“La suora bianca” di Francis Marion Crawford

By Pagina Tre (voce di SopraPensiero)
Pubblicato La suora bianca di Francis Marion Crawford.
Erede di una grande proprietà, Angela Chiaramonte, dopo la morte del padre, perde tutto per le trame della moglie dello zio, la marchesa del Prato, che distrugge il testamento del principe.
Giovanni Severini, giovane militare di carriera e fidanzato di Angela, non la abbandona anche se lei è ridotta in povertà, ma deve partire per la guerra in Africa, promettendole tuttavia di sposarla al suo ritorno. Poco tempo dopo, però, in Italia giunge la notizia della morte di Severini e Angela decide di ritirarsi in convento, che era quanto auspicava dall’inizio la perfida zia.
In realtà, Giovanni non è morto, ma è stato fatto prigioniero. Riesce a fuggire e a ritornare in patria dove ritrova la fidanzata. Ma lei, alla sua richiesta di lasciare il convento, decide di non rinunciare ai voti. Lui troverà la morte aiutando la popolazione durante un’eruzione del Vesuvio.
Sinossi a cura di Paolo Alberti
Dall’incipit del libro:
— Non posso farne a meno – disse placido Filmore Durand. – Dipingo ciò che vedo. Se la somiglianza non vi appaga, sarò ben felice di tenere il lavoro per me.
La marchesa protestò. Non si trattava di cosa grave, ella disse, un nonnulla negli occhi, nel sopracciglio sinistro, o nella linea della gola: non avrebbe saputo definire, ma v’era qualcosa che dava alla nipote una espressione estatica, quasi ascetica, che non le era naturale. Se il maestro volesse soltanto dare quel piccolo tocco indispensabile, il ritratto sarebbe perfetto.
Il pittore, quasi non avesse udito quel consiglio, porse all’uomo, che attendeva in piedi accanto a lui, pennelli e tavolozza. Il grande pittore americano odiava gli ingombri che tolgono spazio e luce nello studio di un artista, così come li avea odiati il suo grande predecessore Lenbách: quando lavorava, il vecchio servo stava accanto a lui e gli porgeva, traendoli da un recesso nascosto da una tenda, pennelli, palette, tubi di colore e matite, secondo la richiesta.
— A me piace così – disse Giovanni Severi poggiando la mano sulla impugnatura della spada e contemplando attentamente il ritratto e l’originale.
La fanciulla sorrise, lieta di quella approvazione: ella stessa riteneva il ritratto somigliante per quanto tutt’altro che adulatore.
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