Perché serve un approccio hacker alla politica

Network News
febbraio 2017

By Partito Pirata Come l’ottima pagina di Wikipedia dedicata alla storia dell’hacking, tra i significati che il termine “hacking” ha assunto nel corso della storia, negli anni ’50

“Significava migliorare l’efficienza e la velocità del software già esistente che tendeva a ingolfare le risorse della macchina. Ed è qui che successivamente si colloca una diversa radice del termine hacker, la forma sostantiva del verbo inglese “to hack” che significa “tagliare”, “sfrondare”, “sminuzzare”, “ridurre”, “aprirsi un varco”, appunto fra le righe di codice che istruiscono i programmi software. Un hacker era quindi uno che riduceva la complessità e la lunghezza del codice sorgente, con un “hack”, appunto, una procedura grossolana ma efficace, che potrebbe essere tradotta in italiano come “zappata” o “accettata” (tagliata con l’accetta) o altrimenti con una “furbata”.

Sorge quasi spontaneo, dunque, un confronto tra questo modo di pensare e quello della politica e delle istituzioni (soprattutto italiane).
Prendiamo ad esempio il numero di leggi in vigore in Italia: una semplice query sui motori di ricerca restituisce tra le prime posizioni articoli in cui si ammette che “non esistono numeri certi”.
Del resto, nel 2010 l’allora Ministro Calderoli volle dare una dimostrazione anche visiva della presunta efficacia della sua azione di governo contro le leggi inutili, demolendole con piccone e lanciafiamme. A detta del pittoresco leghista, le leggi inutili sarebbero ammontate a 375.000; un calcolo che lasciò piuttosto perplesso Gian Antonio Stella, che sul Corriere fece notare quanto quei numeri fossero poco realistici.
Nel 2014 Guido Scorza spiegava, in un articolo su Il Fatto Quotidiano, che

“Secondo Normattiva, un progetto della Presidenza del Consiglio dei Ministri, del Senato e della Camera dei Deputati – in collaborazione con la Corte Suprema di Cassazione, l’Agenzia per l’Italia Digitale e l’Istituto poligrafico della Zecca dello Stato – (…) in Italia, il corpus normativo statale dei provvedimenti numerati (leggi, decreti legge, decreti legislativi, altri atti numerati), dalla nascita dello Stato unitario poteva essere valutato in “circa 75.000” unità”.

In effetti, provando a lanciare una ricerca avanzata su Normattiva inserendo come unico parametro il periodo di pubblicazione 1948→2016, si ottengono 72.917 risultati.
E forse il problema non risiede soltanto nel numero di leggi in sé, ma anche (e soprattutto) nella quasi impossibilità, per il cittadino “normale”, di destreggiarsi agevolmente tra articoli, commi e mille altri rivoli del burocratichese stretto. Un fenomeno che affligge -com’è noto- anche molti altri settori, ben più vicini alla vita quotidiana delle persone: la giustizia, il settore bancario, quello assicurativo e molti altri. Un fattore, questo, che verosimilmente incide su quell’ormai celeberrimo dato sull’analfabetismo funzionale, che secondo le ultime stime riguarderebbe ormai il 70% della popolazione italiana: l’incapacità di comprendere un testo di legge (o i termini di una polizza assicurativa, o altro ancora) forse non è da imputare esclusivamente alle carenze -pur innegabili- del sistema scolastico o alla scarsissima dimestichezza con la lettura degli italiani. Forse c’è anche la precisa volontà -figlia di una convenienza corporativistica e lobbistica- a lasciare che il linguaggio e le procedure di molti settori restino sufficientemente oscuri, al punto che il cittadino non possa …read more

Source:: Frontiere Digitali