All’asta gli “scartafacci” di Giovanni Verga

By Pagina Tre Benedetto Croce li chiamava “scartafacci”, ma, lo sappiamo, il critico nato a Pescasseroli amava lo spirito della letteratura, l’arte che in essa si manifesta, e non voleva sapere come e perché un autore fosse arrivato all’opera. “Scartafacci”, dunque, ovvero tutto il materiale preparatorio (“avantesto”, in gergo filologico) e le diverse redazioni di un’opera, quelle che ci permettono di entrare nel laboratorio dello scrittore e di vedere (quando è possibile) la strada percorsa da questi e dalla sua opera per raggiungere le nostre borse, i nostri tavoli, il cui valore ci ha insegnato Gianfranco Contini, che con Croce aveva discusso, e non poco, in merito.
Appartengono a questa categoria i manoscritti autografi di Giovanni Verga che verranno messi all’asta da Christie’s, a Parigi, il 5 dicembre. Si tratta dell’adattamento per il cinematografo di Cavalleria Rusticana, quattro fogli con correzioni autografe che dimostrano (non è l’unico caso, basti pensare a Storia di una capinera, il cui adattamento cinematografico risale al 1913, appena un anno dopo questo) come il rapporto dello scrittore siciliano con il cinema fosse problematico, ma vivo, se non altro perché alle remore della coscienza facevano ben da contrappeso guadagni economici di non poco conto.
Un intreccio di letteratura e denaro che accompagna da sempre questa vicenda. Oggi, infatti, la base d’asta è di 100-150mila Euro, per questi autografi che potrebbero finire (speriamo di no) nelle mani di un collezionista privato, cui poi bisognerebbe chiedere il permesso anche solo per vederli, piuttosto che in una biblioteca pubblica.
Altro che “scartafacci”, il valore economico delle carte verghiane è enorme, quasi come quello scientifico. Se poi aggiungiamo le lettere comprese nei tre lotti all’asta, circa 300, ossia un’altra fonte di primaria importanza per la conoscenza dell’autore dei Malavoglia, vediamo quanto evidente risulti la necessità di uno sforzo, da parte dei nostro enti pubblici, per evitare che una parte del nostro patrimonio culturale si allontani troppo da noi.
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Source:: Frontiere Digitali

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