Rai Sigfrido Ranucci e Maurizio Torrealta: ieri la proiezione del filmato shock al Linux di Roma. Il ruolo dell'informazione e il rapporto con il potere - IL VIDEO
Ha fatto il giro del mondo e lo scorso 8 novembre è stato trasmesso da alcune reti italiane, il video-inchiesta shock “Fallujah, la strage nascosta”, realizzato da Sigfrido Ranucci e Maurizio Torrealta, giornalisti Rai. Ieri sera è stato proiettato anche al Linux club di Roma, alla presenza degli autori e di un gruppo di relatori italiani, americani e inglesi tra cui Stephanie Westbrook, di Peace & justice di Roma, Fiorello Cortina, senatore dei Verdi e Giuliano Pisapia, deputato del Prc. Nei prossimi giorni sono previste altre proiezioni pubbliche.
Con testimonianze degli stessi militari americani, il servizio dimostra come l’esercito statunitense abbia usato il cosiddetto “fosforo bianco”, nome tecnico MK77, nei bombardamenti sulla popolazione civile di Fallujah, in Iraq, nel novembre 2004. Simile al famigerato Napalm già usato dall’esercito Usa nella guerra del Vietnam, il fosforo bianco è un’arma con effetti micidiali sugli esseri viventi: provoca profonde bruciature sul corpo, il blocco delle vie respiratorie e l’arresto cardiaco. Il video lascia senza parole, mostrando i cadaveri di bambini, donne, uomini sfigurati dall’agente chimico e colpiti nel sonno, nella veglia e perfino in preghiera.
Ammette il veterano dell’Iraq Jeff Englehart: «Avevamo l’ordine di sparare a chiunque a Fallujah. Ho visto i corpi bruciati di donne e bambini. Il fosforo esplode e forma una nuvola. Chi si trova nel raggio di 150 metri è spacciato». Il bombardamento è riconducibile all’operazione militare dall’aberrante nome “Shake and bake”, ovvero “stana il nemico e poi arrostiscilo”. L’uso delle armi chimiche sui civili è vietato dalla Convezione di Ginevra del 1980, non sottoscritta però dagli Usa. Ma, come ha sottolineato Roberto di Giovan Paolo, presidente di Informazione@futuro «neppure Saddam Hussein aveva sottoscritto la convenzione. Dunque, secondo la logica Usa, anche nel caso in cui l’ex dittatore avesse posseduto le armi chimiche, egli avrebbe in realtà agito nel rispetto della “legalità”». Dati che evidenziano il paradosso che sta dietro a tutta la guerra in Iraq.
La reazione al video è stata tentennante e incerta. Si pensi al caso di Mohamad Tareq Al-Derajl, direttore del Centro studi per i diritti umani di Fallujah, accolto da un Europarlamento praticante vuoto o alle polemiche che si occupavano ben poco dei contenuti del filmato. Circostanze che hanno aperto una questione parallela: quella del ruolo dei media ufficiali e la loro influenza sull’opinione pubblica occidentale. Un ruolo che sembra rispecchiare sempre di più, secondo la definizione di Noam Chomsky, uno status quo di “deficit di democrazia”.
Comunque sia, l’inchiesta rende visibile quel che si sapeva già. Per dirla con le parole di uno dei protagonisti del video - Alice Mahon, ex deputato del Labour party inglese - ora è ancora più evidente quanto «questa guerra sia vergognosa». Ma, prima o poi, «il governo americano e quello inglese dovranno rispondere di questi crimini». La diffusione di questo video rappresenta così un esempio di informazione democratica. Ma le cose su cui far luce sono ancora tante.
Chiara D’Ottavi
1 dicembre 2005



























