Produzione paritaria e localizzazione: la risposta al trumpismo

Network News
novembre 2016

By Partito Pirata Riportiamo la traduzione italiana di questo articolo a firma di Michael Bauwens, fondatore della P2P Foundation.
Abbiamo bisogno di un approccio incentrato sui beni comuni, basato sulla produzione tra pari e che segua la regola del “progettato globalmente, prodotto localmente”, se vogliamo dar lavoro a quelle comunità che si stanno disintegrando, con posti di lavoro che siano compatibili con la necessità di una transizione socio-ecologica.
Sono molto contento di constatare che le stesse considerazioni sian state espresse da Brian Holmes, in questo estratto dalla mailing list della rete dei Laburisti (con qualche piccola modifica)
“Gli Stati Uniti ora devono far fronte alle conseguenze della deindustrializzazione. Queste conseguenze sono l’alienazione da quel senso di poter badare a sé stessi derivante dall’esercizio delle capacità produttive di ciascuno. E l’alienazione apre la strada al risentimento, che è la parola-chiave delle politiche proto-fasciste di oggi. Ignorare il problema dei sempre più numerosi lavoratori diseredati e non professionisti non lo farà scomparire.
L’ultima (nel senso di “la più sbagliata, n.d.t.) cosa da fare è assecondare un complesso culturale razzista e sciovinista. Al contrario, l’urgenza è di creare politiche economiche che non incoraggino il risentimento proto-fascista.
Il punto chiave è l’investimento collettivo. E questo non deve significare per forza computer con processori di testo e funzioni di grafici, che sono la caratteristica di ciò che, molto tempo fa, la Ehrenreich chiamava “la classe professional-manageriale”. E non significa nemmeno seguire l’esempio della Germania, perché -nonostante tutta l’energia solare e l’industria locale, la Germania dipende in realtà dal cosiddetto “libero mercato”, che è predatorio nei confronti delle altre economie. Ciò che invece potrebbe significare questa “nuova economia” è un nuovo tool-kit di macchine a controllo numerico (o CNC), che sono anche aperte a quella “Produzione paritaria” (wiki) di cui parla Michael Bauwens. Parlo di frese controllate digitalmente, torni, seghe a nastro etc., non solo di stampa 3D. I vantaggi di queste macchine -relativamente economiche- è che permettono a piccoli gruppi di lavoratori di portare avanti progetti sofisticati, appagando quel desiderio culturale di dignità del lavoro senza dover rendere conto a manager oppressivi. Se le persone imparano ad usarle in un sistema industriale capitalista ma locale, producendo beni di qualità per salari dignitosi, allora durante i periodi di disoccupazione o di pensionamento troppo precoce potrebbero anche essere usati -in un’economia incentrata sui Beni Comuni- per aiutare a ricostruire una comunità resiliente. In questo modo, il valore del lavoro di ciascuno potrebbe essere rafforzato, lungo un percorso che conduce fuori dall’attuale capitalismo manageriale.
Un approccio del genere potrebbe essere applicato tanto nei quartieri neri e ispanici quanto in quelli bianchi. Infatti l’idea di una “produzione comunitaria” mi è venuta da un imprenditore sociale nero di Detroit, Blair Evans. E’ fondamentale ricordarsi che le comunità nere sono state le prime ad essere colpite dalla de-industrializzazione del Nord degli Stati Uniti, un qualcosa che ha avuto conseguenze devastanti dal punto di vista economico e sociale, e che non può essere risolto né dal welfare, né tantomeno da più repressione poliziesca. A Chicago, dove vivo io, …read more

Source:: Frontiere Digitali