Bob Dylan premio Nobel – “…gli dei non scrivono, essi ballano e cantano”

By Pagina Tre “…the gods don’t write, they dance and they sing”. Con queste parole si avvia alla conclusione il discorso di presentazione del premio Nobel per la Letteratura pronunciato dal Professor Horace Engdahl, membro dell’Accademia di Svezia. Un’orazione in cui viene più volte sottolineato il legame originario tra la scrittura in versi e la musica, risalendo agli aedi greci, passando per i trovatori di Provenza e arrivando a Bob Dylan.
La frase, a dirla tutta, conclude la risposta dell’Accademia al mondo della Letteratura che “si lamenta” (“groan”) della scelta di premiare Dylan. Una reazione che non percorre la strada della diplomazia e con la quale si chiarisce la sicurezza con cui si è deciso, ma che potrebbe tuttavia dare adito ad un dubbio: l’aver sentito la necessità di rispondere alle critiche non potrebbe tradire anche una certezza vacillante?
Ciascuno tragga le proprie conclusioni, ma quel che è certo è che Dylan è riuscito ad essere protagonista della cerimonia in contumacia.
Il suo discorso si è rivelato una (quasi) manifestazione di umiltà. Dylan si è subito scusato per la propria assenza ed ha paragonato l’idea di vincere il Nobel a quella di andare sulla Luna (ma si è anche accostato a Shakespeare, sebbene per affermare l’inconsapevolezza con cui l’autore inglese scriveva opere teatrali, senza pensare di creare capolavori letterari).
A Patti Smith l’onere e l’onore di cantare A Hard Rain’s A-Gonna Fall, brano di Dylan del 1963. L’inseparabile amica del cantautore americano non è riuscita a nascondere l’emozione ed è stata costretta ad interrompere per qualche momento la propria performance, che tuttavia è stata innegabilmente all’altezza.
La premiazione si conclusa con la standing ovation per Bob Dylan, la cui assenza si è rivelata ingombrante, al punto da lasciare nell’ombra gli altri premiati.
Finisce così il capitolo di una delle assegnazioni più discusse e controverse della storia del Nobel. Elementi che non possono non riportare alla memoria di noi italiani la premiazione, nel 1997, di Dario Fo. Anche allora ci fu stupore, chissà poi perché.
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Source:: Frontiere Digitali

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