[FrontiereDigitali] L'uomo artigiano
Filippo
fmartorana a gmail.com
Ven 12 Dic 2008 04:14:46 CET
CORRIERE DELLA SERA - Economia: «La riscoperta dell'uomo artigiano» Il
lavoro torna ai modelli tradizionali 14.11.2008
Il sociologo Sennett: vincono etica, qualità, perfezionismo, lungimiranza
«Negli ultimi vent'anni il capitalismo si è fatto guidare dalla
mentalità dell'alta finanza, che chiede profitti immediati e non ha
una visione di lungo raggio della produttività. E' stato questo il suo
errore. Avrebbe dovuto invece ispirarsi all'etica e alle qualità degli
antichi artigiani: conoscenza degli strumenti, perfezionismo, capacità
di prevedere le conseguenze del proprio lavoro, pensiero rivolto non
solo al profitto».
Secondo il sociologo di Chicago Richard Sennett, il mondo del lavoro
deve ripartire da qui, dalla figura dell'artigiano invece che dal
broker di Wall Street. Una ricetta nostalgica? «Per nulla — risponde
il professore dell'Università di New York e della London School of
Economics, già autore di L'uomo flessibile e La cultura del nuovo
capitalismo, che torna nelle librerie italiane a fine novembre con
L'uomo artigiano (Feltrinelli) —. Gli artigiani vanno scomparendo, è
vero, ma la loro lezione è viva in tante nuove figure, come i
programmatori del sistema operativo Linux, che sono un po' i
carpentieri dei nostri giorni».
Professor Sennett, che cos'è per lei "l'uomo artigiano"?
«Con questa espressione non mi riferisco solamente a chi pratica un
lavoro manuale artigianale, ma a chi si impegna nel fare un buon
lavoro, nell'arte del saper fare, e ne sviluppa le abilità specifiche.
Una vasta gamma di lavori richiede tecniche complesse. Pensiamo anche
alle infermiere. Forse non hanno bisogno di un lungo addestramento, ma
le loro tecniche sono raffinate e utilissime alla società. Su questo
tema è importante evitare lo snobismo, non pensare che solo
professioni molto complicate richiedano abilità sofisticate».
Lei si è spesso occupato dell'etica del lavoro. Quali sono i valori
dell'uomo artigiano?
«Questo è un tema dolente. A volte, accecati dal desiderio di
perfezione, presi dalla sfida della tecnica, si rischia di perdere di
vista l'aspetto etico, le conseguenze del nostro lavoro sulle altre
persone. Facciamo l'esempio di Robert Oppenheimer, lo scienziato che
progettò la bomba atomica. Era ossessionato da quel lavoro, pensava
solo al modo migliore di portarlo a termine, e fu solo nel giorno in
cui vide esplodere la bomba che capì quali potevano esserne le
conseguenze. Credo che anche in questo consista l'etica
dell'artigiano: nel saper guardare dal di fuori il proprio lavoro, nel
non fermarsi all'aspetto tecnico e comprenderne invece le conseguenze
sull'umanità. Nel capitalismo contemporaneo, però, l'aspetto etico non
è una priorità. Oggi l'organizzazione del mondo del lavoro non
incoraggia le persone a perfezionarsi, e non retribuisce adeguatamente
i lavoratori. Viviamo in un'era high-tech, ma è un'era in cui le virtù
dell'artigiano non sono un valore economico, e per questo dovremmo
riscoprirle».
Oggi l'uomo artigiano è una specie in via d'estinzione a causa della
globalizzazione?
«Mi dispiace dirglielo, ma questo è solo un cliché... Oggi abbiamo
rimpiazzato alcune figure "artigianali" con delle nuove. Un buon
artigiano è ad esempio il programmatore di computer. Un tema che mi
appassiona molto è quello dell'"artigianato scientifico": un
laboratorio somiglia molto alla bottega di un antico artigiano».
Tuttavia riconoscerà che l'odierna flessibilità, tema a lei caro, fa
sì che i giovani di oggi (e anche i meno giovani) debbano cambiare
lavoro in continuazione, e questo non aiuta certo la qualità.
«Su questo punto ha ragione. Così non ci si forma, non si migliora».
Cosa ci insegna la crisi finanziaria, da questo punto di vista? Che
dobbiamo tornare ad apprezzare il lavoro pratico, l'operaio invece del
broker?
«Chi lavora nella finanza ha dimenticato la lezione dell'artigiano,
perché non è stato in grado di utilizzare gli strumenti del suo
lavoro. Per anni hanno guadagnato un mucchio di soldi con grande
facilità, senza che ci fosse nemmeno bisogno di capire cosa stessero
facendo. Si è rivelato un errore, e osservo che le aziende che oggi si
stanno salvando dalla crisi finanziaria sono proprio quelle che hanno
messo maggiore enfasi su quelle che io considero le virtù
dell'artigiano».
Come è cambiato il mondo del lavoro dal 1998, anno in cui lei pubblicò
"L'uomo flessibile"?
«Quando scrissi quel libro, il "nuovo capitalismo" tecnologico e
flessibile era in fasce, e prometteva miracoli. La sua versione
tecnologica e scientifica ha fatto progredire l'umanità, non c'è
dubbio, ma con l'alta finanza ha creato soprattutto dei disastri, e
penso a tutti quelli che, in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, stanno
vedendo crollare le proprie pensioni. Le aziende si sono prostrate
davanti alla finanza, e al suo ragionare solo per short-term
thinking».
In Italia siamo piuttosto depressi. Ci dica qualcosa per tirarci su.
«Nel Nord Italia l'uomo artigiano non è affatto scomparso. Ci sono
tante aziende di mobili o di macchinari che fanno un lavoro
fantastico. Da come parlano certi miei amici, so che in Italia è
diventato uno sport piangersi addosso, dire che il Paese è al collasso
e sta diventando da Terzo Mondo. Non credo che ve la passiate così
male. Il vostro problema è che l'accesso al lavoro altamente
qualificato sta diminuendo, cosa che non succede invece in Germania o
Gran Bretagna. L'uomo artigiano è sempre più una figura d'élite in
Italia. L'India, invece, ha investito una quantità impressionante di
denaro per lo sviluppo di istituti tecnici, che non sono affatto
destinati ad una élite, ma alla classe media. Ha speso molte risorse
per creare tecnici ed esperti pronti per le sfide del XXI secolo, e
questo li renderà fortissimi. Non parlo di lavori a basso costo, ma di
alta qualità. Quando questo mio ultimo libro è stato pubblicato in
India, qualcuno ha commentato: "E allora? Ma è ovvio! E' quello che
facciamo noi"».
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