Il futuro è libero

Contributi e riflessioni

Celebriamo il Public Domain Day

Celebriamo il Public Domain Day !

Il primo gennaio migliaia di opere - i cui autori sono morti da settant'anni - entreranno a far parte del grande patrimonio collettivo utilizzabile da chiunque, per qualsiasi motivo e senza chiederne il permesso.

Dalla mailing list di Frontiere Digitali - Di J.C. De Martin - 31.12.2009

Domani, come ogni anno a Capodanno, migliaia di opere entreranno nel pubblico dominio, ovvero quel patrimonio collettivo di opere di ogni genere (romanzi, racconti, poesie, composizioni musicali, canzoni, dipinti, eccetera) che possono essere usate da chiunque per qualunque motivo senza chiedere permesso. Tanto per citare alcuni nomi famosi, parliamo di Sigmund Freud, Alfonse Mucha, Papa Pio XI e William Butler Yeats - le cui opere, almeno in alcune giurisdizioni [1], entreranno finalmente nel pubblico dominio.

Quanto e' importante il pubblico dominio per le nostre società?

Citando James Boyle:

"Le nostre economia, la nostra democrazia, la nostra scienza, le nostre tradizioni di liberta' di espressione e la nostra arte dipendono di piu' da un pubblico dominio di materiale liberamente utilizzabile che da materiale coperto da diritti di proprieta' intellettuale. Il pubblico dominio non e' il residuo appiccicoso che rimane quando tutte le opere di valore sono state coperte da diritti di proprieta'. Il pubblico dominio e' la miniera da dove estraiamo il materiale col quale costruiamo la nostra cultura. Anzi, rappresenta la maggior parte della nostra cultura" (The Public Domain: Enclosing the Commons of the Mind, Yale University Press, p.40f, 2008)

Quindi, per celebrare le migliaia di opere che domani (e poi ogni anno il 1 gennaio) entreranno nel pubblico dominio, COMMUNIA, la rete tematica europea sul pubblico dominio digitale (finanziata dall'Unione Europea, http://communia-project.eu), ha creato il sito http://www.publicdomainday.org, che offre informazioni e link utili.

Abbiamo quindi il piacere di invitarvi a unitervi a noi nel celebrare il Giorno del Pubblico Dominio, diffondendo la URL del sito e condividendo online e offline opere finalmente libere.

Buon Anno!

[1] http://www.publicdomainday.eu/disclaimer

Roma ha ospitato la prima festa dei pirati

Roma ha ospitato la prima festa dei pirati

Hacker, attivisti, avvocati e appassionati del file-sharing, si sono incontrati per discutere se sia lecito o no scambiarsi materiale protetto da copyright, alla luce del sole o nelle darknet di Internet.

Tratto da www.wired.it - Di Arturo Di Corinto - 30 marzo 2009

Condivido ergo sum. Condivido, perciò sono. Questo il messaggio lanciato dalla festa dei pirati che si è tenuta a Roma sabato scorso nei sotterranei di una vecchia chiesa, all'interno del Teatro delle Arti, dove un centinaio di hacker, attivisti, avvocati, appassionati del file-sharing, hanno proseguito un dibattito lungo dieci anni per discutere se sia lecito oppure no scambiarsi materiale protetto da copyright, alla luce del sole o nelle darknet di Internet.

L'idea di una “Festa dei pirati” è stata di Luca Neri, giornalista fiorentino adottato da New York, che per Cooper Editore ha scritto il libro “La Baia dei pirati. Assalto al copyright” e che nella breve permanenza romana ha coinvolto la galassia dei filesharers nostrani per discutere in maniera provocatoria della fine del copyright. L'idea alla base del libro è che se il traffico di internet è ormai generato per due terzi da protocolli peer to peer, da milioni di “onesti” cittadini che si scambiano fra loro ogni tipo di file, probabilmente c'è qualcosa che non va nella legge che tutela la proprietà intellettuale della musica, dei film, dei libri, dei sequel televisivi. Per Luca Neri è inutile girarci intorno: nel mondo ci sono milioni di persone che, consapevoli o no, rifiutano la legittimità morale del copyright e anche i suoi presupposti economici.

La conseguenza per i “pirati” è che se una legge non riflette i costumi di un popolo probabilmente è sbagliata e va cambiata.

Internet: vecchi conflitti, nuove crociate

Internet: vecchi conflitti, nuove crociate

Le istituzioni pubbliche e religiose, europee e sovranazionali, riconoscono direttamente il valore informativo di internet. In Italia la libera manifestazione del pensiero sulla rete continua a suscitare reazioni scomposte.

Tratto da Wired.it - di Arturo Di Corinto - 17 marzo 2009

Papa Benedetto XVI ha rimproverato i suoi collaboratori di non aver cercato su internet le informazioni sul vescovo negazionista Williamson. Nella seconda metà di marzo la Commissione Libertà Pubbliche di Bruxelles avvierà la discussione sull’Internet Bill of Rights. La comunità internazionale a novembre si ritroverà in Egitto su richiesta delle Nazioni Unite per affrontare i nodi dello sviluppo della pace e della democrazia attraverso i network digitali.

Mentre le grandi istituzioni pubbliche e religiose, europee e sovranazionali, riconoscono direttamente il valore informativo di internet, la sua capacità di veicolare messaggi positivi e promuovere sviluppo e benessere, in Italia la libera manifestazione del pensiero su internet continua a suscitare reazioni scomposte. “Sembra un riflesso d’ordine che forse è il riflesso del clima che si respira nel paese”. A pensarla così non sono solo i blogger, fatti oggetto a più riprese di tentavi di regolamentazione calati dall’alto, ma un difensore della costituzione che ha ricoperto importanti incarichi istituzionali, Stefano Rodotà, professore di diritto, ex parlamentare e Garante della Privacy, oggi membro della commissione sui diritti umani della Ue.

Creatività remunerata, conoscenza liberata: file sharing e licenze collettive estese

Creatività remunerata, conoscenza liberata: file sharing e licenze collettive estese

Centro NEXA su Internet e Società - Politecnico di Torino (1)

URL permanente di questo documento: http://nexa.polito.it/licenzecollettive

Il bisogno

Le reti digitali permettono di diffondere contenuti in modo particolarmente efficiente grazie alle tecnologie peer-to-peer (BitTorrent, Gnutella, eDonkey, ecc.) (2), anche note con l'espressione file sharing (ovvero, condivisione di file). Tuttavia, il diritto d'autore (3) – che pur dovrebbe favorire la diffusione della cultura, l'innovazione ed il progresso sociale – in assenza dell'autorizzazione preventiva di tutti i titolari dei diritti, autorizzazione estremamente onerosa da ottenere, proibisce, quando si abbia a che fare con contenuti tutelati dal diritto d'autore, tale pratica di file sharing.
E nonostante che tale problema si ponga ormai da molti anni, è un fatto che, fino ad oggi, i titolari dei diritti non si sono organizzati per rendere disponibili delle licenze globali (4).

Questo stato di cose causa un pesante sacrificio alla libertà di accesso alla cultura previsto dall'art. 27 co. I della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo (5), con impatto difficile da valutare in maniera quantitativa, ma molto probabilmente ingente in termini di mancato sviluppo culturale ed economico delle nostre società. Secondo alcuni (6), i titolari dei diritti incontrano difficoltà insormontabili ad organizzarsi spontaneamente per offrire agli utenti una licenza globale in quanto si trovano in una condizione del tipo “dilemma del prigioniero”: non riescono ad accordarsi per offrire una licenza globale e quindi, non solo rinunciano ai ricavi di questo potenziale mercato, ma costringono anche gli utenti in una condizione subottimale.

Negli ultimi anni, mentre il numero di utenti di reti peer-to-peer continuava a crescere, non si è cercato di trovare meccanismi che agevolassero l’incontro della domanda con l’offerta di contenuti digitali, ma di contenere il fenomeno facendo leva sulla forza dissuasiva delle sanzioni penali (7). Da ultimo, di fronte all'evidente inadeguatezza di questo approccio, che ha costi sia sociali sia di implementazione troppo alti, si cerca di spostare il funzionamento del meccanismo sanzionatorio dal livello penale a quello amministrativo, coinvolgendo i fornitori di accesso (ISP) nelle attività di controllo (8).

Roma si scopre tecnologica - la carica delle software-house

Roma si scopre "tecnologica" - la carica delle software-house

La ricerca nei settori più avanzati, dall´ "Open source" al "cloud computing". La regione Lazio entra nel Gotha europeo con 140mila addetti specializzati

Tratto da L'Espresso - 18 novembre 2008 - di Valentina Conte

Sempre più innovative le aziende di applicazioni multimediali - All´orizzonte c´è una nuvola. Non quella della crisi, piuttosto il suo antidoto. Si chiama cloud computing ed è la tecnologia che rivoluzionerà l´informatica: usare il software dalla rete senza immagazzinarlo sul disco fisso. Un´opportunità di business tra le altre che Roma può cogliere al volo, confermando una vocazione sempre meno nascosta: quella di capitale dell´hi-tech. Non sarà la prima della classe (lo scettro va a Milano), ma la Roma dell´alta tecnologia sorprende per vitalità e creatività. Quasi l´8% delle imprese di settore si colloca nell´Urbe: 9.300 sulle 126 mila nazionali. Non solo. La regione Lazio è al quindicesimo posto nell´annuario Eurostat per numero di occupati nell´hi-tech (140 mila, l´8,2% del totale), unica italiana tra le prime trenta europee (non così nella classifica dei brevetti).

«Roma è una città che vive di servizi e anche di software, ormai indispensabile all´industria mediatica», racconta Arturo Di Corinto, docente di comunicazione alla Sapienza, guru del free software e autore del primo film italiano sull´Open source. Autonomia, libertà, indipendenza sono i valori alla base del movimento romano del software libero: i programmi si usano, si migliorano e si rimettono in circolazione. Senza copyright, anzi con il copyletf. Grazie a questa filosofia la Camera dei Deputati, che sta trasmigrando i suoi dati verso la piattaforma Linux, risparmierà 600 mila euro l´anno. «Il guadagno è nella personalizzazione: non si paga il software, ma le sue modifiche studiate in base alle esigenze del cliente», spiega Lorenzo De Tomasi, 32 anni, socio fondatore della Free hardware foundation, la fondazione romana che diffonde la nuova cultura.

La tecnologia secondo Obama

La tecnologia secondo Obama

La traduzione integrale del programma del nuovo presidente degli Stati Uniti in ambito tecnologico. Obiettivi di eccellenza, ampio ricorso allo stato dell'arte dei network, attenzione imprescindibile per la formazione scientifica. E Internet in primo piano, a tutti i livelli.

Tratto da Apogeonline - di Redazione Apogeonline - 07.11.2008

Pubblichiamo di seguito la traduzione in italiano della sezione “Tecnologia” del programma ufficiale dell’amministrazione Obama-Biden,
che sarà alla base delle politiche della Casa Bianca nel quadriennio 2009-2012. La versione originale è disponibile, insieme tutti gli altri ambiti programmatici, nel sito di transizione appena inaugurato dallo staff di Obama, Change.gov.

Il problema

Dobbiamo connettere i cittadini gli uni agli altri per coinvolgerli maggiormente e direttamente nella soluzione dei problemi che abbiamo di fronte. Dobbiamo usare tutte le tecnologie e tutti i metodi disponibili per aprire le porte del governo federale, creare un nuovo livello di
trasparenza in grado di cambiare il modo in cui si conducono gli affari a Washington, e dare agli americani la possibilità di partecipare alle

Le nostre onde seguono la stessa rotta

Le nostre onde seguono la stessa rotta

Lettera aperta agli studenti, ai precari, agli insegnanti, ai genitori impegnati nella difesa di un bene comune: la scuola e l’università

Tratto da www.carta.org - 6 Novembre 2008

Vi abbiamo visto nelle strade e nelle piazze delle nostre città. Abbiamo incrociato i vostri sguardi e abbiamo ritrovato la nostra determinazione: quella di chi non cerca un privilegio ma con il proprio impegno difende l’oggi di se stesso e il domani di tanti altri.

Siamo donne e uomini di Vicenza, della Val di Susa e di tante altre realtà riunite nel Patto di Mutuo Soccorso mobilitate in maniera permanente per difendere la nostra terra e la nostra acqua, le nostre città, le nostre valli e il nostro futuro: che si tratti di nuove basi militari, di nuove linee ad alta velocità, di nuove discariche e nuovi inceneritori, di sorgenti svendute al miglior offerente o di quant’altro poco cambia: beni comuni sottratti alla collettività, spazi di democrazia cancellati.

In questi anni abbiamo imparato a guardarci intorno, a conoscere e interrogare. Vogliamo capire e imparare, costruire e creare. Come voi ci riuniamo in assemblea. Come voi cerchiamo di valorizzare la nostra creatività e la nostra diversità. Come voi difendiamo beni comuni che i governi vorrebbero sottrarci: l’accesso ai saperi per regalarlo ai profitti dei privati, il territorio per svenderlo ai militari statunitensi o al partito del tondino e del cemento, l’acqua per consentire nuovi enormi profitti alle grandi multinazionali. Come voi puntiamo sulla forza della ragione e della verità e pratichiamo metodi di lotta pacifici.

Una cultura comune per le reti informazionali

Una cultura comune per le reti informazionali

Fiorello Cortiana-Consulta Italiana sulla Governance di Internet

Tratto da email in lista Frontiere Digitali

Cosa lega i percorsi e le pratiche di persone come Pier Mario Biava medico e ricercatore, Ervin Laszlo filosofo dei sistemi, Michelangelo Pistoletto artista animatore dell'arte povera, Carlo Formenti sociologo della comunicazione, Franz Di Cioccio artista musicista PFM, Angelo Naj Oleari imprenditore ecologo, Grazia Aloi Psicoterapeuta, Attilio Speciani medico allergologo ed immunologo, Massimo Silvano Galli artista sperimentatore dei linguaggi, Denis Curti direttore di Forma - Centro Internazionale di Fotografia, Giovanna Sissa  direttore dell'Osservatorio Tecnologico del MIUR, Anna Masera, Marina Terragni, Luca De Biase giornalisti e tanti come loro?

E' la società della conoscenza, digitale, interattiva, convergente e pervasiva. Tutt'altro che un ambito virtuale e parallelo, piuttosto un'estensione del sistema di relazione sociale, un ecosistema cognitivo a carattere virale nel quale gli sguardi e i paradigmi, le modalità di produzione e di scambio di contenuti sono di natura informazionale.

Questa relazione olistica trova oggi la concretizzazione della domanda suggestiva che , in "Mente e Natura" del '79, Gregory Bateson proponeva: "Quale struttura connette il granchio con l'aragosta, l'orchidea con la primula e tutti e quattro con me? E me con voi? E tutti e sei noi con l'ameba da una parte e con lo schizofrenico dall'altra?".

L'Arte non è una merce

L'Arte non è una merce

Abbattere il muro dell'oppressione culturale

Tratto da email di Franco Fosca (www.fpml.it) - 12.10.2008

Finalmente ero un uomo libero, un artista, non più un impiegato di merda! Remo Remotti

L'artista è l'unico vero rivoluzionario del nostro tempo.

Chi ama la musica e, quindi, chi ama la vita vera, e gira regolarmente nei locali dove si fa musica live, si rende conto che, nei luoghi dove si suona davvero, si ascoltano quasi esclusivamente generi che in televisione non hanno mai accesso. Ci dev'essere un perchè, se la sera, nei pub, nei centri sociali e in tutti i luoghi più o meno underground, dove il fiore dei fermenti culturali sboccia e si riproduce, si odono risuonare le note del progressive, del jazz, del rock, del blues, della taranta, della tamurriata, del combat folk, della musica etnica planetaria, del cantautorato (italiano, ispanico, anglo-americano), del punk, del reggae, del rap, del crossover, del bass&drum, del grunge, del trash.

Ma poi, se si fuoriesce dalla vita vera e ci si trasferisce nella vita finta – illusoria e illusionistica – della televisione, tutto questo ben di dio sparisce nel nulla. Cosa passa in TV? Passa lo straziatimpani dell'isola dei famosi, passa la rassegna mielosa tipo festivalbar, passa la furba bonazza di turno, passa il gruppetto di lattanti costruito a tavolino, passa l'anziano melomane degli anni Sessanta (miracolosamente sopravvissuto allo tzunami culturale dei Settanta), passa la nenia ripetitiva degli spot pubblicitari, passa il bel canzonettaro meneghino capitolino partenopeo, passano i giovani narcisi ugolanti di chiarissima fama (che tra 5 anni non se li ricorderà nemmeno loro madre), passano i polli da allevamento del finto rock, del finto blues, del finto jazz, del finto folk, del finto punk, del finto rap, del finto reggae ecc. (e le pur lodevoli eccezioni, che ci sono, non fanno regola). Passa Pupo, ecco cosa passa.

La nuova era della Wikinomics e i brontosauri dello scientific management

La nuova era della Wikinomics e i brontosauri dello scientific management

Mentre le vecchie corporation licenziano i dipendenti che si danno al blogging, le aziende illuminate li stanno incoraggiando attivamente

Tratto da marcominghetti.nova100.ilsole24ore.com - 13.08.2008

E' questa soltanto una delle molte affermazioni, contenute nel best seller Wikinomics di Tan Tapscott e Anhony Williams, che i brontosauri alla guida delle maggioranza delle imprese italiane non accetterebbero… se, almeno ogni tanto, leggessero qualche libro, ovvio.

Per conto mio invece non posso che incoraggiare tutti a studiare con attenzione questo testo (già segnalato da Luca De Biase un anno fa sulle pagine di NOVA, ma che io ho trovato il tempo di approfondire con comodo solo durante queste vacanze estive).

Per chi non lo avesse ancora fatto credo sia utile proporre un breve riassunto dei suoi contenuti principali: partendo dalla universale diffusione di Wikipedia, l'enciclopedia online a cui tutti possono accedere e collaborare liberamente, il libro descrive un nuovo modo di concepire l'economia e il business, la Wikinomics.

Come si legge sul sito di ETAS, che ha pubblicato l'edizione italiana nel giugno del 2007, il mondo che Tapscott e Williams ritraggono con estrema chiarezza è "il mondo in cui milioni di persone interconnesse tramite e-mail, blog, network, community e chat usano Internet come la prima piattaforma globale di scambio. È il mondo della collaborazione, della comunità, dell’auto- organizzazione che si trasformano in forza economica collettiva di dimensioni globali."

Cassandra Crossing/ Ho perso un pezzo di me

Cassandra Crossing/ Ho perso un pezzo di me

Diamo per scontati diritti civili, libertà di espressione e di movimento, privacy... E poi con un clic ci accorgiamo di aver perso qualcosa per strada. A chi affidiamo tutto di noi stessi?

Tratto da Punto Informatico - 12.10.2007 - di Marco Calamari

Roma - Giovedì su PI è apparso un interessantissimo racconto in prima persona di un utente Gmail che, probabilmente ad opera di un ladro di identità, si è trovato improvvisamente nell'impossibilità di accedere a tutte le sue informazioni, sia mail che molto altro, a causa anche di un uso intenso delle possibilità offerte da Google.

La cosa si è poi risolta felicemente (e ci mancherebbe altro!) grazie al servizio clienti di Google, ma una frase contenuta nel racconto mi ha colpito moltissimo. A causa di una certa difficoltà a trovare le parole giuste, mi sono trovato spesso a raccontare l'importanza dell'identità digitale e di tutte le sue componenti (reputazione, autenticazione, informazioni in Rete, privacy etc.) con buone descrizioni tecniche ma senza trovare le parole giuste per trasmettere certe sensazioni ed emozioni. Le ho trovate improvvisamente lì sullo schermo, chiare, anzi di più smaglianti, e belle come solo la verità riesce ad essere.

BarCamp, ImprovvisaCamp e TornacontoCamp…

BarCamp, ImprovvisaCamp e TornacontoCamp…

Disclaimer: Questo post potrebbe risultare "indigesto" agli organizzatori di qualche BarCamp italiano che ho tirato in ballo; mi dispiace, ma è quello che penso realmente.

Tratto da www.giovy.it - 11.06.2007

Il mio primo BarCamp è stato il RomeCamp 2007. Fino a quel momento ne avevo solo sentito parlare, e mai mi sarei immaginato quello che avrei vissuto in quelle ore, chiuso nel Linux Club. Portare una presentazione mi rendeva tremendamente nervoso, specie perchè era una presentazione "non convenzionale" e non sapevo come sarebbe stata accolta. Beh, le persone sono state contente, ed ancor più contente sono state quelle che hanno avuto modo di vedere "Vino 2.0" al MarCamp, il mio secondo BarCamp. Anche ad Ancona è stato fantastico, ho conosciuto persone eccezionali e mi sono divertito moltissimo. Prima di Ancona, però, preso dall’entusiasmo per il mondo dei BarCamp ho dato il via a quello che si sta rivelando, giorno dopo giorno, un progetto davvero interessante: BarCamp Italia. Un blog dove tutti gli organizzatori di BarCamp italiani hanno la possibilità di scrivere in piena libertà, sui BarCamp che stanno organizzando ma non solo; 21 autori (escludendo il sottoscritto) esponenti del fenomeno BarCamp in Italia, hanno fatto conoscere e continuano a far conoscere i BarCamp che organizzano nel Belpaese.

L'ignoranza digitale bi-partisan non è una consolazione

L'ignoranza digitale bi-partisan non è una consolazione

Dal Netrwork Frontiere Digitali - di Fiorello Cortiana

Il processo di trasformazione digitale in corso, conosciuto anche come "società della conoscenza", è un processo convulso e non potrebbe essere altrimenti. Per questo ci aspetteremmo dal Parlamento tutto e dal Governo un'approccio nel merito e nel metodo adeguati perché la semplice estensione dei modelli consueti non solo non è efficace ma si può rivelare dannosa.

L'Università di Padova ha ospitato l'appuntamento internazionalen"Berlin 5 Open Access: from practice to impact: consequences of Knowledge dissemination".
Colpisce che mentre a Padova si discuteva della condivisione libera e aperta dei testi scientifici e delle inadempienze italiane in relazione alle direttive europe, il Ministro D'Alema ed il Direttore Generale Idris hanno firmato l'Accordo bilaterale Italia-OMPI (Organizzazione Mondiale delle Proprietà Intellettuale) in materia di protezione dei diritti di Proprietà Intellettuale e della lotta alla contraffazione ed alla pirateria, che definisce la cornice istituzionale delle attività italiane in materia di Proprietà Intellettuale. Non si capisce quale cornice istituzionale possa derivare da un'accordo bilaterale con un soggetto privato, cui l'Italia conferisce uno dei più grossi contributi extra budget, mentre l'Europa è nella piena trattazione la direttiva IPRED 2 (Intellectual Property Rights Enforcement Directive).

Quanto sono aperte le maglie della rete

Quanto sono aperte le maglie della rete

di Fiorello Cortiana - Comitato Consultivo sulla Governance di Internet

La rete di Internet costituisce il più ampio spazio pubblico mai conosciuto, ma la possibilità di agire al suo interno come produttori e come utenti di informazione, comunicazione e conoscenza, vengono costantemente messe in discussione da tutti coloro che dalla politica del controllo e dalla economia della scarsità perpetuano una rendita di posizione dominante.

La restrizione della libertà di azione e di parola per gli internauti avviene sul piano normativo nel nome della lotta al terrorismo negli USA con il "Patriot Act", in Cina per la "conformità alla morale socialista", in Iran per la lotta alla pornografia, in Italia per la lotta alla contraffazione con la "legge Urbani" (sic!), ma anche Cuba e in molti altri Stati.

La creazione di scarsità nel mondo della immaterialità digitale riproducibile senza limiti, avviene attraverso strumenti come i DRM (da Wikipedia: si intendono i sistemi tecnologici mediante i quali i titolari di diritti d'autore (e dei cosiddetti diritti connessi) possono esercitare ed amministrare tali diritti nell'ambiente digitale, grazie alla possibilità di rendere protetti, identificabili e tracciabili tutti gli usi in rete di materiali adeguatamente "marchiati"), o con i tentativi di legare la riproduzione di contenuti digitali a supporti che usano esclusivi sistemi operativi, con la discrezionalità nella disposizione di Banda e con l'ipotesi/tentativo di sdoppiare la rete, e così via. Buon ultimo il Commissario Europeo Frattini ha proposto, contro il terrorismo...e cos'altro altrimenti, di chiedere alle corporation del software di proporre una censura selettiva di parole indesiderate, qualcosa di simile a quello che si fa in Cina, dove si selezionano le parole incriminate individuando il nominativo corrispondente all'indirizzo IP utilizzato.

Un'italiana in Wikimedia

Un'italiana in Wikimedia

Tratto da Punto Informatico - di Luca Spinelli - 19 luglio 2007

Roma - Trent'anni, lunghi capelli castani, sguardo dolce ma deciso. Ha l'aspetto di una giovane mamma mediterranea la nuova eletta al consiglio direttivo della Wikimedia Foundation. Una mamma sempre attenta ai suoi pargoletti ma pronta pure a qualche sonora sculacciata alla prima marachella. Su Wikipedia la chiamano Ubi, per la sua tendenza ad essere ovunque e controllare tutto, ma senza invadenza. Frieda Brioschi è una delle poche amministratrici donne in Wikipedia, ed è anche il presidente di Wikimedia Italia, associazione senza scopo di lucro che ha lo scopo di promuovere Wikipedia nel nostro territorio. Dietro quel sorriso comprensivo e tenero, da giovedì scorso si nasconde uno dei temibili membri del Consiglio Direttivo della Wikimedia Foundation, l'associazione che fa da ombra a tutti i progetti di Wikipedia.

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